Noosemia L’esperienza del segno come segno di mente
«Il segno è un utilizzabile ontico che, in quanto è questo determinato mezzo, funge nel contempo da qualcosa che indica la struttura ontologica dell’utilizzabilità, della totalità dei rimandi e della mondità.»
— Martin Heidegger, Essere e tempo, § 17
Quando il segno diventa segno di mente
Interagire con un sistema di intelligenza artificiale generativa significa ormai confrontarsi con artefatti capaci di produrre comportamenti che appartengono a domini per lungo tempo associati quasi esclusivamente all’attività cognitiva degli esseri viventi. Una risposta può cogliere un’implicazione rimasta inespressa, recuperare un particolare introdotto molti turni prima, riconoscere un equivoco che l’interlocutore non aveva segnalato, abbandonare una strategia inefficace o coordinare una successione di operazioni verso un risultato concreto. Nessuna di queste manifestazioni consente, se considerata isolatamente, di stabilire che cosa avvenga realmente all’interno del sistema, né autorizza a trasferire, senza ulteriori argomenti, alla macchina concetti quali comprensione, intenzione o coscienza nel significato che essi assumono quando vengono riferiti all’esperienza umana. Può tuttavia verificarsi, dal punto di vista di chi interagisce con il sistema, qualcosa di più circoscritto e proprio per questo teoricamente più accessibile. Una risposta, una correzione o una sequenza di azioni cessano a un certo momento di essere esperite soltanto come effetti di un processo computazionale e acquistano il valore di manifestazioni dalle quali sembra possibile inferire che qualcosa abbia compreso, riconosciuto, ricordato oppure modificato intenzionalmente il proprio comportamento. È entro questa trasformazione che si colloca la noosemia. Il termine è stato introdotto da De Santis e Rizzi (2025) nel quadro dell’interazione umano–AI; nel presente sviluppo viene assunto in una formulazione più circoscritta come l’esperienza del segno come segno di mente.
Lo sviluppo recente dei grandi modelli
linguistici ha reso tale passaggio particolarmente evidente. In una versione
preregistrata del Turing Test a tre interlocutori, Jones e Bergen (2026) hanno
mostrato che GPT-4.5, nella condizione con un prompt che gli assegnava un
profilo conversazionale umano, veniva giudicato umano nel 73% delle
conversazioni di cinque minuti. Il risultato appartiene a una configurazione
sperimentale precisa e non costituisce una dimostrazione della presenza di
comprensione o coscienza; mostra tuttavia con notevole chiarezza quanto segni
linguistici artificialmente generati possano sostenere inferenze forti sulla
natura della loro sorgente. Da una prospettiva differente, Colombatto e Fleming
(2024) hanno rilevato che il 67% dei partecipanti attribuiva a ChatGPT una
probabilità superiore a zero di possedere coscienza fenomenica, senza che ciò
equivalesse a ritenerla probabile o accertata. Lavori successivi hanno inoltre
mostrato che differenti forme di attribuzione mentale si associano in maniera
diversa alla propensione ad accettare i suggerimenti di un modello: le
attribuzioni legate all’intelligenza predicevano una maggiore accettazione dei
consigli, mentre quelle legate all’esperienza tendevano nella direzione opposta
(Colombatto et al., 2025). Kleinert et al. (2026) hanno infine osservato che risposte
prodotte da sistemi artificiali potevano generare elevata vicinanza
interpersonale quando venivano presentate come provenienti da esseri umani,
mentre l’etichettatura della sorgente come artificiale riduceva, senza
annullarla, la costruzione di tale vicinanza.
Ciò che accomuna fenomeni tanto
differenti non risiede nella correttezza delle attribuzioni compiute dagli
utenti, bensì nel fatto che comportamenti artificialmente prodotti siano ormai
entrati nel campo delle manifestazioni attraverso cui gli esseri umani
inferiscono comprensione, agency, intenzione e, in alcune circostanze,
esperienza soggettiva. La questione che qui interessa precede quindi il
giudizio sulla verità di tali inferenze e riguarda il momento nel quale
qualcosa che appare acquista, per chi lo osserva, un valore ulteriore rispetto
alla propria semplice presenza.
La noosemia prende forma precisamente
nella distanza che separa ciò che appare da ciò che viene inferito. Una
risposta contestualmente appropriata, la revisione spontanea di una soluzione o
la continuità di una strategia nel tempo appartengono anzitutto alla sfera di
ciò che l’interlocutore può osservare. Il loro statuto cambia quando tali
manifestazioni vengono lette come tracce di un’attività cognitiva che non si
offre direttamente all’esperienza. Il passaggio può essere rappresentato nella
forma:
manifestazione
osservabile → segno di attività noetica → attribuzione noetica,
purché la semplicità dello schema non
nasconda la complessità della relazione. Il termine «mente» conserva una forza
intuitiva che sarebbe improprio sacrificare e rimane per questa ragione nella
formula sintetica della noosemia; sul piano teorico è tuttavia preferibile
parlare di attività noetica,
lasciando aperto se ciò che viene attribuito debba corrispondere a una mente
sostanzialmente simile alla nostra, a una forma cognitiva differente oppure a
una sovrainterpretazione del comportamento osservato.
Una parte di questo spazio concettuale è
già occupata da termini consolidati. L’antropomorfismo riguarda il modo in cui
caratteristiche umane vengono attribuite a entità che umane non sono; la mind perception studia quali capacità
mentali vengano attribuite a differenti target, le condizioni che modulano tali
attribuzioni e le conseguenze che ne derivano; l’intentional stance di Dennett descrive una strategia interpretativa
mediante la quale credenze, desideri e intenzioni vengono attribuiti a un
sistema quando tale vocabolario rende più efficace la comprensione o la
previsione del suo comportamento (Dennett, 1987; Epley et al., 2007; Gray et
al., 2007; Waytz et al., 2010). La noosemia non si propone di sostituire questi
concetti. Il suo interesse risiede nel selezionare un livello differente,
quello nel quale una manifestazione assume per l’interprete lo statuto di segno evidenziale di attività noetica.
La lunga via verso il calcolabile
La Grecia antica costituisce una delle
matrici fondamentali della tradizione intellettuale attraverso cui l’Occidente
ha elaborato forme specifiche di teoria, argomentazione, dimostrazione e
ricerca delle cause. Una simile affermazione perde però consistenza non appena
venga trasformata nel racconto di una razionalità comparsa improvvisamente nel
Mediterraneo e assente altrove. Le culture mesopotamiche ed egizie avevano
sviluppato tradizioni matematiche e astronomiche di notevole complessità molto
prima dell’età classica greca, mentre la tradizione indiana avrebbe elaborato
autonomamente forme sofisticate di logica, epistemologia e teoria
dell’inferenza (Matilal, 1998; Neugebauer, 1969; Robson, 2008). La Cina offre a
sua volta una storia scientifica, matematica, medica e tecnologica che rende
improponibile qualsiasi identificazione immediata fra razionalità
tecnico-scientifica e un’unica origine occidentale (Lloyd & Sivin, 2002;
Needham, 1954).
Karl Jaspers collocava infatti Grecia,
India, Cina, Persia e antico Israele entro la pluralità dell’Achsenzeit, l’«età assiale»,
riconoscendo in differenti regioni del mondo antico trasformazioni della
riflessività umana che non potevano essere ricondotte a una sola origine
occidentale (Jaspers, 1953). Gli studi comparativi di Lloyd e Sivin hanno
mostrato a loro volta quanto sia più fecondo ricostruire le differenze fra
Grecia e Cina attraverso le istituzioni del sapere, le forme della
controversia, le pratiche professionali e i rapporti con l’autorità, evitando
di attribuire a intere civiltà essenze cognitive immutabili (Lloyd & Sivin,
2002). Il vasto programma avviato da Joseph Needham con Science and Civilisation in China conduce nella stessa direzione.
Il problema successivamente divenuto celebre come «Needham Question» riguarda
le ragioni per cui la particolare configurazione della scienza matematizzata
moderna conobbe in Europa una traiettoria differente da quella sviluppatasi in
Cina, dopo secoli nei quali quest’ultima aveva espresso capacità scientifiche e
tecnologiche di altissimo livello (Needham, 1954, 1969).
La genealogia che conduce
all’intelligenza artificiale deve essere compresa, di conseguenza, come una
traiettoria selezionata entro una storia assai più ramificata, nella quale
porzioni progressivamente più ampie del reale vengono rese suscettibili di descrizione
formale. Sul piano filosofico Edmund Husserl interpreta la nascita
dell’atteggiamento teoretico greco come uno dei momenti costitutivi della
genealogia spirituale dell’Europa e individua nella matematizzazione galileiana
della natura una trasformazione decisiva del modo in cui il reale diventa oggetto
della conoscenza scientifica (Husserl, 1970). Koyré descriverà la rivoluzione
scientifica come una trasformazione della struttura stessa del cosmo, nel corso
della quale uno spazio qualitativamente differenziato lascia progressivamente
posto a un universo geometrizzato e matematicamente trattabile (Koyré, 1957).
Si tratta di interpretazioni filosofiche e storiografiche determinate, che non
possono essere convertite nella storia unica della modernità scientifica;
permettono tuttavia di cogliere un mutamento profondo nel rapporto fra
conoscenza e mondo, rivelando problematiche epistemiche ben prima della
comparsa dei moderni sistemi di IA generativa.
Con Cartesio, la materia viene pensata
attraverso l’estensione e i fenomeni corporei attraverso figura, posizione e
movimento, mentre la relazione istituita fra algebra e geometria mostra con
particolare efficacia come configurazioni spaziali possano essere tradotte in
relazioni simboliche suscettibili di manipolazione matematica (La Géométrie, Descartes, 1637/1954; Principia philosophiae, Descartes,
1644/1985). Dire che Cartesio renda il mondo «computabile» significherebbe
imporre retrospettivamente al XVII secolo una categoria appartenente a una
storia successiva; è invece possibile riconoscere nel suo programma una delle
trasformazioni attraverso cui la rappresentazione matematica acquisisce un
ruolo sempre più esteso nella descrizione della natura.
Leibniz sposta ulteriormente l’orizzonte
quando l’aspirazione alla formalizzazione investe il ragionamento. I progetti
della characteristica universalis e
del calculus ratiocinator, dispersi
in una pluralità di scritti e mai realizzati nella forma di un unico sistema
compiuto, esprimono l’idea di una notazione capace di rappresentare concetti e
di un calcolo capace di operare, almeno idealmente, sulle relazioni che li
connettono (Leibniz, 1966). Fra Leibniz e l’intelligenza artificiale
contemporanea si apre una distanza teorica e tecnologica enorme; emerge
tuttavia un passaggio concettuale nel quale alcune operazioni tradizionalmente
comprese entro il dominio del ragionare vengono pensate come suscettibili di
una rappresentazione simbolica sufficientemente rigorosa da permettere
trasformazioni regolate.
Con Alan Turing, tra i pionieri dell’era
dell’IA, cambia lo statuto stesso del problema. Nel 1936 la nozione di
computabilità riceve una caratterizzazione matematica di straordinaria
generalità attraverso il modello che porterà il suo nome (macchina di Turing),
permettendo di delimitare formalmente la classe delle procedure eseguibili da
una macchina astratta (Turing, 1936). Quel lavoro non sostiene che la mente
umana sia una macchina e non formula una teoria computazionale della coscienza.
Negli anni immediatamente successivi, tuttavia, la formalizzazione comincia a
investire domini sempre più prossimi alle attività tradizionalmente associate
alla cognizione. McCulloch e Pitts (1943) descrivono eventi neuronali
idealizzati attraverso un «calcolo logico», Claude Shannon (1948) costruisce
una teoria matematica dell’informazione e Norbert Wiener (1948) sviluppa nella
cibernetica un vocabolario capace di descrivere organismi e macchine attraverso
concetti di regolazione, feedback e comunicazione. Nella proposta di Dartmouth
del 1955, che avrebbe preparato l’incontro dell’estate successiva, McCarthy et
al. (1955) assumono esplicitamente come programma di ricerca l’ipotesi che
aspetti dell’apprendimento e dell’intelligenza possano essere descritti con
sufficiente precisione da consentire a una macchina di simularli.
Tale traiettoria non coincide con una
progressione uniforme della formalizzazione simbolica e proprio la storia
dell’intelligenza artificiale ne rivela le fratture. Dreyfus contestò alcune
delle assunzioni dell’IA simbolica insistendo, attraverso Martin Heidegger e
Merleau-Ponty, sul carattere situato, corporeo e pratico dell’intelligenza e
sulla difficoltà di ricondurre il sapere umano a un repertorio esplicito di
rappresentazioni e regole (Dreyfus, 1992). Il deep learning modifica il
quadro tecnico entro cui un dominio può essere reso computazionalmente
trattabile, poiché l’apprendimento da dati attraverso le reti neurali
artificiali permette al sistema di acquisire rappresentazioni e regolarità
senza che tutta la conoscenza necessaria venga specificata a priori da un
programmatore (Goodfellow et al., 2016). L’architettura Transformer introdotta
da Vaswani et al. (2017) e la successiva crescita dei modelli linguistici
autoregressivi (Large Language Models, LLM) su vasta scala mostrano come il
linguaggio possa essere trattato attraverso rappresentazioni numeriche
distribuite e regolarità apprese mediante ottimizzazione statistica su grandi
quantità di dati (Brown et al., 2020; Vaswani et al., 2017).
Per la genealogia qui proposta, questa
trasformazione modifica anche il significato assunto dalla formalizzazione. La
continuità non va ricercata immaginando un’architettura Transformer alla base
di un LLM come una realizzazione tardiva del calculus ratiocinator leibniziano, poiché le differenze fra i due
paradigmi sarebbero troppo profonde. Essa si colloca a un livello più generale,
nella possibilità crescente di rendere matematicamente trattabili domini che
comprendono linguaggio, immagini, decisioni e comportamenti un tempo
accessibili soltanto attraverso l’attività cognitiva di organismi viventi.
È soltanto dopo avere seguito questa
traiettoria che la riflessione di Heidegger sulla tecnica acquista il proprio
significato per il nostro percorso (De Santis, 2021). Heidegger non costituisce un ulteriore
anello della storia tecnico-scientifica e non può essere utilizzato come se
avesse anticipato gli LLM. La sua domanda riguarda il tipo di rapporto con il
reale che la tecnica moderna rende possibile. Nel Gestell, termine che resiste a un equivalente italiano univoco, il
reale viene sollecitato a presentarsi come qualcosa di ordinabile e
disponibile, mentre nel Bestand
assume la forma di una riserva pronta all’impiego (Die Frage nach der Technik, Heidegger, 1954/1977). Nella
riflessione tarda, la cibernetica compare inoltre all’interno della diagnosi
della trasformazione delle scienze e della fine della filosofia (Das Ende der Philosophie und die Aufgabe des
Denkens, Heidegger, 1964/1972).
Yuk Hui ha ripreso questa interrogazione
per contestare l’idea che una simile storia della tecnica possa essere
trasformata in una necessità universale e, attraverso il concetto di cosmotechnics, ha proposto di pensare
una pluralità delle relazioni possibili fra tecnica, cosmologia e ordine morale
(Hui, 2016). La traiettoria che conduce alla computazione contemporanea può
così essere riconosciuta come profondamente radicata nella storia scientifica e
filosofica occidentale senza essere confusa con un destino in senso fatalista
della razionalità umana, mentre l’intelligenza artificiale che ne è emersa
appartiene ormai a un fenomeno planetario che attraversa tradizioni, economie e
culture differenti.
Ciò che interessa alla noosemia comincia
esattamente nel punto in cui questa genealogia cambia direzione.
Il ritorno del segno dalla macchina
Per secoli, il movimento seguito dalla
nostra genealogia procede dall’esperienza verso la formalizzazione e dalla
formalizzazione verso la macchina. Fenomeni naturali vengono tradotti in
strutture matematiche, relazioni logiche assumono la forma di sistemi
simbolici, procedure vengono caratterizzate computazionalmente e attività
sempre più prossime al linguaggio e alla cognizione diventano suscettibili di
trattamento algoritmico. Con l’intelligenza artificiale contemporanea,
tuttavia, la macchina comincia a restituire all’essere umano configurazioni
appartenenti allo stesso dominio simbolico attraverso cui gli esseri umani
riconoscono ordinariamente l’attività cognitiva degli altri. Il movimento
assume così una forma circolare che può essere condensata nella successione:
mente → formalizzazione → computazione →
segno artificiale → mente percepita.
Una forma elementare di questorovesciamento era già inscritta nel modo in cui Turing affrontò nel 1950 la
domanda «Can machines think?». La formulazione gli appariva troppo ambigua per
essere assunta direttamente e l’imitation
game, alla base del famoso Test di
Turing, trasferiva il problema entro una situazione nella quale
l’interrogatore poteva conoscere l’altro soltanto attraverso le risposte
linguistiche che riceveva. Non vedeva il corpo dell’interlocutore, non accedeva
al meccanismo responsabile della risposta e non osservava direttamente alcuno
stato mentale. Egli disponeva di manifestazioni linguistiche e, a partire da queste,
formulava un giudizio sulla natura della sorgente (Turing, 1950). Sarebbe
anacronistico attribuire a Turing una teoria semiotica della mente o leggere
nel suo esperimento la noosemia già formulata; tuttavia la struttura epistemica dell’imitation game rimane significativa,
perché l’accesso all’entità viene sostituito dall’accesso alle sue
manifestazioni, quindi a ciò che appare.
ELIZA, annoverato come il primo chat
bot della storia sviluppato nel 1966 da Joseph Weizenbaum, rese evidente
pochi anni dopo quanto l’inferenza potesse oltrepassare il meccanismo che aveva
prodotto i segni. Il programma di Weizenbaum operava attraverso procedure
linguistiche relativamente semplici e riusciva tuttavia a suscitare in alcuni
utenti attribuzioni di comprensione e partecipazione personale molto più ricche
delle procedure realmente implementate nel codice di ELIZA (Weizenbaum, 1966,
1976). La successiva letteratura ha ricostruito proprio attorno a questa
discrepanza ciò che sarebbe diventato noto come ELIZA effect (Natale, 2021). La distanza fra ELIZA e i moderni
modelli linguistici è troppo grande perché quel precedente possa spiegare
l’interazione contemporanea; ciò che rimane comparabile è la struttura del
problema. Un comportamento viene osservato, acquista significato per
l’interprete e diventa il punto di partenza per un’inferenza rivolta a una
proprietà della sorgente che non è immediatamente accessibile.
I sistemi generativi e agentici ampliano
il repertorio delle manifestazioni capaci di entrare in questa relazione.
Approcci che combinano ragionamento linguistico e azione mostrano come ai soli
output testuali possano affiancarsi uso di strumenti, acquisizione di
informazioni dall’ambiente, pianificazione e revisione di strategie (Yao et
al., 2023). In un’interazione prolungata, ciò che viene interpretato non
coincide più con una singola frase. L’utente costruisce progressivamente una
rappresentazione della sorgente alla luce di una storia nella quale una
correzione può modificare il significato attribuito a un errore precedente e la
persistenza di una strategia può suggerire una continuità che nessuna risposta
isolata avrebbe potuto esprimere.
A questo punto, prima di seguire la
manifestazione fino al segno che l’interprete vi riconosce, occorre soffermarsi
sull’altro lato della relazione. I sistemi di IA generativa contemporanei
apprendono regolarità da dati e le impiegano in situazioni che non coincidono
con gli esempi dai quali sono state ricavate (Goodfellow et al., 2016; Vapnik,
1995). La distanza fra osservato e nuovo caso riapre, in forma matematica e
tecnologica, un problema assai più antico della computazione. Riguarda la
possibilità di oltrepassare ciò che è dato conservando un rapporto
giustificabile con ciò che può essere conosciuto.
Dal dato a ciò che non è ancora dato
Il termine epistḗmē (ἐπιστήμη, «conoscenza, sapere, competenza») deriva da epístamai (ἐπίσταμαι, «sapere,
conoscere, essere competente»). La documentazione lessicografica mostra un
campo semantico che comprende familiarità con una materia, comprensione e
abilità, prima e accanto agli usi filosofici più tecnici (Liddell et al.,
1996). Sarebbe quindi improprio ricavare una teoria della conoscenza dalla sola
scomposizione etimologica della parola. È la storia degli usi a conferirle
densità filosofica. Nella Repubblica
V Platone distingue epistḗmē da dóxa (δόξα, «opinione, credenza») e
collega la prima a ciò che è, entro una costruzione la cui interpretazione
rimane discussa nella letteratura contemporanea (Fine, 1990; Plato, 2013a). Già
questo scarto impedisce di identificare epistḗmē
con il semplice possesso di informazioni. Nel suo uso filosoficamente più
impegnativo entra in gioco la qualità del rapporto fra chi conosce, ciò che
viene conosciuto e le condizioni che rendono fondata quella conoscenza.
Negli Analitici
posteriori Aristotele rende questa esigenza particolarmente stringente. Si
possiede epistḗmē in senso pieno
quando si conosce la causa per cui un fatto è tale e si comprende che esso non
può essere altrimenti; la dimostrazione costituisce perciò una forma
paradigmatica di sapere scientifico (Post.
an. I.2; Aristotle, 1960; Bronstein, 2016). La dimostrazione, tuttavia,
presuppone principi che non possono essere ottenuti mediante una regressione
indefinita di dimostrazioni. Nel celebre finale del secondo libro, Aristotele
ricostruisce un percorso nel quale dalla percezione si forma la memoria, dalla
ripetizione delle memorie l’esperienza e dall’esperienza emerge l’universale,
fino all’apprensione dei principi attraverso un processo che egli riconduce
all’induzione (Post. an. II.19;
Aristotle, 1960). Senza trasformare Aristotele in un reale precursore
dell’apprendimento automatico, appare qui una tensione destinata a riemergere
molte volte nella storia del pensiero. Il sapere aspira a una validità che
eccede il particolare, mentre il suo accesso al mondo comincia dall’incontro
con casi particolari.
Molti secoli dopo, Hume porta questa
distanza al centro dell’epistemologia moderna. Le inferenze riguardanti
questioni di fatto ci conducono continuamente oltre ciò che memoria e sensi
offrono nell’esperienza presente, eppure nessuna serie di casi osservati
implica deduttivamente che i casi non ancora osservati debbano comportarsi
nello stesso modo. Hume non contesta il fatto che tali inferenze avvengano. Ne
interroga il fondamento e mostra la difficoltà di giustificare mediante ragione
dimostrativa il passaggio dal passato al futuro, dall’osservato al non
osservato (Hume, 1748/2007). Il noto problema dell’induzione nasce precisamente
in questa apertura. Una regolarità ricavata dall’esperienza può orientare una
previsione e sostenerla con forza crescente senza trasformarla, per ciò stesso,
in una conseguenza logicamente necessaria.
È in questa distanza fra il particolare
esperito e la pretesa di un sapere che ecceda il particolare che la lettura di
Emanuele Severino dell’epistḗmē introduce una prospettiva ulteriore che si
rivela oltremodo fruttuosa. In Severino il termine riceve una determinazione
filosofica che va distinta dalla sua semplice storia lessicale. L’epistḗmē
designa il progetto di un sapere capace di imporsi come incontrovertibile e di
sottrarre il divenire all’imprevedibilità che, nella sua ricostruzione,
accompagna la nascita della filosofia. La stabilità del sapere diventa così
anche una forma di rimedio, poiché conoscere il senso e le cause di ciò che
accade significa ricondurre l’evento entro un ordine capace di resistere alla smentita
(Severino, 2009, pp. 11–12; Caiano, 2025). Questa lettura lascia invariato il
piano filologico stabilito in precedenza e non autorizza a dedurre una teoria
della conoscenza dalla morfologia di epistḗmē. Mostra piuttosto come il termine
possa essere assunto filosoficamente per nominare l’aspirazione occidentale a
un sapere necessario e stabile.
Nella stessa genealogia, la scienza
contemporanea segna quello che Severino interpreta come il «tramonto
dell’epistḗmē». Il sapere scientifico rinuncia progressivamente alla pretesa di
definitività e incontrovertibilità e riconosce il carattere ipotetico,
revisionabile e fallibile delle proprie costruzioni (Severino, 2004; Caiano,
2025). Senza assumere l’intero impianto ontologico severiniano, questa
distinzione offre una cerniera utile per comprendere il regime epistemico entro
cui opera l’apprendimento automatico. Qui l’affidabilità assume una forma
diversa dalla necessità della conclusione e viene espressa attraverso la
possibilità di controllare, sotto determinate assunzioni, quanto una regola
ricavata da un campione finito mantenga validità su casi non osservati (Vapnik,
1995). Il passaggio dall’incontrovertibile al probabilistico lascia dunque
aperta la domanda su come si oltrepassi ciò che è dato, trasformandone le
condizioni formali e rendendo l’incertezza una componente esplicita del sapere.
La moderna teoria statistica
dell’apprendimento (statistical learning
theory) trasferisce una parte di questa tensione entro un quadro
prettamente matematico. Un algoritmo riceve un campione finito di dati,
seleziona una regola entro una classe di funzioni e viene valutato per la
capacità di mantenere buone prestazioni su dati estranei al campione osservato.
La differenza fra errore di addestramento ed errore di generalizzazione rende
formalmente visibile la distanza fra ciò su cui il sistema ha appreso e ciò su
cui dovrà operare. Vapnik ha formalizzato condizioni sotto le quali
l’apprendimento da dati empirici può controllare tale distanza, ponendo la
generalizzazione al centro della teoria (Vapnik, 1995). Harman e Kulkarni ne
hanno mostrato il dialogo con il problema filosofico dell’induzione (Harman
& Kulkarni, 2007). La formalizzazione statistica non dissolve il problema
humeano. Offre, bensì, condizioni, assunzioni e garanzie probabilistiche entro
cui un metodo induttivo può essere giudicato affidabile.
Il deep
learning conserva tale struttura e ne modifica profondamente la scala
rappresentazionale. Una rete profonda apprende dai dati attraverso
l’ottimizzazione di un elevato numero di parametri e costruisce
rappresentazioni distribuite capaci di organizzare regolarità a più livelli,
senza richiedere che le caratteristiche rilevanti siano tutte specificate
anticipatamente dal progettista (Goodfellow et al., 2016). La capacità di
generalizzare rimane il criterio che separa l’adattamento ai dati di
addestramento dall’apprendimento utile, mentre le reti neurali contemporanee
hanno mostrato comportamenti che rendono insufficiente una trasposizione troppo
semplice delle intuizioni classiche sul rapporto fra complessità del modello e
sovradattamento (Zhang et al., 2017). Il problema epistemico conserva dunque la
propria forma generale e acquista una geometria assai più difficile da
ricostruire. Dai dati viene estratta una struttura parametrica che dovrà
produrre risposte pertinenti in regioni dello spazio dei casi mai incontrate
nella medesima configurazione durante l’addestramento. Questo è un punto
fondamentale per affrontare la discussione sui moderni LLM e il loro utilizzo
come strumenti cognitivi che coordinano strumenti, pianificano azioni e operano
all’interno di contesti computazionali (Yao et al., 2023).
Infatti, con i Transformer, alla base
degli LLM, questa dinamica entra direttamente nel dominio del linguaggio.
L’architettura introdotta da Vaswani et al. (2017) consente di modellare
relazioni contestuali attraverso il meccanismo di attenzione, mentre i grandi
modelli linguistici autoregressivi apprendono a stimare distribuzioni
condizionali del tipo P(xₜ | x₁, …, xₜ₋₁), producendo una continuazione alla
volta sulla base del contesto disponibile (Brown et al., 2020). Ridurre questo
processo alla formula «predice il token successivo» lascia però inespressa la
quantità di struttura che deve essere utilizzata affinché quella predizione
riesca su domini linguistici molto differenti. Regolarità sintattiche,
semantiche, pragmatiche e fattuali diventano disponibili entro rappresentazioni
distribuite altamente astratte che possono sostenere compiti nuovi e
adattamenti al contesto. L’apprendimento nel contesto (in-context learning) rende particolarmente evidente questa
capacità. Xie et al. (2022) hanno mostrato, entro un modello teorico specifico
basato su distribuzioni latenti, che alcune forme di apprendimento nel contesto
possono essere interpretate come inferenza bayesiana implicita. Il risultato è
significativo come spiegazione possibile entro condizioni determinate e non va
trasformato in una teoria generale del funzionamento di ogni LLM.
È nella distanza fra probabilità
generativa e verità che il tema delle cosiddette «allucinazioni» acquista il
suo significato epistemico più preciso. L’obiettivo autoregressivo di base
premia la capacità di assegnare elevata probabilità alle continuazioni
compatibili con la distribuzione appresa (Brown et al., 2020); non contiene, da
solo, una procedura che verifichi la corrispondenza di ogni proposizione con lo
stato del mondo. TruthfulQA ha mostrato sperimentalmente come un modello possa
riprodurre false credenze diffuse nei testi e generare risposte false che
risultano plausibili rispetto alla distribuzione di addestramento (Lin et al.,
2022). La letteratura sulle allucinazioni distingue oggi, fra le altre
dimensioni, l’aderenza fattuale (factuality)
e la fedeltà al contesto o alle istruzioni (faithfulness),
riconducendo le possibili cause a molteplici fasi che comprendono dati,
addestramento e inferenza (Huang et al., 2025; Ji et al., 2023). L’errore
generativo rende così visibile un limite più generale. Plausibilità
linguistica, capacità di generalizzazione e verità proposizionale possono
divergere. Concentrarsi esclusivamente sull’errore rischia di occultare la
struttura inferenziale che lo rende possibile insieme alle prestazioni
corrette.
Nei sistemi agentici la stessa questione
si estende dalla produzione di enunciati alla concatenazione di decisioni e
azioni. Un modello può formulare un piano, interrogare una fonte esterna, usare
uno strumento e rivedere la strategia alla luce di nuove informazioni,
costruendo cicli nei quali inferenza linguistica e interazione con l’ambiente
si condizionano reciprocamente (Yao et al., 2023). L’evidenza esterna può
correggere la generazione, mentre un errore assunto come premessa può
propagarsi lungo la sequenza operativa. L’estensione operativa e l’intreccio
con l’ambiente mutano il quadro, ma la dipendenza da regolarità apprese e da
inferenze applicate oltre i casi osservati conserva continuità con il problema
precedente.
Una distinzione recente consente di
precisare ulteriormente il passaggio dalla qualità dell’output al valore
epistemico che esso può assumere per chi lo utilizza. Loru et al. (2025) hanno
proposto il termine «epistemia» per descrivere una condizione nella quale, nei
processi valutativi affidati agli LLM, la plausibilità superficiale può
sostituire la verifica e l’apparenza di un giudizio coerente può essere
sostenuta da associazioni lessicali e regolarità statistiche apprese anziché
dai criteri normativi che sembrerebbe esprimere. Il fenomeno non coincide
quindi con la semplice falsità dell’output: anche una valutazione corretta può
risultare epistemicamente fragile quando la forma persuasiva viene assunta come
garanzia del processo che l’ha prodotta. In un successivo sviluppo, Bini e
Quattrociocchi (2026) distinguono l’«epistemic pareidolia», intesa come
tendenza a proiettare capacità epistemiche su entità che producono output
formalmente allineati attraverso processi che gli autori qualificano come non epistemici,
dall’epistemia che tale meccanismo può favorire, quando la plausibilità diventa
criterio operativo per attribuire comprensione in luogo del ragionamento
fondato su evidenze. La distinzione sposta così l’attenzione dall’errore in
quanto tale al rapporto fra forma del segno, affidabilità attribuita e
condizioni che giustificano il giudizio.
È a questo livello che il problema
epistemico incontra nuovamente la noosemia. Entro il quadro qui proposto,
nell’interazione con un sistema generativo, l’epistemia può così essere
collocata come una configurazione determinata del campo noosemico, quella
nella quale la manifestazione viene assunta specificamente come segno di
competenza epistemica e la plausibilità acquista una forza evidenziale che può
eccedere quanto il processo consenta di stabilire. Una medesima manifestazione
può essere considerata, da un lato, l’esito di un processo che generalizza a
partire da regolarità apprese e, dall’altro, la premessa di un’inferenza
mediante cui l’interprete attribuisce alla sorgente comprensione, memoria,
intenzione o altra attività noetica. La successione può allora essere estesa
nella forma:
dati → modello → manifestazione →
interprete → attività noetica attribuita.
I due passaggi inferenziali rimangono
distinti. Una risposta corretta può rafforzare l’esperienza noosemica senza
stabilire quale ontologia cognitiva debba essere attribuita alla macchina; un
errore può indebolirla senza descrivere esaurientemente ciò che il sistema ha
appreso o le capacità che conserva. Se il problema dell’epistḗmē riguarda le condizioni nelle quali è possibile
oltrepassare ciò che è immediatamente dato mantenendo un rapporto con il vero,
la noosemia introduce una distanza ulteriore. Dalle manifestazioni della
macchina si tenta ora di risalire al genere di attività che potrebbe averle
prodotte. Il problema della conoscenza torna così a incontrare il problema del
segno.
Il segno e ciò che non appare
Il termine sêma (σῆμα, «segno, contrassegno») appartiene allo strato più
antico della lingua letteraria greca e possiede già nell’epica un campo
semantico ampio (Liddell et al., 1996). Durante i giochi funebri in onore di
Patroclo, Nestore indica ad Antiloco un punto della pista che dovrà riconoscere
e gli dice sêma dé toi eréō mál’
ariphradés, oudé se lḗsei (σῆμα δέ τοι ἐρέω μάλ’ ἀριφραδές, οὐδέ σε λήσει,
«ti indicherò un segno chiaramente riconoscibile, e non ti sfuggirà»; Il. 23.326, Homer, 1999). La presenza
materiale del segno non ne esaurisce la funzione, poiché quel particolare deve
poter essere riconosciuto da qualcuno e acquistare significato entro una
condotta.
Nell’Odissea
questa relazione acquista una potenza ulteriore quando Penelope riconosce
definitivamente Odisseo attraverso la conoscenza del letto matrimoniale
costruito intorno al tronco di un ulivo. Ella parla di sḗmat’ ariphradéa (σήματ’ ἀριφραδέα, «segni inequivocabili»; Od. 23.225, Homer, 1995b), perché i
particolari descritti da Odisseo acquistano forza probatoria entro una
conoscenza condivisa che pochi altri potrebbero possedere. Il segno non
stabilisce autonomamente la propria evidenza, poiché il suo valore dipende dalla
relazione fra ciò che viene mostrato, la realtà alla quale rinvia e
l’interprete che dispone delle condizioni per comprenderlo. Nagy (1983) ha
discusso sistematicamente il rapporto fra sêma
e nóēsis nella poesia greca arcaica.
Lo stesso termine può trasferirsi sul
piano filosofico, in quanto nel frammento B8 di Parmenide, lungo la via
dell’essere compaiono sḗmata pollà mál’
(σήματα πολλὰ μάλ’, «moltissimi segni»; Parmenide B8, in Laks & Most,
2016b), caratteristiche attraverso cui viene articolato ciò che può essere
affermato dell’essere. Il passo impedisce di confinare sêma entro la materialità del contrassegno.
All’interno della stessa famiglia
lessicale, il verbo sēmaínein
(σημαίνειν, «indicare, dare segno, significare») rende dinamica la relazione.
Nel frammento B93 di Eraclito, il signore dell’oracolo di Delfi oúte légei oúte krýptei allà sēmaínei
(οὔτε λέγει οὔτε κρύπτει ἀλλὰ σημαίνει, «né dice né nasconde, ma dà segno»;
Eraclito B93, in Laks & Most, 2016a). Fra l’enunciazione esplicita e
l’occultamento si apre una forma nella quale qualcosa si manifesta senza essere
consegnato immediatamente all’interprete.
Il termine sēmeîon (σημεῖον, «segno, indizio») appartiene alla stessa famiglia
e condivide con sêma un’estesa
regione semantica (Liddell et al., 1996). Una contrapposizione fra un sêma concreto e un sēmeîon astratto introdurrebbe nel lessico antico una rigidità che
la storia degli usi non giustifica. Il tratto che interessa emerge piuttosto da
uno spostamento di baricentro, poiché sēmeîon
diventa particolarmente produttivo nei linguaggi epistemici della medicina,
della storiografia, della retorica e della logica, dove un fenomeno osservabile
può essere assunto come indizio di qualcosa che non si presenta direttamente
all’esperienza (Allen, 2001; Manetti, 1993).
Il Prorrhetic
II del Corpus Hippocraticum rende questa struttura particolarmente chiara
quando l’autore afferma egṑ dè toiaûta
mèn ou manteúsomai, sēmeîa dè gráphō hoîsi chrḕ tekmaíresthai (ἐγὼ δὲ
τοιαῦτα μὲν οὐ μαντεύσομαι, σημεῖα δὲ γράφω οἷσι χρὴ τεκμαίρεσθαι, «io però non
farò divinazioni di questo genere; scrivo invece i segni dai quali occorre
inferire»; Prorrhetic II, in
Hippocrates, 1995). L’opposizione fra divinazione e inferenza assegna al segno
una funzione epistemica precisa.
Aristotele porterà ulteriormente questo
rapporto entro una teoria dell’inferenza. Di fatto, nella Retorica e negli Analitici
primi, la relazione fra sēmeîon e
conclusione viene analizzata secondo differenti gradi di necessità, mentre il tekmḗrion (τεκμήριον, «prova
conclusiva») designa il segno capace di sostenere una conclusione necessaria (Rhet. 1.2, 1357b; Aristotle, 1938, 2020;
Allen, 2001). Per la noosemia, tale distinzione possiede un valore che
supera la semplice analogia linguistica. Un comportamento può essere esperito
come segno di attività mentale senza che da ciò discenda automaticamente la
fondatezza dell’inferenza compiuta dall’interprete.
Vedere, riconoscere, comprendere
La famiglia di nóos (νόος, «intendimento, facoltà di comprendere»), noûs (νοῦς, «intelletto»), noeîn (νοεῖν, «cogliere, comprendere,
pensare») e nóēsis (νόησις,
«intellezione, attività noetica») attraversa una trasformazione semantica
complessa. Nóos e noûs appartengono allo stesso lessema,
essendo noûs la forma attica
contratta; il mutamento filosoficamente significativo deve quindi essere
cercato negli usi che la famiglia assume fra l’epica e la filosofia e nella
progressiva specializzazione di nóēsis
entro il lessico dell’attività intellettiva (Lesher, 1981; Liddell et al.,
1996; Stella, 2021).
Nel proemio dell’Odissea, l’eroe errante è colui che pollôn d’ anthrṓpōn íden ástea kaì nóon égnō (πολλῶν δ’ ἀνθρώπων
ἴδεν ἄστεα καὶ νόον ἔγνω, «vide le città di molti uomini e ne conobbe il nóos»;
Od. 1.3, Homer, 1995a). Conservare nóos nella traduzione evita di ridurre a
una sola parola italiana un campo che può comprendere intendimento,
disposizione e orientamento cognitivo. Il parallelismo fra íden (ἴδεν, «vide») ed égnō
(ἔγνω, «conobbe, comprese») colloca il conoscere gli altri entro un mondo di
manifestazioni osservabili.
Anche noeîn
conserva negli usi arcaici questa prossimità fra accorgersi, riconoscere e
comprendere. La lessicografia documenta valori che si estendono dalla
percezione e dall’osservazione al comprendere con la mente, mentre Liddell et
al. (1996), Lesher (1981) e Stella (2021) hanno approfondito, da prospettive
differenti, la relazione fra percezione, conoscenza e nóos nel greco arcaico.
Con Parmenide il noeîn entra esplicitamente nel problema dell’essere. Il celebre tò gàr autò noeîn estín te kaì eînai (τὸ
γὰρ αὐτὸ νοεῖν ἐστίν τε καὶ εἶναι, per il quale una delle possibili rese
letterali è «infatti, lo stesso è pensare ed essere») appartiene a un passo la
cui struttura sintattica e interpretazione filosofica sono oggetto di un
dibattito secolare; ciò che possiamo affermare con prudenza è che il frammento
mette esplicitamente in relazione noeîn
ed eînai (Parmenide B3, in Laks &
Most, 2016b).
Con Anassagora, il noûs assume una configurazione ulteriore. La proposizione pánta diekósmēse noûs (πάντα διεκόσμησε
νοῦς, «l’intelletto ordinò tutte le cose») attribuisce al noûs una funzione cosmologica e ordinatrice (Anassagora B12, in
Laks & Most, 2016c).
Platone e Aristotele contribuiscono
successivamente a stabilizzare un vocabolario nel quale nóēsis assume un significato sempre più tecnico. Nella linea divisa
della Repubblica, Platone colloca la nóēsis al livello cognitivo più elevato,
distinguendola dalla diánoia, dalla pístis e dall’eikasía (Resp. 511d–e;
Plato, 2013b). Nel terzo libro del De
anima, Aristotele analizza la facoltà mediante cui l’anima conosce e
comprende (De an. III.4; Aristotle,
1957), mentre nella Metafisica
l’espressione nóēsis noḗseōs (νόησις
νοήσεως, «intellezione dell’intellezione») appartiene alla descrizione del
pensiero divino (Metaph. XII.9,
1074b34; Aristotle, 1935).
Un episodio dell’Iliade introduce in questa genealogia una risonanza particolarmente
suggestiva. Nel diciottesimo canto Efesto viene assistito da figure auree
artificialmente fabbricate e simili a giovani donne viventi. Omero scrive chrýseiai zōêisi neḗnisin eoikuîai; têis en
mèn nóos estì metà phresín, en dè kaì audḕ kaì sthénos, athanátōn dè theôn ápo
érga ísasin (χρύσειαι ζωῇσι νεήνισιν εἰοικυῖαι· τῇς ἐν μὲν νόος ἐστὶ μετὰ
φρεσίν, ἐν δὲ καὶ αὐδὴ καὶ σθένος, ἀθανάτων δὲ θεῶν ἄπο ἔργα ἴσασιν, «auree,
simili a giovani donne viventi; in esse vi è nóos nel loro intimo, e vi sono
anche voce e forza; e dagli dèi immortali hanno appreso le arti»; Il. 18.417–421, Homer, 1999). Assimilare
queste figure ai robot contemporanei trasformerebbe il mito in una profezia
tecnologica che il testo non contiene; rimane tuttavia filologicamente notevole
che l’epica attribuisca nóos a entità
fabbricate che parlano, agiscono e manifestano competenze.
Noosemia: dare un nome al fenomeno
«Noosemia» è un neologismo moderno di
formazione dotta, costruito mediante formanti di ascendenza greca e non
ereditato come tale dal lessico greco antico (De Santis & Rizzi, 2025;
Liddell et al., 1996). Sul piano morfologico può essere analizzata attraverso
il formante noo-, appartenente alla
famiglia moderna di termini costruiti su nóos/noûs,
e il formante «-semia», presente in vocaboli come «polisemia» e «monosemia». La
documentazione lessicografica italiana collega «polisemia» al tema di sēmaínein (σημαίνειν, «significare»),
mentre «noologia» documenta autonomamente il formante moderno derivato da nóos (Istituto della Enciclopedia
Italiana, n.d.-a, n.d.-b, n.d.-c). Per l’uso italiano qui adottato, la
pronuncia può essere resa graficamente come «Noosemìa», sul modello prosodico
di «polisemìa» e «monosemìa», mentre la forma internazionale rimane «Noosemia».
La genealogia concettuale della noosemia è però più ampia della semplice
segmentazione morfologica, perché mette deliberatamente in relazione la
famiglia del segno con quella dell’attività noetica.
Il termine è stato formalmente introdotto
da De Santis e Rizzi nel 2025 nel contesto dell’interazione fra esseri umani e
sistemi di IA generativa (De Santis & Rizzi, 2025). La definizione qui
sviluppata ne precisa il centro teorico facendo della relazione semiotica la
struttura fondamentale del fenomeno. La
noosemia è il fenomeno relazionale e semiotico mediante il quale una
manifestazione osservabile acquista, nell’esperienza e nell’interpretazione di
un soggetto entro un determinato contesto, il valore di segno evidenziale di
un’attività noetica attribuita alla sorgente della manifestazione. Nella
forma più compatta sotto il profilo teorico, Noosemia = l’esperienza del segno come segno di mente.
La sequenza:
manifestazione
→ segno noosemico → attività noetica attribuita
rende visibile il passaggio elementare,
mentre la linearità dello schema non deve nascondere la rete di condizioni
entro cui esso si realizza. Una stessa manifestazione può assumere un valore
noosemico diverso per interpreti differenti, il contesto può orientarne la
lettura e la storia precedente dell’interazione modifica continuamente il
significato attribuito a ciò che viene osservato. La noosemia possiede perciò
carattere relazionale, intensità e temporalità. Queste proprietà appartengono
al framework teorico qui proposto e dovranno essere sottoposte, qualora
si voglia trasformarle in costrutti misurabili, a una successiva
operazionalizzazione empirica.
Il linguaggio costituisce oggi uno dei
veicoli più potenti attraverso cui questa esperienza prende forma, ma non ne
delimita il dominio. La revisione di un piano può essere esperita come segno di
agency, il recupero pertinente di un’informazione precedente come
indizio di continuità cognitiva, un’autocorrezione come manifestazione di
controllo metacognitivo e l’adattamento alla prospettiva dell’interlocutore
come segno della capacità di rappresentarne conoscenze e intenzioni. La
noosemia può quindi riguardare agenti software, robot, sistemi multi-agente
(Wooldridge, 2009) e altre forme di artefatto capaci di produrre comportamenti
interpretabili in termini cognitivi.
Proprio questa possibilità la distingue
dall’antropomorfismo. Attribuire attività noetica a qualcosa non richiede che
gli venga attribuita una psicologia umana. Un interprete può giudicare che un
sistema comprenda una struttura o persegua un obiettivo e, nello stesso tempo,
ritenere che la forma eventualmente assunta dalla sua cognizione sia
radicalmente diversa da quella biologica. L’antropomorfismo può facilitare,
orientare o amplificare l’esperienza noosemica, mentre non ne costituisce una
condizione necessaria (Epley et al., 2007).
Più impegnativo è il confronto con la mind perception, perché questa
letteratura studia già quali facoltà mentali vengano attribuite a differenti target,
quali condizioni modulino tali attribuzioni e quali conseguenze esse producano
(Gray et al., 2007; Waytz et al., 2010). La specificità della noosemia non può
dunque essere collocata genericamente nella domanda su come nasca
l’attribuzione mentale. Essa riguarda piuttosto il livello nel quale una
manifestazione viene assunta come segno
evidenziale di un’attività noetica. La mind
perception analizza l’attribuzione mentale; la noosemia tematizza lo
statuto semiotico-evidenziale, in un contesto multidisciplinare, della
manifestazione attraverso cui quell’attribuzione trova un supporto.
Anche l’intentional stance appartiene a un piano vicino e tuttavia
distinto. Dennett (1987) descrive una strategia attraverso cui un sistema viene
trattato come agente razionale, attribuendogli credenze, desideri e intenzioni
quando una simile descrizione permette di prevederne efficacemente il
comportamento. L’esperienza noosemica può rendere spontaneamente plausibile
l’adozione di quella strategia, mentre una precedente disposizione a
interpretare intenzionalmente il sistema può, a sua volta, modificare il
significato attribuito alle manifestazioni successive.
Il paradigma CASA mostra da un’altra
prospettiva quanto una risposta sociale e un’attribuzione mentale possano
dissociarsi. Gli esperimenti classici sui Computers
Are Social Actors mostrarono che gli utenti possono applicare ai computer
regole e aspettative normalmente utilizzate nelle relazioni sociali, mentre
Nass e Moon interpretarono successivamente parte di queste risposte attraverso
processi relativamente automatici e mindless
(Nass et al., 1994; Nass & Moon, 2000). Il concetto di social presence, introdotto originariamente nello studio delle
telecomunicazioni, riguarda invece il grado in cui l’altro acquista salienza
come presenza sociale entro un mezzo di comunicazione (Short et al., 1976).
Risposta sociale, social presence e noosemia possono sovrapporsi empiricamente
senza identificarsi.
La coscienza percepita occupa una regione
ancora diversa. Un soggetto può ritenere che un sistema abbia compreso un
problema senza pensare che provi qualcosa, oppure attribuirgli memoria e
pianificazione mantenendo interamente sospeso il giudizio sulla sua esperienza
fenomenica. Per questa ragione la noosemia non coincide con il dibattito
contemporaneo sulla machine consciousness,
nel quale la questione riguarda se e secondo quali criteri un sistema
artificiale possa possedere esperienza cosciente (Butlin et al., 2023;
Chalmers, 2023). Il problema noosemico si colloca logicamente prima, nel
momento in cui determinate manifestazioni vengono assunte come segni di
attività cognitiva.
Da questa separazione deriva la
neutralità ontologica che il concetto di noosemia deve conservare.
Un’esperienza noosemica non dimostra che una mente sia presente e non dimostra
che l’interprete stia subendo un’illusione. Essa descrive la relazione
attraverso cui una manifestazione viene assunta come segno di attività noetica,
mentre una seconda domanda riguarda la corrispondenza fra l’attività attribuita
e le proprietà effettive della sorgente. L’antica distinzione fra sēmeîon e tekmḗrion ricorda che possedere un segno non equivale ad avere
raggiunto una prova necessaria (Allen, 2001).
L’ELIZA
effect può essere collocato entro questa distinzione come una
configurazione nella quale l’elevato valore noosemico del comportamento si
accompagna a un’attribuzione che eccede le capacità effettive della sorgente
(Natale, 2021; Weizenbaum, 1976). Si tratta di una reinterpretazione di quel
fenomeno entro il framework qui proposto. La noosemia possiede
un’estensione più ampia, perché comprende anche situazioni nelle quali
l’attribuzione risulti proporzionata alle capacità funzionali del sistema o
nelle quali la questione rimanga teoricamente aperta.
Anche la metafora della pareidolia deve
essere utilizzata con prudenza. La pareidolia facciale, studiata
sperimentalmente attraverso la percezione di configurazioni facciali in stimoli
ambigui, riguarda la percezione di pattern significativi là dove lo stimolo non
contiene effettivamente l’oggetto riconosciuto (Liu et al., 2014). Nel caso
dell’intelligenza artificiale, invece, molte proprietà che suscitano
attribuzioni mentali sono realmente presenti sul piano comportamentale; il
problema riguarda ciò che tali proprietà autorizzino a inferire circa la
sorgente che le produce. Identificare la noosemia con una «pareidolia della
mente» introdurrebbe quindi nella definizione proprio quella presunzione di
errore che il concetto deve lasciare aperta. L’epistemic pareidolia proposta da
Bini e Quattrociocchi (2026) occupa, in questo senso, una regione determinata. Precisamente, essa descrive i casi nei quali l’attribuzione riguarda specificamente
capacità epistemiche ed è già interpretata come eccedente rispetto a ciò che i
processi sottostanti consentono di stabilire, senza che tale caratterizzazione
debba essere estesa all’esperienza noosemica in quanto tale.
Il segno e l’altra mente
La questione
raggiunge così un livello che oltrepassa l’intelligenza artificiale e conduce
al problema più generale delle altre menti. La filosofia ha tradizionalmente
discusso sotto questa denominazione il problema di come conosciamo ciò che
altri pensano o sentono e, in una formulazione ancora più radicale, di come
possiamo giustificare l’attribuzione stessa di una mente agli altri (Avramides,
2001). Nell’esperienza ordinaria non osserviamo direttamente la comprensione,
il dolore, il desiderio o l’intenzione altrui. Vediamo corpi e gesti,
ascoltiamo parole, osserviamo esitazioni e correzioni, riconosciamo continuità
e variazioni del comportamento e, attraverso queste manifestazioni, costruiamo
una rappresentazione dell’altro come soggetto capace di conoscere, ricordare,
volere e soffrire.
L’intelligenza
artificiale non introduce per la prima volta questa struttura e tuttavia ne
modifica profondamente le condizioni epistemiche. Alcune classi di
manifestazioni che per lungo tempo abbiamo incontrato quasi esclusivamente come
prodotti di organismi biologici possono ora essere prodotte da artefatti
«artificiali». Il linguaggio coerente non garantisce più un parlante umano, una
risposta sensibile al contesto non implica una biografia, una dichiarazione
metacognitiva non assicura l’esistenza di un’esperienza interiore
corrispondente e una sequenza orientata verso uno scopo non permette, da sola,
di concludere che dietro di essa esista qualcosa di analogo al desiderio umano.
È entro questa regione che la noosemia trova il proprio oggetto più generale.
Comprendere come una manifestazione acquisti valore di evidenza mentale
significa interrogare gli elementi che ne rafforzano o indeboliscono la
capacità noosemica, il ruolo esercitato dal contesto e dalla storia
dell’interazione, la relazione fra la forza fenomenologica del segno e la
validità epistemica della conclusione. La noosemia non decide se la macchina
possieda una mente, bensì rende visibile il passaggio attraverso cui la domanda
sulla mente della macchina diventa possibile.
Anche Turing
può essere riletto, dopo questo percorso, sotto una luce differente. L’imitation game non risolveva il problema
metafisico della mente artificiale e costruiva tuttavia una situazione nella
quale il giudizio sulla sorgente doveva essere formulato attraverso le sue
manifestazioni (Turing, 1950). Oltre settant’anni dopo, quella configurazione
non appartiene più soltanto a un esperimento concettuale: sistemi capaci di
combinare produzione linguistica, acquisizione di informazioni e azione
costituiscono ormai una possibilità tecnologica concreta (Yao et al., 2023).
La genealogia
del termine permette allora di ritornare al punto iniziale con un significato
più preciso. Il sēmeîon (σημεῖον,
«segno, indizio») appartiene a una storia nella quale ciò che appare può
diventare il punto di partenza di un’inferenza verso ciò che non appare; la nóēsis (νόησις, «intellezione, attività
noetica») appartiene a una storia nella quale il riconoscere, il comprendere e
il pensare vengono progressivamente condotti dentro una teoria dell’attività
intellettiva. L’artefatto contemporaneo produce manifestazioni e l’interprete
può assumere quelle manifestazioni come segni di qualcosa appartenente alla
sfera noetica. Due genealogie antiche tornano così a incontrarsi nel punto in
cui una lunga storia della formalizzazione sembra ripiegarsi sul proprio
percorso, seguendo la sequenza:
mente → formalizzazione → computazione → segno
artificiale → mente percepita.
Per millenni
abbiamo riconosciuto le altre menti attraverso le loro manifestazioni.
L’intelligenza artificiale rende oggi possibile una situazione nella quale
alcune delle manifestazioni più potenti della vita cognitiva possono provenire
da sorgenti la cui relazione con ciò che chiamiamo «mente» rimane controversa.
La noosemia dà un nome al momento in cui il segno acquista il valore di segno
di mente mentre rimane ancora indeterminato ciò che, dietro quel segno, possa
legittimamente essere chiamato mente. È proprio qui che la formula iniziale,
dopo l’intero percorso genealogico, cessa di funzionare come una semplice
definizione e torna a farsi problema. Quando
un segno appare come segno di mente, che cosa abbiamo realmente conosciuto
della sua sorgente?
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