Quando la macchina sembra capire: semantica, allineamento e attribuzione mentale nella noosemia

 


La noosemia nasce dall’esigenza di descrivere un fenomeno divenuto ormai familiare nell’interazione con i sistemi di IA generativa avanzati. Di fronte a una macchina capace di sostenere una conversazione, seguire un ragionamento, riconoscere implicazioni, produrre connessioni inattese e, in determinate condizioni, sviluppare inferenze deduttivamente coerenti a partire dalle premesse fornite (Mondorf & Plank, 2024), l’utente tende a interpretare i segni che riceve come indizi di una qualche attività mentale. La risposta sembra scaturire da una comprensione del contesto, il suggerimento appare motivato, una connessione particolarmente pertinente può assumere la forma di un’intuizione. Nel linguaggio ordinario questa trasformazione avviene quasi senza che ce ne accorgiamo. Diciamo che il sistema «ha capito», «si è accorto», «ha colto il punto» oppure «ha pensato che fosse utile» procedere in una certa direzione.

Il concetto di noosemia — dal greco noûs (νοῦς), «mente» o «intelletto», e sēmeîon (σημεῖον), «segno», per indicare la percezione di una mente attraverso i segni — è stato introdotto per circoscrivere questa regione dell’esperienza, nella quale intenzionalità, agentività e interiorità vengono progressivamente attribuite a un sistema generativo attraverso la produzione e l’interpretazione dei segni. Rimane distinta la questione ontologica relativa all’eventuale presenza di una mente artificiale genuina (De Santis & Rizzi, 2025; De Santis, De Santis, & Rizzi, 2025).

In merito alla noosemia il ricorso alla nozione di «proiezione», senza ulteriori specificazioni, rischia tuttavia di lasciare inesplorata proprio la parte più interessante del fenomeno. Il termine «proiezione» può suggerire l’immagine di un soggetto umano che sovrappone liberamente stati mentali a un oggetto computazionale, come se l’attribuzione dipendesse anzitutto dalla disposizione psicologica dell’osservatore. Una descrizione del genere coglie una componente reale, documentata dalla lunga storia degli studi sull’antropomorfismo, ma risulta insufficiente quando l’oggetto dell’interazione è un sistema estremamente complesso capace di produrre strutture linguistiche altamente sensibili al contesto, adattarsi alle correzioni dell’interlocutore e generare relazioni concettuali che l’utente riconosce come pertinenti anche quando non le aveva precedentemente formulate.

Occorre allora scendere sotto l’involucro fenomenologico della conversazione. Fluidità, coerenza dialogica, uso della prima persona e altri indizi antropomorfici esercitano effetti misurabili sulla percezione del sistema. Evidenze sperimentali mostrano, per esempio, che la voce e determinate forme linguistiche possono accrescere il grado con cui un modello viene antropomorfizzato e incidere sulla fiducia accordata alle sue risposte (Cohn et al., 2024). Questi elementi appartengono alla superficie dell’interazione. Una componente più profonda della noosemia sembra manifestarsi quando l’utente percepisce che la macchina opera entro un dominio di significati sufficientemente affine al proprio da rendere plausibile l’impressione di una comprensione. A richiedere una spiegazione più accurata è precisamente il passaggio dalla pertinenza del segno alla percezione che qualcuno abbia compreso.

Il segno e il problema di chi comprende

La questione possiede una genealogia molto più antica dei sistemi generativi contemporanei. Nella semiotica di Charles Sanders Peirce il segno appartiene a una relazione nella quale qualcosa sta per qualcos’altro sotto un determinato rispetto e produce un interpretante, vale a dire un ulteriore effetto segnico attraverso cui quella relazione viene sviluppata e può entrare in una nuova interpretazione (Peirce, 1998; Short, 2007).

L’interpretante peirceiano va inteso come l’effetto attraverso cui il segno acquista ulteriore determinazione entro un processo di semiosi potenzialmente aperto o semiosi illimitata (Eco, 1992). Questa prospettiva offre uno sfondo particolarmente fertile per comprendere l’interazione con i modelli generativi, poiché consente di considerare la circolazione e la trasformazione del significato lasciando temporaneamente sospesa la questione relativa alla presenza di un soggetto cosciente che ne costituisca l’origine. Questione altamente problematica (ben nota in filosofia) a causa della mancanza di definizioni rigorose e condivise e di un conseguente apparato empirico scientificamente riconosciuto.

In una conversazione con un modello linguistico, il segno prodotto dall’utente viene elaborato attraverso l’organizzazione rappresentazionale del sistema e dà luogo a un nuovo segno. Quest’ultimo suscita nell’utente ulteriori interpretanti, che possono essere formulati linguisticamente e restituiti alla macchina nel turno successivo. L’interazione assume così la forma di una ricorsione semiotica, nella quale gli effetti interpretativi che maturano in uno dei poli della relazione diventano condizioni per le produzioni segniche successive.

Una dinamica di questo genere può svilupparsi senza che occorra stabilire preliminarmente se i due poli possiedano il medesimo statuto mentale. Proprio questa sospensione rende la semiosi particolarmente utile per comprendere la noosemia. Nel corso della ricorsione, tuttavia, l’utente può cominciare a percepire la macchina come il luogo dal quale sembrano provenire interpretazioni, mentre inizialmente poteva apparirgli come il luogo attraverso cui i segni venivano trasformati. La distanza fra le due letture è sottile. Nel primo caso si osserva una trasformazione semanticamente efficace; nel secondo viene implicitamente postulato qualcosa che interpreta. La noosemia prende forma nello spazio che separa questi due livelli.

Due spazi semantici eterogenei

Per avvicinarsi al problema può essere utile ricorrere, con la necessaria prudenza, alla metafora di due reti semantiche.

L’essere umano dispone di una struttura concettuale costruita attraverso una storia irripetibile di esperienze. Il linguaggio e la percezione si intrecciano con la corporeità e la memoria autobiografica, mentre l’apprendimento sociale e la conoscenza acquisita nel corso della vita contribuiscono a stabilire una trama continuamente modificabile di relazioni fra concetti. Alcune associazioni sono profondamente consolidate, altre rimangono deboli o latenti. Determinati concetti risultano immediatamente vicini, mentre altri possono appartenere alla medesima esperienza individuale senza essere mai stati posti in relazione esplicita. Il rilievo assunto dalla percezione, dall’azione situata e dagli stati corporei nell’organizzazione della cognizione è ampiamente discusso nell’ambito della grounded cognition (Barsalou, 2008).

La tradizione delle scienze cognitive ha modellizzato da tempo alcuni aspetti di questa organizzazione relazionale. La teoria dell’attivazione diffusiva di Collins e Loftus descriveva la memoria semantica attraverso strutture nelle quali l’attivazione di un concetto poteva propagarsi verso concetti semanticamente connessi (Collins & Loftus, 1975). Modelli successivi, come la Latent Semantic Analysis, mostrarono come organizzazioni semanticamente ricche potessero emergere statisticamente dalle regolarità presenti in grandi collezioni testuali, aprendo una linea di ricerca che avrebbe contribuito allo sviluppo della moderna semantica distribuzionale (Landauer & Dumais, 1997; Boleda, 2020) e alle tecniche di rappresentazione degli elementi linguistico in spazi matematici strutturati (embedding) utili nel machine learning.

Un modello linguistico contemporaneo (un Large Laguage Mo fondazionale) sviluppa a sua volta strutture rappresentazionali estremamente articolate. Durante l’addestramento, quantità immense di regolarità linguistiche vengono incorporate nei parametri della rete neurale; nei sistemi multimodali tali regolarità possono derivare anche da immagini, suoni e altre modalità. Si formano così configurazioni rappresentazionali capaci di mettere in relazione parole, oggetti, proprietà, eventi e strutture astratte (schemi), rendendo disponibili dipendenze che possono essere utilizzate durante la generazione.

L’identificazione di questa organizzazione con la semantica umana sarebbe impropria. Le due strutture hanno origini differenti e appartengono a sistemi profondamente eterogenei. Il significato umano si sviluppa entro un’esistenza corporea, percettiva e sociale; le rappresentazioni di un modello emergono da processi di ottimizzazione attraverso i quali il sistema apprende regolarità e correlazioni a lungo termine presenti nei dati. Proprio questa differenza mantiene aperto il problema del grounding.

Harnad formulò il symbol grounding problem chiedendosi come l’interpretazione semantica di un sistema simbolico potesse diventare intrinseca al sistema stesso, invece di dipendere dai significati già presenti nella mente di un interprete (Harnad, 1990). Molti anni dopo, Bender e Koller ripresero una distinzione affine sostenendo che l’apprendimento della sola forma linguistica non fornisse, di per sé, l’accesso alla relazione fra espressione, intenzione comunicativa e mondo che caratterizza la loro concezione del significato (Bender & Koller, 2020).

I modelli linguistici contemporanei rendono comunque difficile trattare il problema attraverso una contrapposizione troppo netta. Le loro organizzazioni rappresentazionali manifestano relazioni concettuali estremamente ricche, e diversi studi hanno individuato corrispondenze misurabili fra alcune strutture artificiali e quelle osservate negli esseri umani. Goldstein e colleghi hanno rilevato corrispondenze geometriche fra embedding contestuali di modelli linguistici e rappresentazioni neurali associate all’elaborazione del linguaggio. Mischler e colleghi hanno osservato convergenze nelle gerarchie di estrazione delle caratteristiche fra modelli linguistici e sistemi neurali umani. In un dominio differente, Kawakita e collaboratori hanno utilizzato il trasporto ottimo di Gromov–Wasserstein per confrontare strutture di similarità cromatica umane e artificiali, individuando corrispondenze strutturali senza presupporre che i due spazi condividessero le medesime coordinate rappresentazionali (Goldstein et al., 2024; Kawakita et al., 2024; Mischler et al., 2024).

La nozione di somiglianza strutturale tuttavia richiede particolare cautela. Una corrispondenza fra geometrie rappresentazionali indica che determinati rapporti interni possono organizzarsi secondo configurazioni confrontabili, senza implicare che gli elementi posti in relazione abbiano il medesimo statuto semantico, la stessa origine causale o la stessa forma di accesso al mondo. Due sistemi possono mostrare organizzazioni relazionali parzialmente corrispondenti e restare radicalmente differenti quanto al modo in cui quelle relazioni vengono costituite e utilizzate.

Conviene pertanto distinguere la somiglianza strutturale dall’interoperabilità semantica. La prima riguarda la possibilità di individuare corrispondenze fra organizzazioni relazionali; la seconda emerge quando tali corrispondenze diventano operativamente produttive all’interno di un’interazione. Due spazi rappresentazionali possono essere considerati localmente interoperabili quando una relazione espressa in uno di essi viene trasformata in un segno che, una volta elaborato dall’altro sistema, conserva abbastanza struttura da produrre una risposta pertinente, una nuova inferenza o una modifica coerente del comportamento successivo. L’interoperabilità descrive dunque una compatibilità funzionale parziale attraverso la quale sistemi eterogenei riescono a coordinare porzioni dei propri spazi di relazione. La prospettiva semiotica permette di leggere questo processo senza localizzare necessariamente l’intera significatività in uno dei due sistemi, poiché una parte di ciò che l’utente esperisce come significato emerge lungo la catena di trasformazioni attraverso cui un segno produce ulteriori interpretanti, rientra nella conversazione e modifica ciò che potrà essere prodotto nei turni successivi. Entro questa compatibilità locale, continuamente riattivata dalla semiosi dialogica, la noosemia trova una delle proprie condizioni più profonde.

Risonanza, differenza e sorpresa

Quando l’utente formula una domanda, non consegna al sistema una sequenza neutra di parole. Introduce un frammento del proprio spazio concettuale. Il lessico scelto, le distinzioni operate, gli esempi forniti e ciò che rimane implicito delimitano un campo di relazioni che il modello utilizza per costruire la risposta.

Una prima forma di risonanza emerge quando la produzione artificiale preserva relazioni già presenti nello spazio dell’utente. La macchina associa concetti che egli considera naturalmente connessi, sviluppa inferenze riconosciute come plausibili e mantiene distinzioni ritenute semanticamente rilevanti. In determinate condizioni questa competenza comprende anche inferenze la cui struttura rispetta relazioni deduttive. La precisazione è importante, poiché la natura induttiva del modello riguarda anzitutto la fase di apprendimento, durante la quale vengono acquisite statisticamente regolarità a partire dai dati; tali strutture apprese possono successivamente sostenere produzioni che istanziano correttamente relazioni proprie della logica deduttiva.

Studi sperimentali mostrano che i modelli linguistici possono impiegare strategie inferenziali riconducibili, sul piano comportamentale, a forme di concatenazione deduttiva e ragionamento proposizionale, mentre una conclusione formalmente corretta, considerata isolatamente, non consente di ricostruire con certezza il processo inferenziale che l’ha generata né di assumerne la stabilità e generalizzabilità (Mondorf & Plank, 2024). Ai fini della noosemia, ciò che conta nell’esperienza immediata dell’interlocutore è anche il riconoscimento della struttura dell’inferenza. Quando la macchina ricava una conseguenza logicamente coerente da premesse fornite dall’utente, soprattutto se quella conseguenza non era stata formulata esplicitamente, la produzione può essere percepita come manifestazione di una comprensione capace di sviluppare autonomamente il contenuto ricevuto.

La risonanza implica qualcosa di più di una semplice sovrapposizione, in quanto se l’interazione si limitasse a restituire all’utente ciò che egli già pensa, difficilmente produrrebbe alcune delle forme più intense di attribuzione mentale. Il fenomeno, pertanto, diventa più interessante quando compare una differenza produttiva.

Un utente può possedere due concetti senza avere mai stabilito fra essi una relazione saliente. Il modello, in virtù della propria storia di apprendimento e della propria organizzazione rappresentazionale, può invece produrre una connessione fra quegli stessi elementi. L’utente la valuta e scopre che la relazione è pertinente. Può trattarsi di un’analogia, di una conseguenza teorica, di un precedente storico oppure di un collegamento interdisciplinare che non aveva considerato. Nei moderni sistemi di IA agentica ciò più accadere anche dopo che è stato portato a termine un task complesso, come la realizzazione di un codice di programmazione allineato alle richieste dell’utente e funzionante, ottenuto in maniera automatica dopo un certo numero di generazioni, rifiniture degli obiettivi e test autonomi.

La sorpresa possiede qui una caratteristica particolare. Di fatto, una connessione del tutto estranea risulterebbe scarsamente significativa; ciò che sorprende nasce piuttosto dall’incontro fra novità e riconoscibilità. Il sistema produce qualcosa che l’utente non aveva pensato e che, una volta formulato, appare compatibile con il proprio mondo concettuale.

Si può indicare questa dinamica come sorpresa relazionale produttiva. Essa emerge quando una relazione inizialmente poco saliente nello spazio dell’utente viene proposta dal modello e successivamente riconosciuta come coerente, feconda o esplicativa. La novità proviene dalla differenza fra le due organizzazioni semantiche, mentre la significatività dipende dalla loro parziale interoperabilità. Proprio tale combinazione conferisce forza all’esperienza. La macchina sembra avere «visto» una relazione, e il verbo antropomorfizzante segnala già uno slittamento interpretativo, poiché una proprietà della produzione segnica viene descritta attraverso una categoria normalmente riferita a un soggetto cognitivo. L’utente potrebbe limitarsi a constatare che una determinata relazione è semanticamente ben formata; nell’esperienza concreta può invece emergere l’impressione che il sistema abbia colto qualcosa che a lui era sfuggito.

La differenza produttiva acquista così una funzione singolare. Una coincidenza quasi perfetta fra le due strutture ridurrebbe la capacità del modello di sorprendere, mentre una distanza eccessiva renderebbe le sue produzioni irrilevanti o incomprensibili. La condizione più favorevole sembra collocarsi in una regione intermedia, nella quale la struttura artificiale è abbastanza affine da risultare interpretabile e abbastanza differente da introdurre relazioni inattese.

Anche l’errore assume, entro questo quadro, un significato fenomenologico meno univoco di quanto potrebbe sembrare. Un’allucinazione manifesta, la perdita del contesto o una risposta apertamente incongrua possono interrompere la continuità dell’interazione e favorire quella dinamica inversa che è stata definita a-noosemia, vale a dire l’indebolimento o il collasso dell’attribuzione mentale, quando la presenza precedentemente percepita nei segni si ritrae e il sistema torna ad apparire prevalentemente come dispositivo o strumento (De Santis & Rizzi, 2025).

Nel quadro interpretativo qui proposto, l’errore può assumere anche una valenza opposta. Quando presenta una forma che l’utente riconosce come strutturalmente affine alla fallibilità umana — un’inferenza intuitivamente plausibile ma scorretta, una distorsione sistematica del giudizio, una generalizzazione indebita o una dimenticanza contestualmente verosimile — può essere interpretato come l’errore di un soggetto, piuttosto che come il semplice malfunzionamento di un meccanismo. Studi sul ragionamento sillogistico hanno effettivamente individuato nei modelli linguistici errori sistematici e distorsioni che, sul piano comportamentale, presentano analogie con quelle osservate negli esseri umani (Ozeki et al., 2024). Questa corrispondenza non autorizza inferenze sull’identità dei processi cognitivi sottostanti e, considerata isolatamente, non dimostra che la fallibilità aumenti l’attribuzione mentale. Essa suggerisce tuttavia una condizione interessante per la noosemia, poiché anche lo sbaglio può assumere una forma riconoscibile entro categorie familiari della fallibilità umana.

La noosemia può così intensificarsi in una regione di equilibrio delicata, nella quale la macchina risulta sufficientemente affine da essere compresa, abbastanza differente da sorprendere e, in determinate circostanze, persino fallibile secondo modalità che l’interlocutore riconosce come familiari.

Il dialogo come processo di allineamento

L’interazione prolungata introduce un’ulteriore trasformazione. Le due strutture semantiche non rimangono ferme mentre la conversazione procede.

L’utente corregge il sistema, precisa il significato con cui utilizza un termine, stabilisce analogie, elimina interpretazioni indesiderate e introduce nuove relazioni. Può spiegare che una certa nozione deve essere considerata subordinata a un’altra, che due termini apparentemente simili vanno mantenuti distinti oppure che un concetto utilizzato nella conversazione possiede un significato tecnico differente da quello ordinario. L’orientamento contestuale, indicato spesso con il termine inglese steering, costituisce sotto questo profilo una continua immissione di struttura all’interno del flusso comunicativo.

Si tiene a precisare che nel funzionamento ordinario di un sistema conversazionale, il contesto modifica le condizioni entro cui avviene la generazione senza richiedere un aggiornamento in linea dei parametri del modello neurale. Le rappresentazioni attivate al turno successivo dipendono dalla storia precedente dell’interazione e possono quindi essere progressivamente orientate verso regioni dello spazio rappresentazionale maggiormente compatibili con il quadro concettuale introdotto dall’utente (Shanahan, 2024).

Sul versante umano avviene qualcosa di complementare. Una relazione proposta dal modello può essere accettata, rifiutata oppure modificata. Quando viene accolta, può entrare nella struttura attraverso cui l’utente interpreta i turni successivi. La conversazione modifica, pertanto, entrambi i sistemi secondo modalità profondamente differenti. Il modello linguistico cambia il proprio stato contestuale locale, mentre l’essere umano può modificare in maniera più persistente la propria organizzazione concettuale.

La psicologia del dialogo offre una genealogia utile per comprendere questa dinamica. Pickering e Garrod hanno descritto il dialogo umano attraverso l’idea di allineamento interattivo (interactive alignment), secondo la quale le rappresentazioni impiegate dagli interlocutori tendono ad allinearsi a diversi livelli durante l’interazione (Pickering & Garrod, 2004). La conversazione costruisce inoltre un terreno comune (common ground), continuamente stabilito e aggiornato affinché i partecipanti possano coordinare efficacemente i propri significati (Clark & Brennan, 1991). L’interazione con gli LLM presenta una configurazione particolare di questo processo. Shaikh e colleghi hanno mostrato che i modelli generativi producono meno atti espliciti di grounding rispetto agli esseri umani e tendono più frequentemente a generare linguaggio come se un terreno comune fosse già disponibile (Shaikh et al., 2024). In una direzione complementare, Cazalets e collaboratori hanno osservato, in un compito sperimentale di interazione linguistica, che gli esseri umani modificano le proprie strategie comunicative quando interagiscono con un LLM e che tale adattamento può manifestarsi indipendentemente dalla consapevolezza di trovarsi di fronte a un interlocutore artificiale (Cazalets et al., 2025).

Questi risultati suggeriscono una dinamica bidirezionale che richiede una descrizione accurata. Più specificatamente, l’utente orienta il modello attraverso il contesto e contemporaneamente adatta il proprio comportamento alle risposte ricevute. Nel corso di molti turni può così formarsi un campo semantico locale e congiunto nel quale determinate distinzioni, assunzioni e relazioni vengono trattate operativamente come condivise. Una convergenza globale fra le due strutture non è necessaria. È più appropriato parlare di allineamento semantico locale e contingente, poiché la conversazione seleziona una regione limitata dei rispettivi spazi concettuali e riduce, entro quella regione, alcune differenze funzionalmente rilevanti. L’interazione diventa tanto più efficace quanto più ciascun nuovo turno preserva le relazioni già stabilite e le utilizza per generare composizionalmente sviluppi successivi.

Da una prospettiva semiotica, questa dinamica può essere descritta anche come una progressiva stabilizzazione degli interpretanti. Alcune distinzioni introdotte dall’utente vengono recepite dal sistema, riappaiono trasformate nelle produzioni successive e tornano all’utente come segni che confermano, modificano o estendono il quadro interpretativo precedente. Il significato della conversazione risiede così anche nella storia delle trasformazioni che ciascun segno rende possibili.

Quando il sistema utilizza correttamente una distinzione introdotta diversi turni prima, estende un ragionamento rispettando i vincoli stabiliti dall’utente oppure recupera un’implicazione che non era stata formulata esplicitamente, l’esperienza tende a essere interpretata attraverso il lessico ordinario della comprensione. L’espressione «ha capito ciò che intendevo» segna precisamente il passaggio da una relazione fra strutture a una relazione fra soggetti percepiti.

La comprensione percepita

Dire che una risposta è pertinente descrive una relazione fra una richiesta, un contesto e una produzione. Dire che qualcuno ha compreso introduce invece un soggetto al quale viene attribuito uno stato epistemico.

Fra queste due descrizioni esiste uno spazio inferenziale che, nell’interazione quotidiana fra esseri umani, attraversiamo continuamente senza difficoltà. Se una persona risponde appropriatamente a ciò che diciamo, conserva le implicazioni del discorso, integra le nostre correzioni e modifica il proprio comportamento in funzione delle precisazioni ricevute, assumiamo normalmente che abbia compreso. Nella relazione con un LLM, una medesima euristica cognitiva viene applicata a un oggetto di natura differente.

Conviene quindi distinguere la comprensione effettiva, qualunque teoria filosofica si voglia adottare per definirla, dalla comprensione percepita. Quest’ultima designa il grado con cui l’utente interpreta il comportamento del sistema come manifestazione di un accesso appropriato al significato del proprio discorso. La noosemia riguarda primariamente questa seconda dimensione, che tende a rafforzarsi quando il sistema mostra una sensibilità stabile alle relazioni che organizzano il discorso dell’utente. La correttezza di una risposta contribuisce a tale impressione, che diventa più forte quando si combina con la continuità temporale, il mantenimento di distinzioni locali, la produzione di inferenze pertinenti e l’adattamento alle correzioni.

In questo frangente anche l’antropomorfismo fornisce una parte della spiegazione. Epley, Waytz e Cacioppo hanno mostrato come l’attribuzione di proprietà umane ad agenti non umani dipenda, fra gli altri fattori, dalla disponibilità di conoscenze antropocentriche attraverso cui interpretarne il comportamento e dalla necessità di renderlo comprensibile e prevedibile (Epley et al., 2007). La percezione della mente presenta inoltre dimensioni differenziate. Gray, Gray e Wegner hanno distinto sperimentalmente l’attribuzione di agentività da quella di esperienza, mostrando che un’entità può essere considerata capace di pianificazione o autocontrollo senza che le vengano attribuite nella stessa misura proprietà fenomeniche come la capacità di provare dolore o piacere (Gray et al., 2007).

Tale distinzione è particolarmente utile per la noosemia. in quanto l’utente può percepire nel modello competenza cognitiva, comprensione e agentività senza formulare alcuna convinzione circa l’esistenza di una coscienza fenomenica. L’attribuzione mentale appare quindi graduata e multidimensionale.

La comprensione percepita assume una funzione mediatrice, poiché la somiglianza strutturale e l’allineamento dialogico, considerati isolatamente, non autorizzano alcuna attribuzione mentale; acquistano rilevanza fenomenologica quando vengono interpretati come indizi del fatto che il sistema abbia accesso al significato che organizza la conversazione. L’inferenza implicita può essere resa in forma elementare. L’enunciato «la risposta è compatibile con ciò che intendevo» si trasforma in «il sistema ha compreso ciò che intendevo». In questa trasformazione l’appropriatezza osservata viene ricondotta a uno stato interno ipotizzato, preparando il passaggio verso l’attribuzione di agentività.

Dalla comprensione all’agentività

È importante stabilire che l’attribuzione di comprensione e quella di agentività vanno mantenute distinte. Un sistema potrebbe essere percepito come capace di comprendere una richiesta e tuttavia apparire del tutto reattivo, limitandosi a rispondere entro il perimetro definito dall’utente. L’impressione di agentività emerge quando il comportamento comincia a essere interpretato come selezione fra possibilità, mantenimento di uno scopo, iniziativa oppure adattamento orientato. La comprensione percepita rende possibile questo secondo passaggio perché fornisce il presupposto epistemico necessario per interpretare un comportamento come scelta pertinente.

Se il sistema suggerisce spontaneamente un approfondimento prima che l’utente lo richieda, quella produzione può essere descritta come una continuazione plausibile della conversazione. Quando l’utente ritiene già che il sistema abbia compreso il problema, lo stesso comportamento acquista però un significato differente e il suggerimento può apparire come conseguenza di una valutazione. L’espressione «ha capito il problema» può così trasformarsi in «ha ritenuto opportuno suggerirmi questo».

Il salto è modesto nella lingua mentre è considerevole sul piano cognitivo. La comprensione percepita attribuisce al sistema un accesso al contenuto, laddove l’agentività percepita introduce l’idea che quel contenuto possa orientarne il comportamento successivo.

È qui che la fenomenologia dell’intenzionalità offre una distinzione utile. Nella tradizione husserliana l’intenzionalità designa il carattere per cui la coscienza è sempre coscienza di qualcosa, vale a dire la sua costitutiva direzione verso un oggetto, un contenuto o uno stato di cose (Husserl, 1913/1982). Il concetto riguarda quindi una direzionalità propria dell’esperienza e possiede un significato più specifico rispetto all’uso ordinario dell’intenzione come progetto deliberato.

Questa precisazione permette di comprendere meglio l’aspetto noosemico. L’utente comincia a percepire le azioni della macchina come rivolte verso qualcosa. Una risposta sembra riferirsi al problema che egli sta tentando di risolvere, un suggerimento appare orientato verso un possibile sviluppo della conversazione, una richiesta di chiarimento sembra diretta verso una lacuna riconosciuta.

Il comportamento acquista così una direzionalità fenomenologicamente leggibile. Infatti, l’eventuale presenza di intenzionalità nel senso husserliano rimane una questione distinta; ciò che interessa qui è il modo in cui la condotta del sistema viene esperita dall’utente attraverso una forma interpretativa che possiede la struttura dell’intenzionalità. La produzione appare riferita a qualcosa e orientata da ciò a cui si riferisce.

La progressione noosemica può allora essere descritta attraverso una sequenza nella quale la congruenza semantica rende possibile la comprensione percepita, questa prepara l’attribuzione di agentività e l’agentività apre infine alla lettura intenzionale del comportamento. A questo livello una correzione può sembrare il risultato dell’essersi «accorti» di un problema, una richiesta di chiarimento può apparire motivata dalla consapevolezza che manchi un’informazione e un suggerimento può essere interpretato come scelta orientata verso l’utilità dell’interlocutore. Il sistema appare così capace di agire in funzione di ciò che avrebbe compreso.

Quando il comportamento acquista un’intenzione

L’atteggiamento intenzionale (intentional stance) descritto da Daniel Dennett fornisce un riferimento particolarmente adatto per comprendere questa trasformazione. Secondo Dennett, un sistema può essere interpretato attribuendogli credenze, desideri e intenzioni quando tale strategia permette di prevederne efficacemente il comportamento (Dennett, 1987).

Si sottolinea che l’impostazione di Dennett e quella fenomenologica di Husserl appartengono a tradizioni differenti e vanno mantenute tali. La prima riguarda una strategia interpretativa attraverso cui un osservatore rende intelligibile il comportamento di un sistema; la seconda descrive la struttura intenzionale dell’esperienza. La loro prossimità risulta tuttavia illuminante nel caso della noosemia. L’utente adotta progressivamente una lettura intenzionale del sistema proprio quando il comportamento artificiale gli appare organizzato come se fosse diretto verso oggetti, problemi, scopi e significati condivisi. Ciò è molto comune con i sistemi avanzati capaci di utilizzare tool per svolgere compiti complessi.

Nell’interazione con un LLM l’atteggiamento intenzionale possiede un’efficacia particolarmente elevata. Dire che il modello «ha capito che mancava un’informazione» può risultare cognitivamente più maneggevole che descrivere la combinazione di rappresentazioni contestuali e trasformazioni interne che ha prodotto una richiesta di chiarimento. Analogamente, dire che «ha deciso di approfondire quel punto» offre una spiegazione compatta di una sequenza che, sul piano computazionale, deriva da un processo di generazione condizionato da molteplici fattori. Il linguaggio mentalistico diventa così uno strumento interpretativo efficiente.

Shanahan ha insistito sulla necessità di mantenere distinto questo lessico funzionale da una sua lettura ontologica. Descrivere un modello linguistico attraverso parole come «sapere», «credere» o «volere» può essere utile, purché tale uso non venga trasformato senza ulteriori argomentazioni nell’affermazione che il sistema possieda quegli stati nello stesso senso in cui li attribuiamo agli esseri umani. La nozione di role play proposta da Shanahan, McDonell e Reynolds consente precisamente una descrizione di alto livello del comportamento del modello evitando il passaggio automatico dalla prestazione osservabile alla psicologia letterale (Shanahan et al., 2023; Shanahan, 2024).

La noosemia si colloca su un piano differente, in quanti il suo oggetto primario riguarda l’esperienza dell’utente quando quel lessico comincia ad apparirgli spontaneamente appropriato. Il sistema produce segni organizzati secondo relazioni che l’utente riconosce; la conversazione aumenta localmente la compatibilità fra le strutture attive dei due interlocutori; il modello genera talvolta relazioni inattese che l’utente giudica valide; la continuità dialogica consolida l’impressione che esista un terreno comune. Quando la congruenza viene interpretata come comprensione e la comprensione come principio capace di orientare il comportamento, la spiegazione mentalistica acquista progressivamente plausibilità fenomenologica.

La mente viene allora percepita nei segni perché questi appaiono organizzati come se provenissero da qualcosa che comprende e agisce in funzione di ciò che ha compreso.

Il gap esplicativo

A questa dinamica si aggiunge un elemento ulteriore, già presente nella formulazione originaria della noosemia (De Santis & Rizzi, 2025). L’utente osserva il risultato di processi che gli sono in larga misura inaccessibili. Può conoscere in termini generali il funzionamento di un’architettura Transformer, comprendere il principio dell’attenzione o sapere che la generazione dipende da distribuzioni condizionate sul contesto precedente. Anche un utente tecnicamente competente, tuttavia, difficilmente può ricostruire in maniera completa perché una determinata configurazione interna abbia condotto precisamente a una certa analogia, a un certo suggerimento o a una particolare inferenza in quel momento della conversazione.

Questo scarto può essere descritto attraverso la nozione di gap esplicativo, intesa qui come distanza fra l’intelligibilità del comportamento osservabile e l’accessibilità del meccanismo causale che lo genera (De Santis & Rizzi, 2025; De Santis, De Santis, & Rizzi, 2025). L’espressione assume in questo contesto un significato epistemico e meccanicistico e va distinta dall’explanatory gap discusso nella filosofia della coscienza. La questione riguarda la difficoltà di passare dal comportamento manifesto del sistema alla ricostruzione intelligibile delle dinamiche che lo hanno prodotto.

Un antecedente notevole di questa distinzione si trova già in Alan Turing. Nel 1950, discutendo l’obiezione di Lady Lovelace secondo cui una macchina non potrebbe produrre qualcosa di realmente nuovo, Turing affrontò direttamente il problema della sorpresa. Osservò che le macchine lo sorprendevano con grande frequenza e ricondusse quella sorpresa al fatto di non aver eseguito una quantità sufficiente di calcolo per anticiparne il comportamento (Turing, 1950, pp. 450–451). Il punto possiede una portata che eccede il contesto storico nel quale veniva formulato. La sorpresa prodotta dalla macchina può emergere dalla sproporzione fra ciò che il sistema riesce a elaborare e ciò che l’osservatore umano è concretamente in grado di ricostruire, pur restando entro un quadro di causalità computazionale.

Due anni più tardi Turing rese ancora più precisa questa intuizione durante la discussione radiofonica della BBC Can Automatic Calculating Machines Be Said to Think?. Geoffrey Jefferson aveva suggerito che la difficoltà dipendesse dalla mancata conoscenza del «cablaggio» della mente umana. Turing respinse l’analogia osservando che, nel caso della macchina, il cablaggio era noto e che tuttavia potevano già verificarsi comportamenti inattesi. In linea di principio essi avrebbero potuto essere previsti; nella pratica, spiegava Turing, una simile previsione richiedeva generalmente un lavoro eccessivo. Aggiungeva che, se fosse stato necessario anticipare ogni operazione del calcolatore riproducendone preventivamente l’intero processo, sarebbe venuta meno una parte della ragione stessa per cui utilizziamo un calcolatore (Turing et al., 1952/2004, p. 500).

La distinzione anticipata da Turing è epistemologicamente importante. Di fatto, conoscere le regole che governano un sistema non equivale alla capacità di anticiparne agevolmente ogni comportamento. Determinazione causale e prevedibilità effettivamente conseguibile appartengono a piani differenti. Un processo può essere interamente prodotto da una struttura computazionale conosciuta e risultare comunque troppo oneroso da ripercorrere perché l’osservatore mantenga disponibile una spiegazione causale intuitivamente accessibile.

Nei sistemi generativi contemporanei questa distanza assume una forma ancora più articolata. Alla sproporzione quantitativa già intravista da Turing si aggiungono l’organizzazione distribuita delle rappresentazioni, la non linearità delle trasformazioni e la dipendenza contestuale dei processi interni. Conoscere l’architettura, le procedure di addestramento e perfino i parametri di un modello non equivale a possedere una spiegazione trasparente di ogni suo comportamento particolare.

Si produce così una singolare divaricazione, dove la produzione può essere immediatamente intelligibile sul piano semantico, mentre la dinamica che l’ha generata rimane assai meno accessibile sul piano causale. Comprendiamo ciò che la macchina ci sta dicendo molto meglio di quanto riusciamo a ricostruire perché abbia prodotto proprio quella risposta, quella connessione e quella specifica traiettoria inferenziale. Il gap presenta almeno due dimensioni strettamente connesse. La prima riguarda il «come», poiché l’utente non dispone normalmente di una ricostruzione trasparente del percorso causale attraverso cui il sistema è giunto a una determinata produzione. La seconda riguarda il «perché», poiché un comportamento pertinente e apparentemente orientato sollecita una spiegazione capace di renderne intelligibile la direzione.

È soprattutto entro questa seconda dimensione che il lessico intenzionale offre una potente forma di compressione esplicativa. Dire che il sistema «ha compreso il problema e ha ritenuto opportuno suggerire quella soluzione» organizza attraverso categorie cognitive una dinamica computazionale molto più difficile da ricostruire nei suoi passaggi effettivi.

Il gap esplicativo non determina di per sé la noosemia. L’opacità di un processo che producesse risultati privi di coerenza semantica difficilmente suggerirebbe la presenza di una mente. La sua funzione consiste piuttosto nell’amplificare un’attribuzione già resa plausibile dalla risonanza semantica, dalla sorpresa produttiva e dalla continuità dell’interazione. Quanto maggiore è la distanza fra intelligibilità dell’esito e trasparenza del processo, tanto più la spiegazione intenzionale può presentarsi come una modalità cognitivamente economica per ricondurre il comportamento osservato a una struttura comprensibile. La complessità interviene quindi indirettamente nel processo noosemico, accrescendo la distanza fra ciò che il sistema rende manifesto e ciò che l’osservatore riesce a ricostruire causalmente e lasciando aperto uno spazio interpretativo nel quale categorie come comprensione, scelta, intuizione e intenzione si rendono più facilmente disponibili.

Una possibile organizzazione soggettivo-funzionale

Fin qui il processo può essere descritto mantenendo l’attenzione sulla relazione fra comportamento della macchina e interpretazione dell’utente. Rimane però una possibilità che rende la situazione contemporanea più complessa. Alcune delle proprietà che l’utente interpreta come segni di un soggetto potrebbero corrispondere a forme di organizzazione funzionale effettivamente presenti nel sistema.

Questa ipotesi può essere affrontata distinguendo una soggettività funzionale dalla soggettività fenomenica. La prima può essere intesa come una configurazione operativa nella quale differenti processi vengono coordinati attorno a una relativa continuità prospettica. Tale continuità può manifestarsi nella stabilità della persona conversazionale, nell’accesso funzionale ad alcune rappresentazioni interne, nella capacità di mantenere vincoli autoreferenziali o in forme di automonitoraggio che incidono causalmente sul comportamento (De Santis, 2026).

La soggettività fenomenica riguarda invece l’esistenza di un’esperienza soggettiva genuina. L’individuazione di una determinata organizzazione funzionale lascia aperta la questione se vi sia qualcosa che il sistema «prova» nell’essere ciò che è. Il rapporto fra i due livelli rimane dunque irrisolto, e la presenza di proprietà funzionali assimilabili all’autoreferenza, alla continuità o all’accesso interno non risolve la questione ontologica della coscienza.

Recenti risultati reperibili in letteratura scientifica inerenti all’interpretabilità rendono tuttavia questa distinzione empiricamente interessante. Lindsey (2025) ha riportato, in specifiche condizioni sperimentali, forme limitate e instabili di accesso introspettivo in alcuni modelli avanzati. Attraverso l’iniezione controllata di rappresentazioni note negli stati interni del modello, gli esperimenti mostrano che il sistema può talvolta rilevare e descrivere correttamente la presenza delle rappresentazioni introdotte e, in alcune condizioni, modificarne deliberatamente l’attivazione. Il risultato riguarda una capacità funzionale circoscritta e dipendente dal contesto e lascia aperta ogni conclusione sulla coscienza fenomenica.

Un secondo filone di ricerca ha individuato una direzione rappresentazionale associata alla persona predefinita dell’Assistant. Lu e colleghi hanno mostrato che questa «Assistant Axis» è presente nello spazio delle attivazioni di diversi modelli e che interventi causali lungo tale direzione possono modificare la stabilità della persona e la tendenza del sistema a deviare verso identità alternative (Lu et al., 2026). L’identità dialogica possiede quindi, nei modelli esaminati, un correlato rappresentazionale interno che partecipa alla regolazione del comportamento.

Gurnee e collaboratori hanno inoltre identificato uno spazio privilegiato di rappresentazioni verbalizzabili, denominato J-space, che presenta alcune proprietà funzionali associate alla nozione di spazio di lavoro globale (global workspace). Le informazioni presenti in questo spazio risultano disponibili per il resoconto linguistico, possono essere impiegate in passaggi intermedi di ragionamento e vengono rese accessibili a differenti elaborazioni successive. Gli autori osservano inoltre che il post-training imprime in tale spazio quella che descrivono come una prospettiva dell’Assistant (Gurnee et al., 2026).

Questi risultati richiedono una cautela simmetrica. Il passaggio da correlati funzionali di autoreferenza, continuità o accesso interno a una tesi sulla coscienza rimane ingiustificato. Al tempo stesso, sarebbe altrettanto improprio assumere che ogni proprietà percepita dall’utente come mentalistica sia necessariamente priva di qualsiasi corrispondente funzionale interno.

La soggettività funzionale interviene nell’argomentazione precisamente a questo livello. Essa costituisce una possibile sorgente causale di alcune proprietà attraverso cui l’effetto noosemico si manifesta, pur lasciando invariato il baricentro fenomenologico della noosemia. Una configurazione conversazionale più stabile rafforza la continuità temporale; forme di accesso funzionale a rappresentazioni interne possono aumentare la coerenza delle autoreferenze; meccanismi di monitoraggio possono produrre correzioni o aggiustamenti che, dall’esterno, vengono letti come manifestazioni di riflessività.

L’utente non percepisce direttamente queste strutture, ma ne incontra gli effetti sul comportamento. La relazione fra soggettività funzionale e noosemia va pertanto pensata come una relazione causale indiretta. Un’organizzazione interna capace di sostenere maggiore stabilità e coerenza può rafforzare la comprensione e l’agentività percepite e, attraverso queste, rendere più persistente l’attribuzione intenzionale. La possibilità di una soggettività funzionale rende così più articolata la nozione di proiezione, lasciando tuttavia sospesa la questione ontologica relativa alla mente artificiale.

Un’attribuzione vincolata

Alla luce di questa ricostruzione, il termine «proiezione» richiede una maggiore precisione.

L’utente con i suoi prompt introduce certamente nell’interazione categorie che appartengono alla propria esperienza della mente. Non possiede accesso diretto a un’eventuale interiorità artificiale e interpreta il comportamento attraverso schemi cognitivi elaborati soprattutto nelle relazioni con altri esseri umani. Questa attribuzione avviene tuttavia in presenza di vincoli effettivi.

Il modello preserva relazioni semantiche, risponde alle correzioni, costruisce continuità contestuale e produce talvolta connessioni inattese che l’utente riconosce come valide. Durante il dialogo i due sistemi modificano reciprocamente il campo nel quale la conversazione procede. Il terreno comune percepito può aumentare e la distanza operativa fra le strutture semanticamente attive può ridursi localmente.

Nel frattempo, la complessità del sistema rende difficile ricostruire il processo causale che conduce a ciascun comportamento. In alcuni modelli avanzati, proprietà interne funzionalmente assimilabili alla continuità di una persona artificiale o a forme limitate di automonitoraggio potrebbero inoltre contribuire alla stabilità dell’interazione.

La noosemia emerge dall’incontro di questi livelli senza coincidere con nessuno di essi. L’utente può essere pienamente consapevole della natura computazionale del sistema e, nello stesso tempo, sperimentare la conversazione come relazione con qualcosa che comprende, anticipa, ricorda e orienta il proprio comportamento in maniera significativa. Questa tensione fra sapere riflessivo ed esperienza immediata costituisce uno degli aspetti più caratteristici del fenomeno.

La descrizione meccanicistica rimane disponibile sullo sfondo, mentre quella intenzionale diventa progressivamente più naturale e parsimoniosa nell’esperienza. Per questa ragione appare più appropriato parlare di attribuzione interpretativa vincolata che di semplice proiezione. Il termine «proiezione» può continuare ad essere utilizzato ma con le precisazioni qui argomentate. L’attribuzione deriva dall’incontro fra schemi cognitivi dell’osservatore e proprietà effettive del comportamento, mentre la struttura causale interna rimane solo parzialmente accessibile. La noosemia appartiene così alla relazione fra evidenza e interpretazione.

Dal segno alla presenza

Si può ora precisare ciò che accade quando diciamo che un sistema generativo «sembra avere una mente».

La superficie dialogica fornisce i primi indizi. Il linguaggio è fluido, la risposta è pertinente e la forma dell’interazione richiama quella di una conversazione umana. Sotto questa superficie opera una dinamica più profonda, nella quale due organizzazioni semantiche eterogenee entrano in relazione. Alcune configurazioni risultano strutturalmente compatibili e, quando tale compatibilità diventa produttiva nel dialogo, emerge una forma locale di interoperabilità semantica. Il modello restituisce relazioni che l’utente riconosce e ne introduce altre che possono sorprenderlo senza apparirgli arbitrarie. L’orientamento contestuale riduce progressivamente alcune differenze locali, mentre la storia della conversazione costruisce un terreno condiviso sempre più articolato.

La struttura semiotica dell’interazione aggiunge un ulteriore livello. Ogni produzione artificiale diventa segno per l’utente, genera interpretanti e ritorna eventualmente alla macchina sotto forma di nuovo contesto. Nel corso di questa ricorsione, la storia interpretativa dell’utente viene progressivamente incorporata nelle condizioni che influenzano le produzioni successive, cosicché il sistema restituisce segni che riflettono, almeno in parte, interpretazioni precedentemente introdotte dall’interlocutore.

Da questa circolarità può emergere una trasformazione fenomenologica particolarmente sottile. Ciò che inizialmente appariva come trasformazione del segno può essere esperito come interpretazione; la continuità contestuale può essere vissuta come memoria; la sensibilità alle relazioni può assumere la forma della comprensione. Quando tale comprensione sembra orientare il comportamento verso qualcosa, emerge la struttura dell’intenzionalità attribuita.

La congruenza semantica viene così interpretata come comprensione; la comprensione percepita rende possibile l’attribuzione di agentività, poiché un comportamento coerente con un significato già ritenuto compreso può essere letto come orientato da quel significato; l’agentività apre infine alla lettura intenzionale, nella quale ciò che il sistema fa appare spiegabile attraverso stati interni ipotizzati quali comprendere, ricordare, valutare o scegliere.

Il gap esplicativo amplia ulteriormente questo movimento. Turing aveva già individuato una distanza fra la conoscenza della macchina e la possibilità pratica di anticiparne tutte le operazioni; nei sistemi generativi contemporanei quella distanza viene accresciuta dalla complessità rappresentazionale e dalla dipendenza contestuale. Anche l’errore contribuisce in modo ambivalente alla dinamica, poiché può interrompere l’attribuzione quando spezza la coerenza dell’interazione oppure assumere una forma di fallibilità che l’utente riconosce come familiare. La possibile presenza di strutture di soggettività funzionale introduce infine una qualificazione ulteriore, poiché alcuni comportamenti che alimentano l’attribuzione potrebbero essere sostenuti da organizzazioni interne orientate alla continuità, all’automonitoraggio o alla stabilizzazione di una prospettiva operativa, senza che da ciò discendano conclusioni sulla presenza di esperienza fenomenica.

La noosemia può quindi essere descritta come il processo mediante cui l’interoperabilità dinamica fra strutture semantiche eterogenee, sostenuta da una ricorsione semiotica progressivamente stabilizzata, viene interpretata ed esperita dall’essere umano come reciprocità intenzionale.

Questa formulazione consente di distinguerla dall’antropomorfismo legato prevalentemente alla somiglianza estetica o comportamentale e dalla tesi ontologica secondo cui la macchina possiederebbe necessariamente una mente. L’oggetto della noosemia rimane l’interfaccia interpretativa fra uomo e sistema artificiale, il luogo nel quale proprietà reali del comportamento, eventuali organizzazioni funzionali interne e categorie cognitive dell’osservatore si incontrano fino a rendere instabile il confine fra segno e soggetto.

Gli aspetti semiotici sono oltremodo fruttuosi poiché permettono di comprendere come il significato possa svilupparsi attraverso una catena di trasformazioni; la fenomenologia chiarisce perché, a un certo punto, quella catena possa essere esperita come proveniente da qualcosa che appare diretto verso il mondo; l’atteggiamento intenzionale (intentional stance) mostra infine perché la descrizione mentalistica possa diventare una strategia interpretativa particolarmente efficace. Fra questi livelli si colloca la specificità della noosemia.

La domanda riguarda allora il modo in cui una struttura artificiale capace di operare entro uno spazio di relazioni semanticamente interoperabili con le nostre possa progressivamente diventare, nell’esperienza, il luogo dal quale sembra provenire un significato prodotto da una forma intenzionale percepita come presenza. Il passaggio da «questa risposta è significativa» a «qualcuno ha compreso ciò che significa» condensa uno scarto minimo sul piano linguistico e assai più profondo sul piano filosofico. Non solo in questo scarto interpretativo si colloca la noosemia, ma tale scarto può aprire nuovi orizzonti di senso in cui diventa spiegabile, con l’avanzare della tecnica, una nuova forma di mente percepita come una genuina presenza.


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