Dal Test di Tuting alla Noosemia: quando il segno sembra avere una mente.



Alan Turing, Noosemia e la questione dell’intelligenza nell’epoca dell’IA generativa.


«Le macchine mi sorprendono con grande frequenza. Ciò accade soprattutto perché non eseguo calcoli sufficienti per decidere che cosa aspettarmi che facciano» 

— Alan Turing, 1950, p. 450



Quando una macchina risponde con precisione a una domanda formulata male, coglie un’allusione che credevamo di aver lasciato implicita, costruisce un’analogia inattesa oppure conserva per molti scambi il filo di una conversazione complessa, che cosa stiamo realmente riconoscendo? Una proprietà della macchina, una particolare qualità del comportamento che osserviamo, oppure qualcosa che prende forma nell’incontro fra ciò che la macchina manifesta e il modo in cui noi lo percepiamo e interpretiamo?

Perché può accadere che, pur sapendo perfettamente di interagire con un sistema artificiale, ci sorprendiamo a trattarlo come un interlocutore, a chiedergli perché abbia scelto una certa soluzione, a dire che «ha capito» ciò che intendevamo o che «sta cercando» una risposta, per poi vedere quella stessa impressione dissolversi quando un errore elementare, una risposta stereotipata o una perdita improvvisa del contesto riporta in primo piano la forma meccanica della macchina?

Domande di questo genere hanno acquistato una consistenza nuova con la diffusione dei Large Language Models (LLM) e dei moderni sistemi di IA. I sistemi generativi contemporanei classificano, inferiscono, ricombinano e producono linguaggio contestualmente appropriato e plausibile; sostengono conversazioni articolate, modulano registro e stile, costruiscono analogie, reagiscono alle correzioni e, nelle attuali architetture agentiche, possono combinare linguaggio, memoria, pianificazione, uso di strumenti esterni e svolgere sequenze di azioni, anche molto complesse e stratificate. La questione che ne deriva eccede dunque la semplice misurazione delle loro prestazioni. Riguarda anche il modo in cui quelle prestazioni vengono esperite da chi vi interagisce.

È in questo spazio aperto fra il segno artificialmente generato e la sua interpretazione che si colloca la Noosemia, termine costruito a partire dal greco noûs, mente o intelletto, e sēmeîon, segno. Il concetto designa una configurazione cognitiva e fenomenologica nella quale l’essere umano, durante l’interazione con un sistema generativo, tende ad attribuirgli stati mentali, intenzionalità, agentività (agency) o una qualche forma di interiorità, anche a livello preconscio. Nella formulazione originaria, tale attribuzione non richiede un corpo antropomorfo, un volto o una voce realistica: può emergere dalla prestazione linguistica e semiotica stessa, dalla fluidità del dialogo, dalla sensibilità al contesto, dalla risonanza semantica, dalla capacità di produrre inferenze o connessioni inattese e dall’opacità che separa un output intelligibile dal processo computazionale attraverso il quale esso è stato generato (De Santis, 2025a, 2025b; De Santis & Rizzi, 2025). Il lavoro scientifico «Noosemia» del 2025, nel quale il concetto è stato formalizzato (De Santis & Rizzi, 2025), individua infatti fra gli elementi costitutivi della Noosemia la semantic fluency, la dialogic creativity e la epistemic opacity, collegandole alla produzione di linguaggio coerente, contestuale e talvolta sorprendentemente significativo.

Considerando gli ultimi sviluppi (al 2026) appare naturale situare la Noosemia nella zona in cui il segno artificiale assume, per l’utente, la forma di un interlocutore, mentre l’opacità epistemica viene ricondotta all’impossibilità pratica di ricostruire integralmente il processo generativo sottostante a una risposta che pure appare significativa e pertinente (De Santis, 2026b). Tale linea di riflessione precede la formulazione esplicita della Noosemia, in quanto già nel 2021, in Umanità, complessità e intelligenza artificiale. Un connubio perfetto, il rapporto fra i primi modelli di tipo GPT, complessità, forma simbolica e produzione apparente di significato veniva affrontato entro una cornice sistemica e semiotica. Nella sezione intitolata «Il simbolo, il pensiero sistemico e le macchine produttrici di senso», GPT-2 e GPT-3 erano descritti come sistemi capaci di apprendere la struttura complessa dei testi e le correlazioni a lungo termine (long-range correlation), cioè di produrre sequenze linguistiche fortemente plausibili alle quali il senso finale viene infine attribuito dall’essere umano che le interpreta (De Santis, 2021, 2023; De Santis et al., 2025). Quindi, sebbene il concetto di Noosemia non fosse ancora formulato, né vi fosse ancora una teoria strutturata dell’attribuzione di mente, si può affermare che il sostrato concettuale fosse già peculiare, specificamente nella forma di una distanza fra la produzione algoritmica del segno e il significato che emerge nella sua interpretazione umana, all’interno di un contesto sistemico.

A questo punto una delimitazione ontologica si fa urgente ed essenziale. La Noosemia non costituisce una teoria della coscienza artificiale e non pretende di per sé di stabilire se dietro il comportamento di un Large Language Model esistano esperienze soggettive. Il suo oggetto è l’attribuzione umana a fronte di un’interazione fortemente stratificata e spesso coinvolgente. È perfettamente possibile sostenere, sul piano riflessivo, che un LLM sia un sistema artificiale privo di esperienza fenomenica e, pochi istanti dopo, chiedergli perché «abbia deciso» di affrontare un problema in un determinato modo. Oppure, in forma ancora più cogente, attribuire un forte grado di fiducia alla produzione segnica o alle operazioni svolte da un agente LLM. La conoscenza dell’artificialità e il linguaggio intenzionale possono convivere. Il paper originario «Noosemia» (De Santis & Rizzi, 2025) è esplicito nel distinguere l’attribuzione fenomenologica dell’utente dalla presenza effettiva di coscienza o intenzionalità nel sistema.

La Noosemia abita precisamente la distanza fra ciò che sappiamo del sistema e ciò che sperimentiamo durante l’interazione; tra il meccanismo e la sua manifestazione; in altre parole, tra il segno e la mente che finiamo, almeno provvisoriamente, per leggervi.

Da qui deriva anche il carattere necessariamente multidisciplinare del problema. L’intelligenza artificiale fornisce il sistema tecnico e le proprietà che rendono possibile una certa forma di interazione; la psicologia e le scienze cognitive studiano i processi attraverso i quali attribuiamo agentività e stati mentali; la filosofia della mente interroga la relazione fra comportamento, apparenza e interiorità; la semiotica riguarda anche il passaggio dal segno alla significazione; la fenomenologia permette infine di descrivere ciò che accade dal punto di vista dell’interlocutore. La multidisciplinarità non deriva, in questo caso, dalla semplice giustapposizione di linguaggi eterogenei, bensì è l’oggetto stesso a collocarsi nel loro punto d’intersezione. Da qui, emerge la necessità di una trattazione multidisciplinare che non consideri i saperi come isolati l’un l’altro e che abbia in sé un fondamento solido. In questo scritto non andremo indietro alle origini del pensiero attuale riscontrabili nei primi filosofi della Grecia antica, ma ci soffermeremo soprattutto sulla letteratura recente. Pertanto, la genealogia filosofica di questa idea conduce sorprendentemente lontano dall’epoca attuale delle architetture Transformer. Procederemo, invece, con l’era pionieristica dell’IA e delle Reti Neurali Artificiali e, specificamente, con Alan Turing e, più precisamente, attraverso una determinata interpretazione del problema che egli pose fra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta.

È importante precisare fin dall’inizio che la Noosemia non discende genericamente dal Turing Test, né presuppone che esista un’unica interpretazione filosoficamente corretta del famoso esperimento proposto dallo scienziato inglese. Il suo nucleo teorico può essere ricostruito genealogicamente a partire da una lettura observer-sensitive e response-dependent del problema posto da Turing. Vi è, in altri termini, una lettura che trova sostegno in alcuni passaggi straordinariamente espliciti dello stesso Turing e che è stata sviluppata, molti decenni dopo, soprattutto da Diane Proudfoot e Michael Wheeler.

Prima del test: l’intelligenza come «emotional concept»

Il punto di partenza più interessante precede di due anni Computing Machinery and Intelligence. Nel rapporto Intelligent Machinery, scritto nel 1948 per il National Physical Laboratory, Turing afferma che «l’idea stessa di “intelligenza” è emotiva piuttosto che matematica» (Turing, 1948/2004b, p. 411, traduzione nostra). L’originale è inequivocabile in quanto Turing sostiene che «l’idea stessa di “intelligenza” è emotiva piuttosto che matematica (the idea of “intelligence” is itself emotional rather than mathematical.

L’aggettivo emotional può trarre in inganno se interpretato secondo l’uso corrente. Turing non sta semplicemente osservando che le macchine suscitano emozioni. Alla fine dello stesso rapporto dedica una sezione specifica all’argomento, significativamente intitolata «Intelligence as an Emotional Concept», e chiarisce che il problema riguarda il modo in cui il concetto di intelligenza viene applicato.

Il passaggio merita di essere riportato quasi integralmente:

«La misura in cui riteniamo che qualcosa si comporti in maniera intelligente è determinata tanto dal nostro stato mentale e dalla nostra formazione quanto dalle proprietà dell’oggetto preso in considerazione. Se siamo in grado di spiegare e prevedere il suo comportamento, oppure se sembra esservi ben poco piano sottostante, abbiamo scarsa tentazione di immaginarvi intelligenza. Con lo stesso oggetto è dunque possibile che un uomo lo consideri intelligente e un altro no; il secondo avrà scoperto le regole del suo comportamento» (Turing, 1948/2004b, p. 431, traduzione nostra).

È un testo di notevole densità filosofica che mostra lo stesso impianto dialettico soggiacente al concetto di Noosemia, ovvero l’attenzione a non commettere l’errore di isolare (separare) sia sul piano della descrizione che fenomenologico la macchina da chi la interroga. Turing si concentra su aspetti relazionali. Inoltre, il giudizio di intelligenza non viene fatto dipendere esclusivamente dalle proprietà dell’oggetto osservato. Vi partecipano lo stato cognitivo dell’osservatore, la sua formazione e, soprattutto, la sua capacità di spiegare e prevedere ciò che vede. La medesima macchina può dunque apparire differente a due osservatori senza che nulla sia cambiato nella macchina stessa. Ciò che può essere mutato, piuttosto, è il modello attraverso il quale il suo comportamento viene interpretato.

Ancora più interessante è la relazione che Turing stabilisce fra comprensione e disposizione attributiva. Quando riusciamo a «spiegare e prevedere» il comportamento, diminuisce la tentazione di «immaginarvi intelligenza». Turing non sostiene che la comprensione meccanicistica dimostri l’assenza di intelligenza; osserva qualcosa di più sottile e psicologicamente plausibile: la conoscenza del meccanismo modifica la nostra disposizione a riconoscervi una mente.

La questione acquista una sorprendente attualità se applicata ai sistemi di IA generativa e agentica. Un modello non cambia quando apprendiamo che utilizza self-attention, né quando diventiamo più familiari con le sue regolarità. Può cambiare, tuttavia, la maniera in cui interpretiamo una sua particolare risposta. La competenza dell’osservatore entra così a far parte del campo relazionale nel quale l’intelligenza viene attribuita. Con la Noosemia assumiamo, inoltre, che la complessità sottostante ai sistemi di IA moderna e la conseguente opacità epistemica possano trarre in inganno anche gli stessi osservatori esperti, al netto di narrazioni sensazionalistiche e di dinamiche comunicative o di marketing che possono contribuire a mantenere elevato l’hype sull’IA.

Nello stesso rapporto del 1948 (Turing, 1948/2004b) Turing introduce un’osservazione ancora più elementare e, proprio per questo, particolarmente eloquente. Parlando delle paper machines per giocare a scacchi scrive:

«Giocare contro una macchina di questo tipo dà la precisa sensazione di misurare il proprio ingegno con qualcosa di vivo» (Turing, 1948/2004b, p. 412, traduzione nostra).

La frase non afferma che la macchina sia viva bensì descrive la sensazione prodotta dall’interazione. Un apparato governato da regole può venire esperito, durante il confronto, come un polo di alterità, ovvero qualcosa contro cui misurare il proprio ingegno. Realtà del meccanismo ed esperienza dell’interlocutore vengono così tenute distinte molto prima che esistessero chatbot, reti neurali profonde o agenti artificiali.

Questa distinzione costituisce uno dei fili più profondi che conducono alla moderna Noosemia.

Nel 1950 Turing pubblica su Mind il lavoro destinato a divenire uno dei testi fondativi dell’intelligenza artificiale, Computing Machinery and Intelligence. La domanda «Le macchine possono pensare? (Can machines think?)» (Turing, 1950, p. 434) viene sostituita dall’imitation game. Una lettura tradizionale interpreta questa mossa in senso essenzialmente comportamentista o operazionale. Invece di domandarci che cosa sia il pensiero, osserviamo ciò che la macchina è capace di fare. Il testo ammette tuttavia una lettura più sottile, nella quale l’interrogante non compare come un semplice strumento neutro collocato all’esterno del fenomeno, perché è precisamente colui al quale il comportamento appare e colui che deve interpretarlo. Sottolineiamo nuovamente qui gli aspetti relazionali relativi alla descrizione del fenomeno.

La successiva letteratura filosofica avrebbe discusso estesamente questo punto. Proudfoot osserva, per esempio, che il formato stesso del gioco pone una domanda non ovvia: perché verificare la macchina verificando la risposta dell’interrogatore? (Proudfoot, 2013)

Uno dei passaggi più significativi dell’articolo del 1950 compare nella discussione dell’«argomento dalla coscienza». Turing prende sul serio l’obiezione di Geoffrey Jefferson, secondo il quale una macchina potrebbe comporre un sonetto senza provare le emozioni che esso esprime, e la mera produzione di segni non sarebbe dunque sufficiente a dimostrare l’esistenza di una vita interiore. Portata al limite, però, la richiesta di accesso diretto all’esperienza altrui conduce al solipsismo. Se, per sapere con certezza che una macchina pensa, dovessimo essere la macchina e sentirne il pensiero, la medesima esigenza dovrebbe applicarsi a ogni altro essere umano. Turing nota, infatti, che la posizione estrema condurrebbe ciascun soggetto a essere certo soltanto del proprio pensiero e a fare esperienza di ciò che C. I. Lewis aveva già designato con il termine «qualia» nel 1929 (Lewis, 1929).

Turing introduce quindi una sorta di «viva voce» dove la macchina immaginaria che ha composto un sonetto viene interrogata sul significato dei versi; l’interlocutore propone modifiche, formula obiezioni, cambia prospettiva. La prestazione significativa non coincide più con un output isolato, bensì consiste nella capacità di mantenere il senso attraverso una sequenza dialogica.

Turing, infatti, conclude:

«Non so se [Jefferson] considererebbe la macchina come qualcosa che si limita a “segnalare artificialmente” queste risposte; ma, se le risposte fossero tanto soddisfacenti e sostenute quanto quelle del dialogo precedente, non credo che la descriverebbe come un “semplice artificio”» (Turing, 1950, pp. 446–447, traduzione nostra).

Le parole satisfactory e sustained meritano particolare attenzione. L’impressione di intelligenza non nasce necessariamente dalla singola risposta brillante. Può costruirsi nella continuità dell’interazione, quando una successione di risposte conserva il contesto, reagisce a variazioni e obiezioni, mantiene una struttura semantica abbastanza coerente da rendere sempre meno plausibile l’impressione di un semplice automatismo locale e prettamente meccanico. È precisamente ciò che i Large Language Models hanno reso esperienza quotidiana. Il fenomeno noosemico può formarsi progressivamente lungo una storia dialogica nella quale ogni nuovo scambio modifica l’interpretazione dei precedenti. Da questo punto di vista, il Turing Test contiene già un elemento relazionale che una lettura puramente prestazionale tende a lasciare sullo sfondo. Vi è la macchina che produce un comportamento, ma vi è anche un essere umano che lo riceve, lo interpreta, formula nuove domande e modifica a propria volta le condizioni della risposta successiva.

L’interazione stessa entra nel fenomeno, che non può essere separato da essa.

Sorpresa, opacità e complessità: quando il meccanismo eccede la nostra previsione

Un secondo filo conduttore attraversa gli scritti di Turing fra il 1950 e il 1952 e acquista una particolare rilevanza nell’epoca degli LLM: la sorpresa, che in «Noosemia» abbiamo considerato un importante trigger del fenomeno noosemico (De Santis & Rizzi, 2025).

Rispondendo all’obiezione attribuita a Lady Lovelace secondo cui una macchina non potrebbe fare nulla di veramente nuovo, Turing formula una replica apparentemente semplice:

«Le macchine mi sorprendono con grande frequenza. Ciò accade soprattutto perché non eseguo calcoli sufficienti per decidere che cosa aspettarmi che facciano» (Turing, 1950, p. 450, traduzione nostra).

Il carattere sorprendente descritto da Turing non è una proprietà isolata della macchina. Nasce dalla distanza fra il comportamento prodotto e quello che l’osservatore era in grado di anticipare. Turing riconosce immediatamente l’obiezione possibile e cioè che la sorpresa potrebbe dipendere da un atto cognitivo dell’osservatore e non attribuire alcun merito speciale alla macchina. Ma proprio questa osservazione rende il passaggio interessante in una prospettiva filosofica. Anche quando siamo sorpresi da un essere umano, da un personaggio di finzione in un romanzo o da un altro oggetto, l’apprezzamento dell’evento come sorprendente coinvolge la mente di chi osserva.

La sorpresa ha quindi una forma relazionale.

Questo consente di precisare uno dei fattori rilevanti relativamente a un esito noosemico. Il punto non è l’imprevedibilità in quanto tale. Una sequenza casuale può essere imprevedibile senza suggerire alcuna intelligenza. Il fenomeno più interessante emerge quando ciò che non avevamo previsto conserva una struttura interpretabile, quando l’output inatteso è al tempo stesso pertinente, semanticamente leggibile e compatibile con una possibile lettura intenzionale. Potremmo chiamare tale fenomeno «sorpresa intelligibile».

Fra la monotonia dell’automa e l’incoerenza del rumore si apre così una regione nella quale l’imprevisto conserva significato. È precisamente in tale regione che categorie come «intuizione», «scelta», «comprensione» e «agentività» diventano cognitivamente seducenti.

Un testo del 1951 rende il rapporto fra apparenza, prevedibilità e agentività ancora più esplicito. In Can Digital Computers Think? (Turing, 1951/2004a), Turing affronta la tensione fra determinismo e libero arbitrio. Un computer programmato è determinato, mentre il comportamento di una mente sembra implicare la possibilità di una scelta genuina. Turing evita di risolvere metafisicamente la controversia e concentra l’attenzione sul piano della manifestazione:

«Una macchina che debba imitare un cervello deve dare l’impressione di comportarsi come se avesse libero arbitrio, e ci si può ben chiedere come ciò possa essere ottenuto» (Turing, 1951/2004a, p. 484, traduzione nostra).

La struttura dell’originale  must appear to behave as if  è particolarmente significativa. La proprietà e il suo apparire vengono mantenuti distinti. Questo punto è fondamentale anche per comprendere il moderno fenomeno noosemico.

Poche righe più avanti Turing scrive:

«Non dobbiamo aspettarci di sapere sempre che cosa farà il computer. Dovremmo essere soddisfatti quando la macchina ci sorprende, più o meno allo stesso modo in cui siamo soddisfatti quando un allievo fa qualcosa che non gli era stato esplicitamente insegnato» (Turing, 1951/2004a, p. 485, traduzione nostra).

E immediatamente dopo sviluppa il rapporto fra istruzione, conseguenza e comprensione:

«Non vi è alcuna necessità di supporre che, quando impartiamo alla macchina i suoi ordini, sappiamo che cosa stiamo facendo, quali saranno le conseguenze di quegli ordini. Non è necessario riuscire a comprendere come questi ordini conducano al comportamento successivo della macchina, così come non è necessario comprendere il meccanismo della germinazione quando si mette un seme nel terreno. La pianta cresce che lo si comprenda oppure no. Se forniamo alla macchina un programma che la porta a fare qualcosa di interessante che non avevamo previsto, sarei incline a dire che la macchina ha originato qualcosa, anziché sostenere che il suo comportamento era implicito nel programma e che quindi l’originalità appartiene interamente a noi» (Turing, 1951/2004a, p. 485, traduzione nostra).

Da queste righe emerge una distinzione ancora oggi essenziale: essere causalmente determinato non significa essere epistemicamente prevedibile per un osservatore. Conoscere le regole generali secondo cui un sistema opera non equivale a conoscere anticipatamente tutte le conseguenze della loro interazione; conoscere l’architettura di una macchina non significa possedere una spiegazione causalmente soddisfacente di ogni suo comportamento particolare.

È precisamente qui che il Turing del 1951 incontra una delle condizioni caratteristiche dell’intelligenza artificiale contemporanea.

Un Large Language Model non è una macchina misteriosa in senso letterale. Le operazioni fondamentali di un Transformer sono formalmente definite; i parametri sono memorizzati; l’inferenza consiste in trasformazioni numeriche riguardanti in parte algebra lineare specificabili e implementate da programmi determinati. L’opacità rilevante per la Noosemia è dunque epistemica, non magica né ontologica, sebbene una forma di magia possa trovare posto all’interno del gap esplicativo e l’interazione possa rivelarsi analoga a una forma di prestidigitazione. L’opacità epistemica riguarda la distanza fra il possesso di una descrizione formale del sistema e la capacità di ricostruire, in termini causalmente e semanticamente intelligibili per un essere umano, il processo che ha condotto a uno specifico risultato. È importante ribadire che tale distanza non può essere ridotta alla semplice ignoranza informatica dell’utente. Le moderne architetture neurali sono sistemi altamente dimensionali, stratificati e non lineari, nei quali le rappresentazioni sono distribuite e vengono trasformate contestualmente attraverso numerosi livelli. La stessa letteratura sull’explainability degli LLM prende avvio dalla constatazione che i loro meccanismi interni rimangono ancora solo parzialmente chiariti e che la mancanza di trasparenza pone problemi di comprensione del comportamento, dei limiti e delle conseguenze dei modelli (Zhao et al., 2024). Un moderno Transformer può essere inteso come un sistema complesso (De Santis & Rizzi, 2025; Holtzman et al., 2025).

Sapere che un Transformer utilizza self-attention, embedding, proiezioni lineari e trasformazioni non lineari non equivale a poter leggere direttamente nei suoi pesi il concetto che sta elaborando, né a ricostruire intuitivamente perché, in un determinato contesto, una particolare configurazione interna abbia reso probabile proprio quella metafora, quella inferenza o quella sequenza concettuale, spesso con una forma inferenziale di tipo deduttivo e corretta formalmente (la verifica necessita di una valutazione esterna). Da questa difficoltà nasce una parte significativa della ricerca contemporanea sulla mechanistic interpretability, che tenta di passare da una descrizione puramente input-output alla ricostruzione di rappresentazioni, caratteristiche e circuiti interni causalmente pertinenti (Bricken et al., 2023; Zhao et al., 2024).

L’esistenza stessa di un programma di ricerca volto a effettuare una sorta di reverse engineering dei modelli segnala la distanza fra aver costruito il sistema e comprendere localmente perché esso abbia prodotto proprio quella risposta (Ameisen et al., 2025; De Santis, 2026a). La progressiva identificazione di feature, circuiti e relazioni causali interne mostra, nello stesso tempo, che l’opacità non va interpretata come un’inaccessibilità di principio, bensì è un problema epistemico e metodologico, sul quale la ricerca può ancora fare ingenti progressi.

Con la Noosemia tale distinzione è formulata in maniera particolarmente netta: altrove abbiamo ribadito:

«Il gap epistemico non dipende soltanto dall’ignoranza dell’utente, né da una semplice mancanza di alfabetizzazione informatica. Esso nasce dalla struttura stessa dei modelli, dalla loro scala, dalla non linearità delle architetture neurali, dalla stratificazione delle rappresentazioni, dalla distribuzione contestuale del significato e dall’emergere di comportamenti difficilmente prevedibili a partire dai soli componenti locali» (De Santis, 2026b, sezione 3).

La complessità entra nel problema a questo livello. Il termine non va usato come sinonimo generico di difficoltà, né per suggerire la presenza di qualcosa di irriducibilmente misterioso all’interno dei modelli. Indica piuttosto una struttura composta da un numero molto elevato di elementi interdipendenti, nella quale le proprietà osservabili a livello globale non risultano immediatamente leggibili attraverso l’ispezione isolata delle singole parti. L’applicazione di strumenti della complexity science ai testi prodotti dai modelli di generazione linguistica ha già mostrato che le produzioni umane e artificiali possono essere studiate attraverso proprietà statistiche e dinamiche globali, offrendo un livello complementare di analisi rispetto alla sola ispezione locale dei componenti (De Santis, Martino, & Rizzi, 2024).

Anche il termine emergenza, tuttavia, richiede disciplina concettuale. Una parte della letteratura sugli LLM ha denominato emergent abilities capacità che diventano osservabili oltre determinate scale e che non risultano facilmente prevedibili estrapolando le prestazioni dei sistemi più piccoli (Wei et al., 2022). Lavori successivi hanno mostrato che almeno alcune apparenti discontinuità possono dipendere dalle metriche adottate per misurare le prestazioni (Schaeffer et al., 2023).

La Noosemia non ha bisogno di assumere la versione più forte della tesi dell’emergenza, in quanto l’emergenza è una conseguenza della complessità di un sistema. Pertanto, è sufficiente riconoscere una proprietà molto più prudente dei sistemi complessi: dalla cooperazione di numerosi componenti possono manifestarsi comportamenti globali la cui previsione e spiegazione intuitiva risultano assai più difficili della descrizione formale dei componenti stessi.

Il paper originario «Noosemia» (De Santis & Rizzi, 2025) colloca precisamente qui il fenomeno, ovvero all’intersezione fra fluidità dialogica, opacità epistemica e complessità delle architetture contemporanee; c’è un phenomenological gap fra output intelligibile e meccanismi sottostanti che non si offrono immediatamente alla comprensione del soggetto.

Si produce così una singolare asimmetria, per cui l’utente comprende che cosa la macchina gli sta dicendo molto più facilmente di quanto comprenda come quella risposta sia stata costruita. La frase è leggibile; il percorso interno che l’ha generata non lo è nello stesso modo. Il significato è disponibile all’esperienza prima della sua spiegazione causale (che probabilmente per l’utente medio non arriverà mai).

In questo intervallo diventa spontaneamente disponibile il vocabolario mentalistico: «ha capito», «ha intuito», «ha scelto», «ha collegato», «sta cercando». Sono espressioni attraverso le quali, mediante una prassi antropomorfizzante, ricostruiamo un comportamento complesso in una forma cognitivamente familiare e usabile.

L’opacità epistemica, tuttavia, non genera da sola la Noosemia. Una scatola nera che producesse rumore rimarrebbe semplicemente una scatola nera. Il fenomeno richiede l’incontro fra opacità e adeguatezza semantica. Possiamo affermare che:

«L’opacità epistemica alimenta tale esperienza perché il processo generativo resta invisibile, nonostante la risposta appaia significativa e pertinente. La complessità dell’architettura contribuisce ulteriormente alla percezione di profondità, perché il comportamento del sistema non appare immediatamente riducibile a una catena causale semplice» (De Santis, 2026b, sezione 3).

La sorpresa noosemica può allora essere definita con maggiore precisione. Un comportamento difficile da prevedere non è ancora sufficiente; esso deve produrre qualcosa che, pur non anticipato, risulti intelligibile e appropriato. Complessità e opacità epistemica, coerenza contestuale e sorpresa intelligibile formano così un terreno particolarmente favorevole all’attribuzione di agentività e mente. Non si tratta di una legge deterministica, bensì di una configurazione fenomenologica. In altre parole, quanto più l’output appare significativo mentre il processo che lo ha generato rimane causalmente distante dall’esperienza dell’utente, tanto più una lettura mentalistica diventa disponibile alimentando la prassi antropomorfizzante.

È proprio tale relazione a rendere concepibile anche il movimento inverso.

Quando l’attribuzione si spezza: la genealogia dell’A-Noosemia

Nel 1952, durante la discussione radiofonica Can Automatic Calculating Machines Be Said to Think? (Turing et al., 1952/2004), Turing ritorna sul rapporto fra comprensione causale e attribuzione di pensiero. Il passaggio è uno dei più sorprendenti dell’intero corpus:

«Non appena si riesce a vedere causa ed effetto svolgersi nel cervello, si tende a considerare ciò che accade non più come pensiero, ma come una sorta di lavoro da somaro, privo d’immaginazione. Da questo punto di vista si potrebbe essere tentati di definire il pensiero come costituito da “quei processi mentali che non comprendiamo”. Se così fosse, costruire una macchina pensante significherebbe costruirne una che faccia cose interessanti senza che noi comprendiamo realmente fino in fondo come vengano fatte» (Turing et al., 1952/2004, p. 500, traduzione nostra).

La traduzione qui proposta conserva volutamente il carattere ruvido di unimaginative donkey-work. Il punto teorico emerge comunque con grande chiarezza. La simmetria con il suo lavoro del 1948, Intelligent Machinery (Turing, 1948/2004b), è notevole: là, quando diventiamo capaci di spiegare e prevedere il comportamento, diminuisce la «tentazione di immaginare intelligenza»; qui, rendere trasparente la catena causa-effetto può indurre a riclassificare ciò che sembrava pensiero come semplice lavoro meccanico.

Il dialogo prosegue con una precisazione ancora più interessante. Turing chiarisce che non sta parlando semplicemente dell’ignoranza del «cablaggio» della macchina: «Conosciamo il cablaggio della nostra macchina (We know the wiring of our machine)» (Turing et al., 1952/2004, p. 500, traduzione nostra), osserva lo scienziato inglese, eppure una macchina può fare qualcosa di inatteso; in linea di principio sarebbe stato possibile prevederlo, ma in pratica il calcolo può essere eccessivamente oneroso. Ritroviamo così la stessa distinzione fra prevedibilità di principio e prevedibilità effettiva che attraversava il testo del 1951, Can Digital Computers Think? (Turing, 1951/2004a).

Non sarebbe filologicamente legittimo attribuire a Turing una teoria dell’A-Noosemia ante litteram. Il concetto appartiene a un quadro teorico molto successivo. I testi turingiani offrono però un antecedente sorprendentemente vicino alla dinamica cognitiva che l’A-Noosemia tenta di isolare: l’attribuzione può ritirarsi quando ciò che appariva manifestazione di una mente viene ricondotto a un meccanismo percepito come semplice, prevedibile o rigidamente causale.

Nel framework noosemico, A-Noosemia indica l’assenza, l’inibizione o, nel caso teoricamente più interessante, il collasso di una precedente attribuzione noosemica (De Santis & Rizzi, 2025). Fra le condizioni che possono favorirla compaiono la perdita dell’effetto sorpresa (De Santis & Rizzi, 2025), gli errori ripetuti, le allucinazioni, il fallimento della comprensione, la meccanicità delle risposte, lo scetticismo crescente e la riemersione evidente della struttura artificiale del sistema.

Una risposta può talvolta bastare. Il sistema che pochi secondi prima sembrava aver colto una sfumatura concettuale può perdere improvvisamente il filo del discorso, ripetere una formula evidentemente stereotipata o produrre un errore incompatibile con la competenza che gli stavamo attribuendo. L’impressione di interiorità tende a contrarsi e ciò che appariva come un genuino interlocutore ritorna a essere strumento.

Questa dinamica permette di distinguere l’A-Noosemia dalla semplice assenza di antropomorfizzazione. Un individuo che non abbia mai attribuito alcuna mente al sistema e un individuo che, dopo una lunga interazione, smetta improvvisamente di farlo possono giungere alla stessa conclusione esplicita – «è soltanto una macchina» – attraversando esperienze completamente differenti, sì che è la traiettoria a essere significativa.

In tale prospettiva, Noosemia e A-Noosemia dovrebbero essere studiate dinamicamente. L’oggetto interessante non è soltanto il livello finale dell’attribuzione, ma il modo in cui essa cresce, si stabilizza, oscilla e può collassare nel tempo. Continuità dialogica, risonanza, sorpresa e opacità possono sostenerla; al contrario, errore, perdita del contesto, prevedibilità estrema o improvvisa leggibilità meccanica possono ridurla.

Proprio questa reversibilità suggerisce che stiamo studiando anzitutto una relazione interpretativa, più che una proprietà fissa dell’oggetto.

Turing dopo Turing: il dibattito sulla response-dependence

A questo punto diventa indispensabile una precisazione storiografica. Sostenere che il nucleo della Noosemia possieda un antecedente turingiano non significa affermare che Turing abbia formulato la Noosemia, né che il Turing Test debba essere letto univocamente in termini response-dependent.

La filosofia successiva ha proposto interpretazioni differenti. Una lettura comportamentista tende a considerare la prestazione osservabile come criterio sufficiente dell’intelligenza. Una lettura epistemica o induttiva interpreta invece il comportamento come evidenza dalla quale inferire stati o processi interni. Proudfoot ricostruisce e critica entrambe queste tradizioni, sostenendo che esse non rendano pienamente conto del ruolo assegnato da Turing all’interrogatore e delle sue affermazioni in Intelligent Machinery (Turing, 1948/2004b) e in Can Automatic Calculating Machines Be Said to Think? (Turing et al., 1952/2004).

Diane Proudfoot propone quindi di interpretare questa costellazione attraverso una categoria filosofica sviluppata in precedenza da autori quali Mark Johnston e Philip Pettit: la response-dependence (Pettit, 1991). Un concetto response-dependent presenta, in determinate formulazioni, una dipendenza concettuale dalle risposte di determinati soggetti in condizioni opportunamente specificate. Proudfoot richiama esplicitamente Johnston e applica lo schema al concetto di intelligenza.

In forma generale Proudfoot sostiene:

«x è intelligente (o pensa) se e solo se, in condizioni normali, x appare intelligente a soggetti normali» (Proudfoot, 2013, p. 397, traduzione nostra).

Adattando poi lo schema alle condizioni del gioco turingiano, Proudfoot propone:

«x è intelligente (o pensa) se, in un gioco senza restrizioni nel quale il computer imita l’essere umano, x appare intelligente a un interrogatore medio» (Proudfoot, 2013, p. 398, traduzione nostra).

La formulazione viene successivamente relativizzata al mondo attuale, così da evitare controesempi costituiti da macchine logicamente possibili ma fisicamente irrealizzabili. Proudfoot ha successivamente ripreso e precisato questa interpretazione (Proudfoot, 2020, 2022), sostenendo che la response-dependence interpretation offra una migliore corrispondenza con gli scritti di Turing rispetto alle letture ortodosse.

La response-dependence non va confusa con l’affermazione ingenua secondo cui «tutto sarebbe soggettivo». Il problema filosofico consiste precisamente nel determinare quali risposte, di quali soggetti e in quali condizioni siano pertinenti. Proudfoot dedica una parte importante del proprio lavoro alla possibilità di conciliare una teoria response-dependent con una nozione di oggettività che escluda bias personali e idiosincrasie.

La sua lettura rende inoltre particolarmente interessante la struttura del gioco dell’imitazione. Nella versione computer-imitates-human, il giudizio non riguarda semplicemente il comportamento isolato della macchina, in quanto l’interrogatore deve discriminare fra le risposte provenienti dalla macchina e quelle del concorrente umano. Proudfoot attribuisce un significato teorico proprio a questa struttura comparativa e sostiene che essa contribuisca a controllare la tendenza dell’interrogatore ad antropomorfizzare.

Michael Wheeler accetta il nucleo response-dependent della lettura, ma ne contesta l’architettura filosofica. Il suo articolo del 2020 è esplicito: pur ritenendo che Turing concepisca effettivamente l’intelligenza «in response-dependence terms» (Wheeler, 2020, p. 513), Wheeler sostiene che tale posizione debba essere ricostruita attraverso un modello di reference-fixing, anziché mediante il più forte transparency model.

La distinzione è tecnica, ma molto importante per il nostro problema. Nel transparency model, la relazione fra risposta appropriata e proprietà tende a essere estremamente stretta. Di fatto, nella formulazione più forte, se l’entità genera la risposta prevista nel soggetto pertinente e nelle condizioni specificate, non rimane altro da aggiungere alla spiegazione del possesso della proprietà. Nel reference-fixing model, invece, le risposte umane svolgono una funzione inizialmente indicativa: contribuiscono a fissare il referente del concetto, mentre la natura sottostante della proprietà può rimanere indipendente da quelle risposte. Wheeler utilizza il caso dell’acqua per rendere intuitiva la differenza: determinate apparenze sensoriali contribuiscono a individuare ciò che chiamiamo acqua, ma non esauriscono la sua natura fisica sottostante.

Per la Noosemia questa divergenza è particolarmente feconda poiché il framework non ha bisogno di sostenere che apparire intelligente significhi essere intelligente, né che apparire dotato di mente significhi possedere una mente. Il problema che isola è più circoscritto: a quali condizioni un comportamento artificiale viene esperito come manifestazione di mente?

Si può parlare, in questo senso delimitato, di una dipendenza dalla risposta sul piano fenomenologico dell’attribuzione mentale  o, più sinteticamente, di phenomenological response-dependence. La dipendenza riguarda l’esperienza attributiva, non necessariamente la natura metafisica dell’intelligenza.

È entro questa specifica linea interpretativa di Turing che la Noosemia trova il proprio antecedente filosofico più diretto nel contesto contemporaneo. Tuttavia compie un passo ulteriore, in quanto nella versione computer-imitates-human dell’imitation game l’interrogante deve discriminare fra macchina e concorrente umano. Nell’esperienza contemporanea con un LLM, invece, questa incertezza d’identità può scomparire completamente. Di fatto, l’utente sa già di interagire con un sistema artificiale. Non occorre che venga «ingannato» sulla sua natura. Il framework della Noosemia sottolinea precisamente che l’attribuzione può emergere nonostante la consapevolezza dell’artificialità del sistema.

Il passaggio può essere formulato attraverso due domande differenti. Da un lato, la domanda turingiana, nella particolare situazione del gioco, riguarda la capacità della macchina di produrre segni che rendano difficile la discriminazione rispetto all’interlocutore umano. Dall’altro, la domanda noosemica riguarda invece ciò che accade quando sappiamo che dietro i segni vi è una macchina e quei segni continuano, nondimeno, a presentarci la forma di una mente. Tale differenza consente di separare tre livelli che altrimenti potrebbero facilmente essere sovrapposti. L’intelligenza apparente riguarda il giudizio secondo cui una prestazione sembra intelligente. L’attribuzione di mente (mind attribution) riguarda il passo mediante il quale quella prestazione viene interpretata attraverso categorie mentali, come comprensione, intenzione, agentività o esperienza. L’esperienza noosemica riguarda infine il momento nel quale tale attribuzione assume salienza fenomenologica durante l’interazione e il sistema viene esperito, almeno localmente, come interlocutore.

Non ogni prestazione apparentemente intelligente produce quindi Noosemia. E un’esperienza noosemica non comporta necessariamente l’attribuzione di coscienza.

La distinzione permette anche di situare il concetto rispetto all’intentional stance di Daniel Dennett. Attribuire credenze, desideri o scopi a un sistema complesso può costituire una strategia interpretativa efficace senza richiedere un impegno metafisico sulla sua interiorità (Dennett, 1987). La Noosemia concentra però l’attenzione su una configurazione specifica dell’epoca attuale inerente l’IA generativa, nella quale quella disposizione intenzionale viene alimentata dalla potenza linguistica e semiotica del sistema, dalla continuità del dialogo, dalla sorpresa intelligibile e dal divario epistemico fra output significativo e meccanismo generativo sottostante.

Dal concetto alla misura: la convergenza empirica

Una genealogia filosofica, da sola, non sarebbe sufficiente a stabilire la rilevanza contemporanea della Noosemia. Negli ultimi anni, però, una crescente letteratura sperimentale ha iniziato a misurare, sotto denominazioni differenti, molte delle componenti che il framework mette in relazione.

È necessario mantenere una distinzione metodologica netta. Non esiste ancora una validazione diretta della Noosemia come costrutto autonomo, né una «Noosemia Scale» validata capace di distinguerla in maniera soddisfacente da antropomorfismo, mind perception, social presence, agency attribution o consciousness attribution. Gli studi disponibili non possono quindi essere descritti retrospettivamente come «esperimenti sulla Noosemia», bensì possono essere considerati un insieme di ricerche che vanno, ad oggi indirettamente, nella direzione di rendere la Noosemia un costrutto empirico. Infatti, esiste una consistente convergenza empirica sui suoi fenomeni costitutivi.

Una systematic review pubblicata nel 2026 ha analizzato 153 studi empirici sulla mind perception dell’intelligenza artificiale. Gli antecedenti vengono organizzati in tre grandi famiglie: fattori relativi all’essere umano, fattori relativi al sistema artificiale e fattori relativi all’interazione. Agency ed experience emergono come dimensioni fondamentali della percezione di mente (Li et al., 2026). La struttura è particolarmente interessante per la Noosemia, perché corrisponde a ciò che la genealogia turingiana aveva già suggerito: l’attribuzione non risiede integralmente nell’oggetto né integralmente nell’osservatore, ma dipende dalla relazione fra le proprietà di entrambi e dalle condizioni nelle quali essi interagiscono.

Uno degli studi più vicini a questo problema è quello di Jacobs, Pazhoohi e Kingstone (2026). Attraverso quattro esperimenti con differenti modalità di esposizione a ChatGPT, LLaMA e Claude, gli autori hanno osservato che l’esposizione agli LLM può aumentare le attribuzioni di mente sia nella dimensione dell’agency, intesa come capacità di agire, sia in quella dell’experience, riferita alla capacità di avere esperienze o sensazioni. L’effetto varia con il tipo di esposizione e con le differenze individuali; maggiore esperienza precedente con gli LLM e maggiore disposizione all’antropomorfizzazione risultano associate a più elevate attribuzioni mentali.

Il risultato è significativo perché mostra sperimentalmente che non basta specificare le caratteristiche del sistema. Invero, conta chi lo osserva e come avviene l’interazione.

Wu e Shen (2026) hanno affrontato la questione da una prospettiva complementare, proponendo un modello della machine agency attribution articolato in tre fasi. Nella fase percettiva l’utente riconosce nel sistema comportamento indipendente e orientamento allo scopo; nella fase inferenziale attribuisce una mente agentiva e stati mentali; nella fase valutativa giudica la capacità dell’agente di esercitare influenza. Due survey sono state utilizzate per sviluppare le misure e un esperimento per verificare le relazioni fra i livelli. L’inferenza di stati mentali rafforza la relazione fra il comportamento agentivo percepito e il giudizio di capacità agentiva.

Il passaggio dal comportamento osservato all’inferenza mentale occupa precisamente una delle regioni che interessano la Noosemia. Il framework noosemico vi aggiunge una domanda ulteriore: come viene vissuta questa transizione quando il comportamento è costituito da segni linguistici (in senso comunicativo e generale) che sembrano rispondere, comprendere e rilanciare?

Altri studi consentono di affrontare un problema ancora più vicino alla distinzione fra ontologia ed esperienza: che cosa accade quando l’utente sa di avere davanti un sistema artificiale?

Castiello e colleghi (2026) hanno manipolato il profilo psicologico manifestato linguisticamente da GPT-4 e GPT-4.1 in tre esperimenti. I partecipanti erano pienamente consapevoli di interagire con un sistema artificiale; ciononostante, tendevano ad affiliarsi maggiormente con l’LLM quando la psicologia espressa attraverso il linguaggio risultava simile alla propria. Nell’esperimento preregistrato, un modello istruito a rispecchiare il profilo Big Five [1] del partecipante produceva maggiore affiliazione rispetto a un modello che ne esprimeva il profilo inverso.

Il risultato è teoricamente importante perché mostra che la conoscenza esplicita dell’artificialità non annulla necessariamente la risposta sociale e relazionale. In termini noosemici possiamo affermare: sapere che la controparte è una macchina non implica cessare di reagire ai suoi segni come a quelli di un interlocutore.

Kleinert e colleghi (2026), in due esperimenti randomizzati e double-blind condotti su 492 partecipanti impegnati in interazioni emotivamente coinvolgenti, hanno mostrato che un LLM può generare una forte esperienza di vicinanza interpersonale. Presentarlo esplicitamente come AI riduceva l’effetto rispetto alla condizione nella quale veniva presentato come umano, ma non cancellava semplicemente la dimensione relazionale dell’interazione.

Qui la distinzione fra due livelli diventa particolarmente chiara: conoscenza epistemica dell’artificialità e risposta fenomenologica durante il dialogo non coincidono.

Anche le differenze individuali contano. Di fatto, Folk, Heine e Dunn (2025), in due esperimenti con un totale di 1.274 partecipanti, hanno mostrato che la propensione ad antropomorfizzare la tecnologia contribuisce a spiegare quanto socialmente connessi gli utenti si sentano dopo una conversazione con un chatbot. Gli stessi autori suggeriscono che, per alcune persone, l’artificialità costituisca una barriera difficilmente superabile, mentre per altre possa risultare molto meno rilevante.

L’eco del Turing del 1948, quindi, è evidente, in quanto proprietà dell’oggetto e caratteristiche dell’osservatore partecipano entrambe al giudizio.

La letteratura recente consente inoltre di raffinare il significato stesso di «mente attribuita». Colombatto e Fleming (2024), studiando 300 partecipanti statunitensi, hanno trovato che il 67% attribuiva almeno una possibilità non nulla di coscienza fenomenica a ChatGPT; tali attribuzioni variavano, fra l’altro, con la frequenza d’uso del sistema. Il dato non dimostra naturalmente alcuna coscienza della macchina, al contrario, mostra l’esistenza empiricamente misurabile di un’attribuzione di coscienza.

Un lavoro successivo di Colombatto, Birch e Fleming (2025) ha mostrato ancora più chiaramente che le attribuzioni mentali non costituiscono un blocco indifferenziato. Le capacità attribuite agli LLM tendono a organizzarsi attorno a dimensioni differenti, fra cui intelligence ed experience, e tali attribuzioni intrattengono relazioni diverse con la fiducia e l’accettazione dei suggerimenti del sistema.

Questa multidimensionalità è particolarmente importante per la Noosemia. Un utente può attribuire al sistema comprensione, capacità di ragionamento, intenzione o agentività mantenendo molto bassa l’attribuzione di esperienza fenomenica e senza arrivare in alcun modo alla conclusione «questa macchina è cosciente». La Noosemia deve quindi evitare una concezione monolitica dell’attribuzione mentale poiché intelligenza percepita, comprensione, agentività, esperienza e coscienza costituiscono dimensioni distinguibili.

Questi studi non «dimostrano la Noosemia», bensì mostrano qualcosa di metodologicamente più interessante e solido. Una letteratura sperimentale sviluppatasi indipendentemente dal framework misura già molti dei fenomeni che esso tenta di organizzare, fra cui mind perception, agency attribution, experience attribution, antropomorfismo, affiliazione, connessione sociale, fiducia e attribuzione di coscienza.

La possibile funzione teorica della Noosemia consiste allora nel verificare se esista, nell’epoca dei sistemi di IA generativa, una configurazione sufficientemente specifica da attraversare questi costrutti senza coincidere con nessuno di essi. In tal maniera potremmo constatare l’esperienza nella quale una prestazione semiotica dialogica, coerente, contestuale e significativamente sorprendente viene interpretata come segno di mente. Su questo terreno un neologismo quale Noosemia può trasformarsi in programma scientifico.

Non sarebbe sufficiente constatare che gli esseri umani antropomorfizzano le macchine. Sappiamo che il fenomeno è noto da molto tempo. Occorrerà, altresì, mostrare che la combinazione di continuità dialogica, significazione contestuale, sorpresa intelligibile, opacità epistemica e attribuzione mentale caratteristica dell’interazione con sistemi generativi possiede una struttura empiricamente riconoscibile e una sufficiente validità discriminante rispetto ai costrutti confinanti.

La questione diventa ancora più interessante per l’A-Noosemia. Un autentico esperimento a-noosemico non dovrebbe limitarsi a chiedere, al termine dell’interazione, quanto un soggetto abbia antropomorfizzato una macchina. Dovrebbe misurare l’attribuzione nel tempo, osservando che cosa accade quando intervengono eventi capaci di perturbare la costruzione precedente: perdita di contesto, allucinazione evidente, risposta meccanicamente ripetitiva, contraddizione oppure una manipolazione che renda il comportamento più facilmente prevedibile e causalmente leggibile.

L’oggetto diventerebbe allora una traiettoria di attribuzione, una dinamica in cui si riscontra l’emergere della mente percepita, la sua eventuale stabilizzazione e il suo possibile collasso. È notevole che una simile agenda sperimentale riconduca ancora una volta a Turing. Nel 1948 la scoperta delle regole poteva ridurre la «tentazione di immaginare intelligenza» (Turing, 1948/2004b, p. 431, traduzione nostra); nel 1952 vedere causa ed effetto poteva dissolvere forme di pensiero apparente in inferenze meccaniche (unimaginative donkey-work). Ciò che allora era un’intuizione filosofica può oggi essere convertito in un’ipotesi sperimentale.

Quando la mente si ritira dal segno

Possiamo ora tornare alle domande con cui abbiamo iniziato.

La Noosemia non nasce dall’idea ingenua che una macchina linguisticamente sofisticata debba possedere una mente. Nasce da una constatazione più circoscritta e, forse, più difficile: anche quando sospendiamo il giudizio sulla mente della macchina, resta da spiegare perché il suo comportamento possa essere esperito come mentalmente significativo.

Una specifica interpretazione del pensiero di Turing offre a questa domanda una genealogia particolarmente feconda. Nel 1948 l’attribuzione di intelligenza dipendeva tanto dalle proprietà dell’oggetto quanto dallo stato mentale e dalla formazione dell’osservatore; la possibilità di spiegare e prevedere il comportamento riduceva la tentazione di immaginarvi intelligenza. Nello stesso testo, una semplice paper machine poteva già produrre la sensazione di misurarsi con «qualcosa di vivo» (Turing, 1948/2004b, p. 412, traduzione nostra). Nel 1950 la continuità di risposte satisfactory and sustained diventava rilevante per distinguere una prestazione significativa da un semplice artificio, mentre la sorpresa nasceva dalla distanza fra ciò che la macchina produceva e ciò che l’essere umano era in grado di anticipare. Nel 1951 una macchina deterministica poteva «apparire» come se disponesse di libero arbitrio e produrre conseguenze che il programmatore non aveva previsto. Nel 1952, infine, la trasparenza della catena causale poteva modificare fino a dissolverlo ciò che in precedenza veniva chiamato pensiero.

Abbiamo visto che Proudfoot ha proposto di interpretare questa costellazione attraverso la response-dependence. Wheeler, dal canto suo, ne ha accettato l’intuizione generale introducendo però una distinzione decisiva fra risposta dell’osservatore e natura sottostante della proprietà, attraverso il modello di reference-fixing. La discussione impedisce così di trasformare la risposta dell’interrogatore in un semplice sinonimo della realtà ontologica della mente.

La Noosemia può collocarsi proprio in questo spazio.

Non ci dice che, se una macchina sembra comprendere, allora comprende. Non ci dice nemmeno che ogni attribuzione mentale sia necessariamente illusoria. La Noosemia si occupa di un problema preliminare: come si forma l’esperienza della mente nell’interazione con un sistema artificiale?

I Large Language Models hanno ormai reso questa domanda quotidiana.

Sappiamo che dall’altra parte dello schermo non si trova un essere umano. Conosciamo almeno in termini generali la natura artificiale del sistema. Eppure continuiamo a domandargli che cosa «pensa», perché «ha scelto» una determinata strada, se «ha davvero capito» un argomento. Talvolta la continuità del dialogo, la pertinenza della risposta e la sorpresa prodotta da una connessione inattesa rendono temporaneamente poco saliente la distanza fra questo linguaggio intenzionale e il substrato computazionale sottostante. In altri momenti accade il contrario: una risposta sbagliata, meccanica o incoerente spezza il campo interpretativo, e l’interlocutore scompare lasciando nuovamente davanti a noi lo strumento.

La Noosemia e l’A-Noosemia descrivono i due movimenti di questa oscillazione: la mente che emerge dal segno e la mente che dal segno si ritira.

Forse è precisamente qui che il Turing Test conserva, a più di settant’anni di distanza, la propria vitalità filosofica. Non perché il XXI secolo abbia semplicemente bisogno di una competizione per stabilire se una macchina possa essere scambiata per una persona. La domanda si è spostata, in quanto sempre più spesso sappiamo già che si tratta di una macchina, e dobbiamo comprendere perché i suoi segni continuino, in determinate condizioni, a presentarci la forma di una mente. In termini jaspersiani (Psicologia delle visioni del mondo; Jaspers, 1919/1950) possiamo affermare che tale forma è un involucro; tuttavia, la distinzione tra involucro e contenuto si fa sempre più sfumata e intercambiabile. Più l’utente nota che l’IA funziona anche su task complessi, più la forma strumentale si mescola alla percezione di una entità indipendente (e il problema della coscienza diventa sempre più ingarbugliato).

Così il problema sottostante riguarda l’intelligenza artificiale, certamente, ma riguarda con altrettanta profondità noi stessi. La questione diventa capire quali indizi sono sufficienti perché riconosciamo una mente. Quale parte di quel riconoscimento appartiene a ciò che osserviamo e quale alla struttura cognitiva, culturale ed epistemica attraverso cui lo osserviamo?

Turing aveva cominciato a formulare questa domanda quando i computer digitali occupavano intere stanze e le reti neurali artificiali erano realizzate anche come dispositivi analogici. L’intelligenza artificiale generativa ha portato la domanda in quel luogo dove soggetto e oggetto non sono separabili.


 

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[1] Il modello Big Five descrive la personalità attraverso cinque ampie dimensioni: apertura all’esperienza, coscienziosità, estroversione, gradevolezza e nevroticismo (Goldberg, 1990).

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