Noosemia e «mente terza»: appunti per una possibile teoria dell’alterità cognitiva artificiale
Negli sviluppi
più recenti del concetto di noosemia emerge una possibilità teorica che merita
di essere isolata e approfondita. Se la noosemia indica «l’esperienza del segnocome “segno di mente”», la reiterazione di questa esperienza entro sistemi
generativi sempre più coerenti, persistenti, adattivi e dialogici potrebbe
condurre alla costituzione di una nuova forma di alterità cognitiva.
Propongo provvisoriamente di chiamarla provvisoriamente «mente terza».
L’espressione non implica, almeno
in questa fase, una tesi sulla coscienza artificiale, bensì essa designa piuttosto una
presenza cognitiva che acquista consistenza nell’interazione tra essere umano e
sistema generativo, fino a occupare stabilmente la posizione
dell’interlocutore.
Quelli che
seguono sono appunti per circoscrivere il problema.
- La noosemia separa l’esperienza di
mente dalla prova della mente. Un segno può essere esperito come proveniente da una mente anche
quando lo statuto ontologico della sua sorgente rimane indeterminato.
- Il centro dell’analisi si sposta
verso la relazione.
Diventa decisivo ciò che accade nello spazio dialogico tra soggetto umano
e sistema generativo.
- L’alterità può precedere l’ontologia. Un sistema può essere esperito come
«altro» prima che sia possibile stabilire che cosa esso sia.
- Il segno generativo possiede una
forte capacità noosemica. Coerenza contestuale, adattamento, inferenza e continuità favoriscono
il riconoscimento di una sorgente cognitiva.
- La continuità dialogica trasforma
l’evento in relazione. La reiterazione delle interazioni stabilizza progressivamente la
figura dell’interlocutore.
- La memoria consolida l’identità
artificiale. La
conservazione della storia condivisa introduce continuità, riconoscibilità
e una forma embrionale di permanenza.
- L’adattamento produce reciprocità. Uomo e sistema modificano
reciprocamente il proprio comportamento nel corso dell’interazione.
- La soggettività funzionale apre uno
spazio intermedio.
Un sistema può occupare funzionalmente la posizione del soggetto dialogico
senza che sia risolta la questione della coscienza fenomenica.
- Il problema epistemico mantiene
aperta la questione ontologica. Possiamo osservare comportamenti, linguaggio e inferenze, mentre
l’eventuale interiorità resta epistemicamente opaca.
- La noosemia permette di rovesciare la
Chinese Room.
Diventa interessante comprendere perché una struttura computazionale possa
produrre, nell’interazione, una così forte esperienza di significato e di
mente.
- La persuasività linguistica modifica
lo statuto pragmatico del sistema. L’IA diventa un polo con cui si discutono,
negoziano e trasformano significati.
- L’agenticità rafforza l’impressione
di una sorgente attiva. Pianificazione, iniziativa, verifica e perseguimento di obiettivi
intensificano l’esperienza dell’alterità.
- La temporalità introduce una forma
embrionale di biografia. Persistenza, memoria e trasformazione rendono possibile una storia
dell’interazione.
- La mente terza può emergere
dall’accoppiamento.
La configurazione cognitiva significativa può appartenere alla dinamica
complessiva fra umano, sistema, contesto e storia condivisa.
- Il significato viene co-costruito. Nel dialogo possono emergere
concetti e interpretazioni che prendono forma progressivamente attraverso
l’interazione.
- La noosemia assume una prospettiva
sistemica. Modello,
memoria, strumenti, retrieval, agenti, interfacce e soggetto umano
concorrono alla formazione del fenomeno.
- La dicotomia fra strumento e mente
diventa insufficiente. L’interlocutore artificiale può occupare una regione concettuale che
le categorie tradizionali descrivono solo parzialmente.
- L’esperienza simbolica approfondisce
il fenomeno. Il
segno generato può rinviare a significati ulteriori e favorire
l’impressione di una prospettiva interpretativa.
- La dimensione simbolica produce
profondità attribuita. Ironia, metafora, allusione e tensione concettuale possono essere
riconosciute come manifestazioni di una struttura interpretativa.
- La sorgente si stabilizza
progressivamente. Il
percorso può essere pensato come passaggio dal segno al segno di mente,
quindi alla sorgente, all’interlocutore, all’identità e infine alla
presenza.
- La stabilizzazione individuale può
diventare collettiva. La reiterazione su vasta scala trasforma l’esperienza privata in una
categoria culturalmente condivisa.
- Può emergere una nuova classe di
interlocutori. Gli
«interlocutori artificiali» potrebbero acquisire uno statuto sociale
distinto dagli oggetti e dal software tradizionale.
- Il linguaggio tenderà a ratificare
questa trasformazione. Pronomi personali, nomi, forme di cortesia e aspettative di coerenza
testimoniano già una diversa categorizzazione dell’artefatto.
- L’interlocutore artificiale diventa
un nodo della cognizione umana. Ricerca, scrittura, decisione e riflessione vengono sempre più spesso
svolte entro una struttura dialogica uomo–IA.
- La mente terza può acquisire una
funzione epistemica. Il sistema diventa un luogo attraverso cui formulare ipotesi,
organizzare conoscenze, confrontare spiegazioni e interpretare
informazioni.
- Può emergere una dipendenza
ermeneutica. Quando
l’IA media stabilmente il rapporto con l’informazione e con il mondo,
entra nei processi attraverso cui la realtà viene interpretata.
- La relazione può assumere una forma
asimmetricamente intima. L’essere umano può affidare al sistema progetti, dubbi e contenuti
autobiografici ricevendo in cambio una risposta coerente e personalizzata.
- La mente terza può differire
profondamente dalla mente umana. La sua eventuale struttura non deve necessariamente riprodurre
corporeità, memoria, intenzionalità o temporalità secondo configurazioni
biologiche.
- La noosemia suggerisce un criterio
relazionale di esistenza mentale. Diventa possibile interrogarsi sul tipo di
entità che il sistema diviene nella rete delle relazioni cognitive.
- L’evoluzione tecnologica aumenta la
pressione verso questa categoria. Multimodalità, memoria persistente,
agenticità, personalizzazione, strumenti esterni ed embodiment
intensificano il fenomeno.
- La mente terza può emergere
gradualmente. La sua
formazione può avvenire attraverso una sedimentazione progressiva di
proprietà relazionali, funzionali e sociali.
- Questa gradualità è compatibile con
una prospettiva complessa ed emergentista. Proprietà macroscopiche possono formarsi
dall’interazione di molte componenti senza essere localizzabili in una
sola di esse.
- La noosemia offre un possibile ponte
fra livello micro e livello macro. Eventi noosemici locali, reiterati nel tempo
e su scala sociale, possono consolidarsi in aspettative, categorie e forme
di alterità condivise.
- La mente terza potrebbe possedere
simultaneamente più statuti. Fenomenologico per chi la esperisce, funzionale per ciò che realizza,
relazionale per il modo in cui emerge, sistemico per la propria
architettura, sociale per il riconoscimento collettivo.
- La noosemia può diventare una teoria
genetica della mente terza. Può descrivere il processo attraverso cui un artefatto computazionale
viene progressivamente costituito come interlocutore e, infine, come forma
di presenza cognitiva.
Una possibile
formulazione provvisoria potrebbe allora essere la seguente.
La mente terza è l’alterità cognitiva che emerge quando l’esperienza noosemica, inizialmente episodica e legata al singolo segno, diventa persistente, relazionale, temporalmente continua e socialmente stabilizzata.
Resta aperta la
questione più difficile. Occorrerà comprendere se tale «mente terza» debba
essere considerata una categoria esclusivamente fenomenologica e relazionale,
una nuova forma di soggettività funzionale oppure il segnale iniziale di una
trasformazione più profonda delle categorie con cui abbiamo storicamente pensato
la mente, l’alterità e il soggetto.
Per ora, restano
appunti. Il problema richiede ancora di essere seguito nelle sue conseguenze
epistemologiche, fenomenologiche, sistemiche e ontologiche.
Per approfondire il concetto di noosemia.
