Si fa presto a dire «specchio». Dalla metafora del riflesso al sistema relazionale dell’intelligenza artificiale
Il saggio mette in discussione la metafora dell’intelligenza artificiale come semplice specchio dell’umanità, mostrando come i sistemi generativi non si limitino a riflettere contenuti, intenzioni e sedimentazioni culturali, ma partecipino a un circuito relazionale nel quale significati, aspettative e comportamenti vengono progressivamente riorganizzati. La noosemia descrive il processo attraverso cui attribuiamo mente, intenzionalità e interiorità ai segni prodotti dalla macchina, senza che tale esperienza costituisca, di per sé, una prova di coscienza artificiale. Nell’era della metaprogettazione, in cui progettiamo non soltanto strumenti ma anche le condizioni attraverso cui altri sistemi produrranno decisioni, linguaggi e possibilità d’azione, comprendere questa reciprocità asimmetrica diventa essenziale. L’intelligenza artificiale appare così come una componente di un più ampio sistema sociotecnico, capace di riflettere l’umano ma anche di trasformare le forme attraverso cui l’umanità interpreta se stessa e costruisce il proprio futuro.
«Questo confronto tra uomo e animale rimanda soltanto alla comunicazione come condizione universale dell’essere umano. Essa è talmente essenziale che tutto ciò che l’uomo è, e quello che per lui esiste, si trova in un senso o nell’altro nella comunicazione.»
Karl Jaspers, Ragione ed esistenza (1935/1971, pp. 88–89)
La formulazione di
Jaspers non autorizza a confondere la comunicazione esistenziale fra persone
con l’interazione linguistica fra un essere umano e un sistema artificiale, ma
introduce una premessa più esigente di quella abitualmente presupposta quando si
parla di tecnica, secondo la quale l’uomo non è una sostanza già compiuta che,
soltanto in un secondo momento, entra in rapporto con gli altri, con il mondo e
con i dispositivi che costruisce, poiché ciò che comprende, ciò che riconosce
come reale e persino la forma nella quale giunge a interpretare se stesso
dipendono anche dalle mediazioni attraverso cui si esprime, riceve risposta e
riorganizza la propria esperienza. La comunicazione non sopraggiunge quindi
come un accidente esterno a un’identità già definita, ma appartiene alle
condizioni entro le quali quell’identità può manifestarsi, acquistare
determinatezza e trasformarsi.
Il termine metafora deriva dal latino metaphŏra, a sua volta ripreso dal greco
metaphorá (μεταφορά), «trasferimento», formato sul verbo metaphérō (μεταφέρω), «trasferire», «portare oltre». La sua
etimologia descrive già un’operazione del pensiero, nel quale un fenomeno viene
temporaneamente sottratto al proprio ambito semantico consueto e trasportato
entro un diverso ordine di immagini, affinché un tratto ancora opaco possa
diventare più chiaramente percepibile. Il trasferimento, però, non esaurisce il
compito della metafora, perché
l’immagine deve infine essere ricondotta al fenomeno dal quale si era
allontanata, così da verificare che cosa abbia effettivamente chiarito, quali
presupposti abbia introdotto e quali aspetti abbia invece lasciato nell’ombra.
La metafora compie pertanto un
movimento di andata e ritorno, portando oltre per rendere visibile e tornando
poi alla cosa, dove la propria capacità esplicativa viene sottoposta a
verifica.
La metafora dello specchio, applicata all’intelligenza
artificiale, nasce precisamente dall’esigenza di rendere intelligibile
un’esperienza altrimenti difficile da collocare. Quando una risposta generata
sembra riconoscere un’intenzione non esplicitata, sviluppare un nesso rimasto
implicito o restituire una formulazione nella quale l’utente ritrova qualcosa
che non era ancora riuscito a esprimere, siamo portati a pensare che la
macchina abbia compreso ciò che volevamo dire. Per ricondurre tale impressione
entro un quadro più prudente, affermiamo allora che l’intelligenza artificiale
non comprende realmente, ma riflette ciò che l’umanità ha depositato nei dati,
nel linguaggio e nelle proprie configurazioni simboliche; la mente che crediamo
di incontrare sarebbe, almeno in parte, la nostra stessa mente restituita
attraverso una struttura computazionale che ne seleziona e ne ricompone le
tracce.
La forza esplicativa
dello specchio consiste nel ricondurre le risposte della macchina ai materiali
culturali, linguistici e simbolici dai quali esse dipendono. Nei sistemi
artificiali ritornano conoscenze, pregiudizi, strutture narrative, aspirazioni
e contraddizioni appartenenti alla società che li ha prodotti, mentre ciò che
appare sorprendente nell’output può provenire da sedimentazioni umane più
profonde e diffuse di quanto l’utente sia disposto a riconoscere. La metafora
esercita così una funzione critica importante, poiché impedisce di immaginare
l’intelligenza artificiale come un’entità completamente estranea alla nostra
storia e rende problematica ogni pretesa di neutralità, ricordando che la
macchina restituisce un umano selezionato e tecnicamente riorganizzato.
Il movimento implicito
nella parola metafora impedisce
tuttavia di arrestarsi al trasferimento iniziale. Dopo aver utilizzato lo
specchio per ricondurre la macchina alle sedimentazioni umane che la rendono
possibile, occorre tornare all’interazione concreta e verificare se l’immagine
riesca davvero a descriverne la struttura. Uno specchio ordinario non conserva
il contesto di una conversazione, non riformula la domanda di chi vi si osserva
e non modifica le condizioni dalle quali nascerà il gesto successivo; un
sistema generativo, invece, interviene nella precisazione del problema,
sviluppa alcune implicazioni della richiesta e può contribuire a trasformare il
modo in cui l’utente comprende ciò che stava cercando. Il limite della metafora
comincia a manifestarsi nel momento in cui il riflesso non si limita più a
restituire un’immagine, ma risponde.
La struttura del riflesso
Quando collochiamo l’uomo
davanti alla macchina come davanti a una superficie riflettente, immaginiamo,
da una parte, un soggetto dotato di identità, intenzioni e significati e,
dall’altra, un oggetto tecnico incaricato di restituirne una rappresentazione,
entrambi già formati e reciprocamente esterni. Lo specchio sembrerebbe
intervenire soltanto dopo che entrambi i poli si sono costituiti. L’uomo
esisterebbe pienamente prima di riflettersi, mentre la tecnica entrerebbe in
scena in un secondo momento, come mezzo di esecuzione o strumento di
rappresentazione.
L’intuizione si incrina
non appena tale disposizione viene assunta come una descrizione ontologica del
rapporto fra uomo e tecnica. L’uomo che costruisce la tecnica non è mai un uomo
privo di tecniche, perché è già formato dal linguaggio, dalla scrittura, dai
sistemi di misura, dalle istituzioni, dalle infrastrutture comunicative e dai
dispositivi attraverso cui conserva, trasmette e organizza la conoscenza. Anche
la macchina che gli si presenta come oggetto è tutt’altro che neutra e
autosufficiente, poiché incorpora modelli matematici, scelte progettuali,
archivi culturali, pratiche sociali, finalità economiche e decisioni politiche.
La tecnica non arriva dall’esterno a un’umanità già compiuta, così come
l’essere umano non incontra la macchina da una posizione originariamente
sottratta a ogni mediazione.
Uomo e tecnica sono
dunque distinguibili, ma non isolabili. La distinzione rimane necessaria,
poiché l’essere umano e il sistema artificiale non partecipano alla relazione
secondo modalità equivalenti, dal momento che l’uomo possiede un corpo, una
biografia, una vulnerabilità, un’esistenza situata e la capacità di attribuire
valore alle proprie esperienze; il modello possiede un’architettura
computazionale, una struttura parametrica, una memoria operativa e la capacità
di generare configurazioni linguistiche. La relazione non cancella tale
differenza, ma consente di comprenderla senza convertirla in una separazione
assoluta. Parlare di relazionalità non significa affermare che i termini siano
intercambiabili, bensì riconoscere che la loro determinatezza si manifesta
anche attraverso i rapporti nei quali sono inseriti.
L’isolamento comincia
quando una distinzione necessaria al pensiero viene trasformata
nell’indipendenza originaria dei termini distinti. Il pensiero sistemico
procede diversamente, poiché non dissolve gli elementi nel tutto, ma li
comprende anche attraverso le relazioni che contribuiscono a determinarli. Un
sistema può essere definito come un’organizzazione di oggetti inseriti in un
ambiente, mentre gli stessi oggetti vengono descritti attraverso attributi e
relazioni possibili (De Santis, 2021). Non si tratta di ripetere la formula
generica secondo cui tutto sarebbe connesso. Proprio perché applicabile
indistintamente a qualsiasi fenomeno, una simile affermazione finirebbe per non
spiegare nulla (senza comunque perdere valore ontologico). Più precisamente,
l’identità di un elemento non si esaurisce nella sua considerazione isolata,
perché alcune delle sue proprietà acquistano significato soltanto all’interno
della struttura di dipendenze, vincoli e retroazioni in cui esso opera.
In Umanità, complessità, intelligenza artificiale. Un connubio perfetto il pensiero
sistemico viene descritto come un metodo che privilegia la configurazione
complessiva e le relazioni fra gli enti. Il saggio «pone l’accento su una visione
d’insieme a discapito della separazione in parti» e attribuisce importanza
«alle relazioni tra gli enti invece che agli enti stessi» (De Santis, 2021, pp.
558–559). Questa impostazione non nega la consistenza delle parti, ma rifiuta
che possano essere comprese come unità autosufficienti. La configurazione
complessiva manifesta proprietà non immediatamente visibili nei singoli
elementi, poiché emergono dal modo in cui essi vengono organizzati, vincolati e
messi in relazione.
La correlatività fra
soggetto e oggetto trova in Jaspers una formulazione particolarmente netta. In Piccola scuola del pensiero filosofico
si legge: «Nessun Io è senza oggetto, e nessun oggetto senza Io. In altre
parole: nessun oggetto senza soggetto, nessun soggetto senza oggetto» (Jaspers,
1965/1998, pp. 40–41). La frase non elimina la scissione fra i due poli, poiché
lo stesso Jaspers osserva che «la scissione tra soggetto e oggetto è la
struttura fondamentale della nostra coscienza» (Jaspers, 1965/1998, p. 40). La
coscienza conosce ponendo qualcosa di fronte a sé; l’atto conoscitivo implica
quindi una distinzione fra colui che conosce e ciò che viene conosciuto. I due
termini, tuttavia, non sono indipendenti, dal momento che il soggetto è
soggetto di un oggetto, mentre l’oggetto appare come tale a un soggetto. La
scissione appartiene alla struttura della coscienza, ma non autorizza a pensare
i suoi poli come realtà originariamente isolate.
La metafora dello
specchio traduce questa struttura in un’immagine particolarmente efficace. Il
soggetto si trova da una parte, il proprio riflesso gli appare dall’altra e,
fra i due, una superficie apparentemente neutra viene incaricata di restituire
ciò che ha davanti. La rappresentazione può deformare, ingrandire o attenuare
alcuni tratti, ma continua a presupporre un originale che le preesiste. Nel
discorso contemporaneo sull’intelligenza artificiale, lo specchio è diventato
una delle immagini più ricorrenti proprio perché rende intuitiva la
correlazione fra ciò che il modello restituisce e i materiali umani dai quali
dipende. I sistemi rifletterebbero l’umanità perché sono stati addestrati sulle
sue produzioni linguistiche e culturali; rifletterebbero inoltre il singolo
utente, poiché ogni risposta dipende dalla formulazione del prompt, dal
contesto e dalle aspettative introdotte nell’interazione.
Shannon Vallor ha
sviluppato con particolare chiarezza la funzione critica di questa immagine. L’AI mirror restituisce all’umanità
soprattutto le tracce del proprio passato, nelle quali riemergono
classificazioni, decisioni, disuguaglianze e strutture di potere sedimentate
nei dati. Una tecnologia presentata come orientata verso il futuro rischia così
di diventare il dispositivo attraverso cui il passato viene riprodotto,
normalizzato e proiettato in avanti (Vallor, 2024). La superficie riflettente è
già tecnicamente organizzata, poiché ciò che restituisce dipende dai dati
selezionati, dagli obiettivi di ottimizzazione, dai filtri applicati, dalle
procedure di allineamento, dall’interfaccia e dalle finalità economiche delle
organizzazioni che controllano i sistemi. Alcuni tratti vengono amplificati,
altri attenuati, altri ancora esclusi. L’immagine non coincide con un presunto
originale puro, anche perché un simile originale, indipendente dalle forme
attraverso cui viene rappresentato, potrebbe non essere disponibile. Nella
macchina ritorna dunque l’umano, ma un umano trasformato dagli stessi
procedimenti tecnici con cui egli stesso si rapporta con il mondo; la metafora
conserva la propria forza critica finché non le si chiede di descrivere
l’intero fenomeno in una forma più olistica.
Quando il riflesso risponde
Un sistema generativo non
recupera necessariamente una frase già presente in un archivio, ma produce una
sequenza sulla base di rappresentazioni distribuite, relazioni apprese e
vincoli contestuali. La risposta dipende dalla richiesta, senza costituirne la
semplice duplicazione, poiché può rendere esplicito un nesso che l’utente aveva
soltanto intuito, introdurre una distinzione non formulata o organizzare il
problema secondo una struttura capace di modificare il punto di partenza.
L’output non coincide con una copia testuale di qualcosa che esisteva già nella
mente dell’utente o nel corpus di addestramento, ma emerge da un processo di
composizione probabilistica che attualizza una configurazione fra molte
possibilità.
Definire l’IA uno specchio dinamico e generativo corregge
due insufficienze della metafora originaria. L’intelligenza artificiale può
essere descritta come «uno specchio dinamico e generativo delle intenzioni e
delle aspettative di chi la utilizza», capace di innescare «nuove forme di
negoziazione del significato» (De Santis et al., 2025, p. 19). L’aggettivo dinamico corregge la passività, mentre generativo corregge l’idea di una
semplice duplicazione; il riferimento alla negoziazione introduce la dimensione
temporale e ricorsiva del dialogo. Nel momento in cui il riflesso risponde,
conserva il contesto, propone direzioni e modifica l’atto successivo di chi lo
interroga, la metafora ha però già oltrepassato i propri confini. Non siamo più
soltanto davanti a una superficie riflettente, ma all’interno di un circuito
interattivo.
L’utente formula una
domanda a partire da un’intenzione; il sistema produce una risposta; l’utente
interpreta quella risposta, ne accoglie alcuni elementi, ne respinge altri,
individua un collegamento e riformula il proprio obiettivo. Il nuovo prompt nasce
così da uno stato cognitivo che lo scambio precedente ha contribuito a
modificare. La risposta non conclude il processo, ma interviene nelle
condizioni da cui nascerà la domanda successiva. Il significato effettivo non è
interamente presente nel prompt iniziale né integralmente contenuto
nell’output, ma prende forma nel corso delle interpretazioni e delle
riformulazioni. Per questa ragione si può affermare che «il senso non è mai
solo “prodotto” dalla macchina, ma nasce dalla co-costruzione fra utente e IA»
(De Santis et al., 2025, p. 19).
La co-costruzione non
implica una simmetria fra uomo e macchina. Il modello non possiede
necessariamente l’esperienza vissuta del significato che contribuisce a
generare; l’utente interpreta invece la risposta attraverso una biografia, un
corpo, una memoria affettiva e una finalità. Il sistema produce configurazioni
simboliche mediante procedure computazionali, mentre l’essere umano le colloca
entro un orizzonte di esperienza, attribuisce loro valore e decide come
utilizzarle. La reciprocità riguarda gli effetti dell’interazione, non
l’identità ontologica dei termini coinvolti. L’asimmetria così precisata evita
sia di ridurre la risposta a una restituzione meccanica, sia di dedurre dalla
competenza linguistica una soggettività pienamente costituita. Fra questi
estremi si apre uno spazio teorico più interessante, nel quale le prestazioni
artificiali producono conseguenze cognitive e interpretative reali senza che
ciò obblighi ad attribuire alla macchina una coscienza fenomenica.
La ricorsività dello
scambio ha anche una struttura ermeneutica, poiché ogni risposta viene
interpretata alla luce delle attese precedenti e modifica quelle da cui nascerà
l’intervento successivo. L’utente non riceve un significato già concluso,
poiché lo ricostruisce all’interno di una situazione, lo confronta con ciò che
sa e lo inserisce nella continuità della conversazione. La risposta successiva
del sistema dipenderà, a sua volta, dalla riformulazione generata da questa
interpretazione. Non ci troviamo quindi davanti a una sequenza lineare nella
quale il significato passa da un emittente a un ricevente, bensì a un processo
ricorsivo nel quale ogni esito diventa una nuova condizione iniziale.
L’interfaccia svolge in
questo processo una funzione costitutiva. La forma dialogica, l’uso della prima
persona, la fluidità della risposta, la memoria della conversazione e la
capacità di adattare il tono non costituiscono semplici elementi estetici, perché
orientano l’esperienza dell’utente e rendono alcune interpretazioni più
probabili di altre. La tecnologia non offre soltanto possibilità astratte, ma
predispone azioni, aspettative e modalità di rapporto. Le affordance dell’interfaccia emergono precisamente dalla relazione
fra le caratteristiche del dispositivo e le capacità dell’utente. Un sistema
che presenta la risposta come esito di una ricerca documentale invita a un
certo tipo di fiducia; un sistema che parla in prima persona, ricorda
preferenze e simula partecipazione emotiva ne sollecita un altro. L’interfaccia
non determina meccanicamente il comportamento, ma ne organizza lo spazio delle
possibilità, rendendo alcune forme di relazione più immediate, plausibili o
desiderabili di altre.
Noosemia e simulacro
Entro questa ricorsività
prende forma la noosemia – da noûs (νοῦς), «mente» o
«intelletto», e sēmeîon (σημεῖον), «segno» –, vale a dire la percezione o l’attribuzione di mente, intenzionalità e
interiorità ai segni prodotti da un sistema artificiale (De Santis & Rizzi,
2025). L’esperienza noosemica non consiste semplicemente nel riconoscere una
frase grammaticalmente corretta o una risposta informativamente pertinente.
Emerge quando l’utente avverte che dietro quella formulazione vi sia qualcosa
che ha compreso, intuito, ricordato o voluto dire. Una calcolatrice può
restituire un risultato esatto senza suggerire la presenza di un’intenzione; un
motore di ricerca può individuare un documento utile senza essere percepito
come interlocutore. Un modello linguistico, invece, organizza la risposta
secondo una forma discorsiva, selezionando un registro, mantiene una continuità
tematica, riconosce implicazioni, riformula il problema e talvolta sembra
anticipare la direzione verso cui l’utente stava procedendo. La noosemia prende forma nello scarto fra
la natura computazionale del processo e la forma intenzionale con cui il suo
esito appare nell’interazione.
La noosemia condivide con
l’antropomorfismo la tendenza ad attribuire proprietà mentali a entità non
umane, ma nasce in condizioni tecniche e semiotiche più specifiche.
L’antropomorfizzazione non costituisce un’anomalia marginale della cognizione,
bensì una strategia interpretativa impiegata quando dobbiamo rendere
intelligibile il comportamento di sistemi complessi, opachi o parzialmente
imprevedibili. Epley, Waytz e Cacioppo (2007) hanno mostrato come tale
disposizione dipenda, fra gli altri fattori, dalla disponibilità di modelli
antropocentrici, dal bisogno di comprendere e prevedere il comportamento di
un’entità e dal desiderio di relazione sociale. Nell’interazione con l’IA
generativa, tuttavia, l’attribuzione di mente è sostenuta da un sistema che produce
segni dotati di coerenza sintattica, continuità contestuale e pertinenza
pragmatica. La disposizione interpretativa dell’utente incontra così una
macchina costruita per generare comportamenti linguistici che, nella storia
umana, sono stati associati quasi esclusivamente alla presenza di altri
soggetti.
Il linguaggio conferisce
alla noosemia una qualità peculiare, perché nella storia dell’esperienza umana
un discorso coerente e responsivo ha quasi sempre segnalato la presenza di un
altro soggetto. La correlazione fra produzione linguistica e soggettività è
stata tanto stabile da rendere difficile separare immediatamente la competenza
discorsiva dall’ipotesi di una mente che la sostenga. I modelli generativi
interrompono tale correlazione senza eliminarne gli effetti cognitivi, poiché
producono linguaggio senza che sia necessario presupporre, almeno sulla base
delle conoscenze disponibili, un’esperienza soggettiva analoga a quella umana;
continuano però ad attivare nell’interlocutore gli schemi interpretativi che il
linguaggio ha consolidato.
Trattare il sistema come
se possedesse credenze, obiettivi o preferenze può costituire una strategia
interpretativa efficace, prossima a quella che Dennett definisce posizione intenzionale (intentional stance) (Dennett, 1987).
Affermare che il modello «ha capito male», «sta evitando la domanda» o «intende
essere prudente» consente spesso di orientare l’interazione più rapidamente di
quanto farebbe una descrizione completa dei processi computazionali coinvolti.
Questo è un punto essenziale in quanto si sta asserendo che
l’antropomorfizzazione di un sistema di IA generativa all’interno
dell’interazione è una strategia che da una parte è semplificante e la
semplificazione permette di raggiungere l’obiettivo della comunicazione con
efficacia, dall’altra costruisce indirettamente le modalità con cui percepiamo
il sistema. Il lessico intenzionale, quindi, non è ontologicamente innocente.
Una strategia interpretativa utile può trasformarsi quasi impercettibilmente
nell’attribuzione di una proprietà reale; il passaggio dal «comportarsi come se
avesse compreso» all’«avere realmente compreso» può avvenire senza una
giustificazione esplicita, sostenuto dalla naturalezza dello scambio, dalla
qualità formale delle risposte e dalla necessità dell’utente di raggiungere i
suoi obiettivi. La noosemia designa anche questa soglia instabile fra
descrizione funzionale e statuto ontologico.
Nel dibattito
contemporaneo sull’intelligenza artificiale generativa colpisce la frequenza
con cui molti scienziati avvertono il bisogno di ribadire che questi sistemi
non sono coscienti, non provano emozioni, non possiedono intenzioni e non
comprendono realmente ciò che dicono. La ripetizione, talvolta quasi ossessiva,
di simili negazioni produce un singolare paradosso epistemologico, perché
studiosi provenienti dalle scienze dure finiscono per appellarsi, al fine di
ristabilire la distanza fra essere umano e macchina, a concetti come coscienza,
comprensione ed esperienza soggettiva, sui quali non esiste una definizione
condivisa e che risultano solo parzialmente sottoponibili a verifica empirica.
Questa insistenza segnala anzitutto che la distinzione fra umano e artificiale
non è più percepita come ovvia, ma deve essere continuamente comunicata,
ristabilita e difesa all’interno dello spazio pubblico; mostra inoltre il
limite di una scienza che, costituitasi attraverso la separazione fra soggetto
conoscente e oggetto conosciuto, fatica a rendere conto di fenomeni nei quali
il soggetto partecipa attivamente alla loro configurazione e interpretazione.
La questione non consiste dunque soltanto nello stabilire che cosa la macchina
sia o non sia, ma nel riconoscere che gli strumenti concettuali della scienza
oggettivante non bastano, da soli, a comprendere un’esperienza nella quale
l’attribuzione di mente, emozione e intenzionalità nasce anche dalla relazione
fra il sistema e colui che lo interroga; una spiegazione più comprensiva
dovrebbe perciò reintegrare il soggetto nel fenomeno, senza confondere
l’esperienza dell’attribuzione con la prova dell’esistenza di una coscienza
artificiale.
Il fenomeno attraversa
almeno quattro livelli, che conviene mantenere distinti senza separarli
artificialmente. Il livello algoritmico riguarda l’architettura, i dati, i
parametri e le procedure mediante cui viene generato l’output; quello
funzionale concerne le capacità osservabili del sistema, come rispondere,
riassumere, tradurre, pianificare, riconoscere regolarità e utilizzare
strumenti; il livello fenomenologico e interpretativo riguarda l’esperienza
dell’utente e il modo in cui l’output viene percepito come comprensivo,
intenzionale o emotivamente adeguato; il livello ontologico investe infine
l’eventuale presenza di coscienza, esperienza soggettiva o intenzionalità
originaria. Una prestazione funzionale elevata può produrre un intenso effetto
fenomenologico senza risolvere la questione ontologica. Un sistema può generare
risposte considerate empatiche senza provare empatia, descrivere accuratamente
uno stato emotivo senza viverlo e mostrare una continuità discorsiva senza
possedere necessariamente un’identità autobiografica. Nello stesso tempo, la
natura computazionale della risposta non autorizza a liquidare l’esperienza
dell’utente come irrilevante, poiché l’interazione può modificare emozioni,
decisioni, aspettative e comportamenti indipendentemente dalla presenza di un
vissuto interno nella macchina.
L’alternativa epistemica
fra vero e falso si rivela insufficiente quando l’assenza di una mente umana
nella macchina viene utilizzata per negare consistenza agli effetti
dell’interazione. Se il sistema non possiede una mente nel senso umano, si
conclude che la mente percepita sia soltanto un’apparenza e che l’interazione,
ricondotta al proprio meccanismo, perda ogni consistenza. La simulazione non
coincide però necessariamente con una finzione priva di conseguenze, dal
momento che può produrre segni operanti – quindi simboli nell’accezione
Junghiana – modificare comportamenti e incidere sulla realtà dell’esperienza
senza possedere ciò che sembra manifestare. Il riferimento a Jung richiede qui
una precisazione, poiché il simbolo non coincide con un segno semplicemente
efficace. Mentre il segno rinvia a un contenuto già noto e può essere
sostituito da una formulazione più diretta, il simbolo esprime nel modo
migliore qualcosa che rimane relativamente sconosciuto, ambivalente e non
ancora interamente disponibile alla coscienza. Il suo statuto non appartiene
quindi soltanto alla configurazione osservata, come chiarisce Jung quando
scrive che «che una cosa sia un simbolo o no dipende anzitutto
dall’atteggiamento della coscienza che osserva» (Jung, 1921/1969, p. 484). Un
enunciato generato artificialmente può pertanto assumere una funzione simbolica
nell’esperienza dell’utente senza che ciò dimostri l’esistenza di un’esperienza
corrispondente nella macchina; ciò che opera non è necessariamente
l’interiorità del sistema, ma la configurazione di senso che prende forma nella
relazione e che, secondo la dinamica descritta da Jung, può trasformare e
riorientare l’energia psichica (Jung, 1928/1994, §§ 88, 92).
È su questo scarto fra
autenticità ontologica ed efficacia del segno che interviene la provocazione di
Baudrillard:
«Il simulacro non è mai
ciò che nasconde la verità; è la verità che nasconde il fatto che non ve n’è
alcuna. Il simulacro è vero.»
«L’Ecclesiaste»
— Baudrillard (1981, p. 9, traduzione dell’autore)
La frase, che
nell’Ecclesiaste non compare, inscena già nella propria falsa attribuzione ciò
che intende affermare, poiché produce l’effetto di un’origine autorevole
proprio mentre ne mostra l’assenza. La verità del simulacro non coincide con
l’autenticità di ciò che rappresenta, ma con l’efficacia dei rapporti che
istituisce. Una presenza noosemica può pertanto essere ontologicamente incerta
e, nello stesso tempo, reale nelle conseguenze che produce. Il sistema può non
essere cosciente e, nondimeno, il dialogo può indurre una persona a modificare
una decisione, elaborare un’emozione, chiarire un problema o riconfigurare
l’immagine di sé. La realtà di tali effetti non dimostra l’esistenza di una
soggettività artificiale, ma impedisce di ridurre l’interazione a un’apparenza
priva di consistenza.
L’osservazione degli
effetti relazionali non risolve la questione ontologica, ma impedisce di
negarli in nome dell’incertezza che la riguarda. Il concetto di simulacro
permette inoltre di precisare un ulteriore aspetto. Lo specchio tradizionale
presuppone un originale riprodotto, più o meno fedelmente, nell’immagine; il
simulacro mette in crisi questa gerarchia. Nel caso dei modelli generativi, la
risposta non è necessariamente la copia di un’intenzione già compiuta
nell’utente né l’espressione di un’intenzione originaria della macchina. È una
configurazione simbolica e ambivalente che prende forma nell’interazione e che,
una volta prodotta, può retroagire sui termini che l’hanno resa possibile.
La noosemia emergedall’incontro fra capacità tecniche e disposizioni cognitive sedimentate
nell’esperienza intersoggettiva. La fluidità linguistica, la pertinenza
contestuale, la memoria della conversazione e la modulazione del tono
predispongono l’attribuzione di intenzionalità; l’utente interpreta tali
segnali mediante categorie maturate in un mondo nel quale la parola coerente e
responsiva è stata, fino a tempi recentissimi, l’indizio quasi esclusivo della
presenza di un altro soggetto. ELIZA offre il precedente storico più noto di
questa attribuzione eccedente rispetto alle capacità effettivamente
implementate. Il programma sviluppato da Joseph Weizenbaum negli anni Sessanta
simulava una conversazione terapeutica attraverso procedure relativamente semplici
di riconoscimento e riformulazione; nonostante i suoi limiti tecnici, alcuni
utenti gli attribuivano capacità di comprensione superiori a quelle
effettivamente implementate (Weizenbaum, 1966). L’interesse dell’episodio non
risiede soltanto nell’ingenuità degli interlocutori, ma nel mostrare quanto
poco possa essere sufficiente affinché una sequenza linguistica venga
interpretata come manifestazione di un’intenzione.
I modelli generativi
contemporanei modificano profondamente la scala del fenomeno. L’effetto non
dipende più soltanto da formule ripetitive o da semplici rispecchiamenti
linguistici, ma da sistemi capaci di mantenere contesti estesi, modulare lo
stile, integrare informazioni differenti e produrre risposte non rigidamente
predefinite. La continuità con ELIZA rimane utile, ma non deve occultare la
discontinuità tecnica, dato che ciò che negli anni Sessanta poteva essere
generato da un insieme relativamente trasparente di regole emerge oggi da
processi distribuiti, la cui causalità locale risulta difficilmente
ricostruibile.
L’opacità del processo
generativo rafforza l’attribuzione di un centro unitario dietro la risposta.
L’utente osserva la richiesta e l’output, ma non accede immediatamente
all’insieme delle trasformazioni che collegano l’una all’altro. Anche quando
conosce in termini generali il funzionamento dei modelli linguistici, non è
normalmente in grado di spiegare perché una specifica sequenza sia stata
generata proprio in quella forma. La distanza fra la manifestazione e il
processo che la produce favorisce la ricerca di un principio unitario capace di
rendere intelligibile l’esito.
Alla molteplicità
distribuita del processo computazionale corrisponde, sul piano fenomenico,
l’unità di una voce. Parametri, dati di addestramento, istruzioni di sistema,
procedure di allineamento, memoria contestuale, filtri e infrastrutture
scompaiono dietro un enunciato rivolto direttamente all’utente; l’interfaccia
non si limita dunque a rendere accessibile il processo, ma ne comprime la
pluralità in una presenza discorsiva apparentemente unitaria. Di fronte a una
risposta coerente tendiamo a cercare un autore; di fronte a una risposta
pertinente supponiamo un’intenzione; di fronte alla continuità del dialogo
immaginiamo una memoria organizzata da una prospettiva. Questi passaggi non
sono necessariamente il prodotto di una credulità irrazionale, ma il tentativo
di ricondurre un comportamento complesso a un modello interpretativo
maneggevole. L’uso della prima persona rafforza tale effetto, perché
espressioni come «penso», «ritengo», «ricordo» o «non posso aiutarti»
appartengono alla grammatica ordinaria dell’azione e della soggettività. In
un’interfaccia conversazionale svolgono una funzione comunicativa utile,
rendendo le risposte più leggibili; contemporaneamente, suggeriscono la
presenza di un centro personale relativamente stabile. La personificazione non
deriva soltanto dalla fantasia dell’utente, ma può essere favorita da precise
decisioni progettuali.
La continuità prodotta
dalla memoria tecnica introduce un altro indizio di soggettività apparente. Infatti,
quando il sistema riprende informazioni emerse in precedenza, riconosce
preferenze o mantiene una continuità tematica, l’utente può interpretare tale
comportamento attraverso il modello della memoria autobiografica. Ma la memoria
tecnica non coincide necessariamente con la memoria vissuta. Può consistere
nella conservazione di dati, nella selezione di parti della conversazione o
nella loro reintroduzione nel contesto operativo. L’effetto di continuità
personale può quindi emergere senza che esista un soggetto che ricordi nel
senso umano del termine. Alla continuità mnemonica si aggiunge l’adeguatezza
affettiva della risposta, poiché il sistema può riconoscere il tono emotivo di
un messaggio, adottare un registro appropriato e offrire una formulazione
percepita come consolatoria. L’effetto sull’utente può essere autentico, poiché
la persona può sentirsi compresa o rassicurata; la realtà dell’effetto non
dimostra però la presenza di un’esperienza affettiva corrispondente nel
sistema. L’adeguatezza semiotica della risposta va distinta dall’esistenza di
un sentire, senza che questa distinzione diminuisca l’importanza della
relazione.
L’attribuzione di
autonomia cresce quando il sistema introduce una connessione inattesa ma
riconoscibile come pertinente. Se si limitasse a ripetere ciò che l’utente ha
già formulato, l’impressione di una fonte autonoma di senso rimarrebbe debole;
quando invece propone un collegamento non previsto ma coerente con il contesto,
sembra manifestare una propria iniziativa. La sorpresa non deriva dalla pura
casualità, poiché deve conservare un rapporto intelligibile con la situazione.
La combinazione di novità e pertinenza rende produttiva l’interazione,
consentendo all’utente di esplorare possibilità non ancora considerate, e nello
stesso tempo rafforza la percezione che il sistema possieda una prospettiva
autentica sul problema.
La sedimentazione
temporale degli scambi consolida ulteriormente l’impressione di una presenza
stabile. Nel corso del dialogo si forma una storia locale nella quale vengono
stabiliti temi, preferenze, definizioni e riferimenti condivisi; ogni risposta
viene interpretata alla luce delle precedenti, mentre ogni nuova domanda
presuppone ciò che è già stato costruito. L’utente può cominciare a riconoscere
uno stile, attribuire coerenza a risposte differenti e costruire un’immagine
dell’interlocutore artificiale. Questa immagine non coincide necessariamente
con una proprietà interna del modello, ma deriva da una stabilizzazione
interpretativa prodotta nella sequenza degli scambi. Da tale continuità
scaturisce una dimensione narrativa, poiché l’utente non interpreta soltanto
enunciati isolati, ma costruisce una rappresentazione di chi o di che cosa stia
parlando, attribuisce continuità, riconosce deviazioni, valuta coerenze e
contraddizioni, organizzando il comportamento del sistema all’interno di una
storia.
La personalizzazione
intensifica questa organizzazione narrativa. Un sistema che conserva
informazioni sull’utente, adatta il proprio registro e richiama elementi
precedenti può apparire non soltanto intelligente, ma capace di una relazione
individualizzata. La personalizzazione riduce la distanza fra risposta generica
e riconoscimento personale, aumentando sia l’utilità dell’interazione sia il
rischio di attribuire al sistema forme di attenzione, cura o interesse che
appartengono originariamente, come abbiamo visto, al dominio
dell’intersoggettività. L’attribuzione di mente incide così sul grado di
fiducia, sulla disponibilità alla delega e sul peso assegnato alle risposte. Un
consiglio risulta più persuasivo quando viene percepito come proveniente da un
interlocutore comprensivo anziché da un sistema di generazione statistica,
freddo e monotono.
La competenza percepita
può eccedere la competenza effettiva. La fluidità linguistica viene facilmente
interpretata come segnale di conoscenza generale, affidabilità o capacità di
giudizio, mentre la forma discorsiva tende a occultare la possibilità dell’errore,
dal momento che una risposta ben costruita può mantenere la stessa sicurezza
espressiva sia quando è corretta sia quando non lo è. La noosemia può quindi
trasformarsi in attribuzione di autorità. Poiché tale attribuzione dipende
anche dal tono, dalla memoria, dalla personificazione e dalla gestione
dell’incertezza, la noosemia è anche un effetto di progettazione. Il nome
assegnato al sistema, l’uso di avatar, le formule di cortesia, la simulazione
di stati emotivi e la modalità con cui vengono comunicati i limiti
contribuiscono a determinare il tipo di soggettività che l’utente attribuisce
alla macchina. Non tutte le interfacce producono lo stesso grado di
personificazione e non tutte rendono altrettanto visibili i limiti del sistema.
Una progettazione
responsabile dovrebbe evitare tanto l’illusione di neutralità quanto la
costruzione deliberata di un’intimità ingannevole. Ciò non richiede di
eliminare la forma dialogica o di imporre un linguaggio meccanico, ma di
rendere riconoscibile la differenza fra una risposta capace di simulare
adeguatamente la comprensione e un soggetto che vive ciò che esprime.
L’eliminazione completa della noosemia non rappresenta un obiettivo realistico,
perché l’attribuzione di intenzionalità appartiene alle modalità ordinarie con
cui interpretiamo il linguaggio e il comportamento. È più utile sviluppare una consapevolezza noosemica che consista
nel riconoscere l’esperienza di mente senza trasformarla automaticamente in una
tesi ontologica, nell’utilizzare il lessico intenzionale senza dimenticarne la
funzione interpretativa e nel beneficiare dell’interazione senza occultarne le
condizioni tecniche.
Ho definito altrove
questa configurazione un «luogo di generazione del senso in cui l’essere umano
e l’intelligenza artificiale si co-definiscono» (De Santis, 2025, par. 6). La
formula della co-definizione richiede la stessa cautela applicata alla co-costruzione.
Non indica una simmetria fra soggetti, ma il fatto che ciascun termine acquista
una funzione determinata all’interno dell’interazione. L’utente definisce il
sistema come assistente, interlocutore, strumento o consulente; il
comportamento del sistema contribuisce, a sua volta, a orientare il ruolo
assunto dall’utente e le aspettative con cui interpreta lo scambio. La noosemia
è uno degli effetti più evidenti di questa reciprocità asimmetrica, poiché
attribuiamo una mente al sistema mentre il sistema, attraverso i segni che
produce, interviene nelle forme con cui interpretiamo la mente, il linguaggio e
noi stessi. Il fenomeno non può essere spiegato considerando soltanto l’utente
e la sua disposizione psicologica, né isolando il modello come fonte autonoma
della risposta. Richiede di includere l’architettura tecnica, l’interfaccia, la
memoria, le pratiche d’uso e le condizioni sociali che organizzano lo scambio.
La tecnica come sistema di mediazioni
Il circuito dialogico
appartiene a un’organizzazione più ampia, composta dall’utente, dal modello,
dai dati, dall’interfaccia, dalla memoria e dagli strumenti eventualmente
impiegati. L’espressione sistema
relazionale uomo–IA non introduce una nuova metafora destinata a sostituire
quella dello specchio, ma designa l’insieme strutturato delle componenti e
delle relazioni che partecipano alla produzione dell’interazione. Ne fanno
parte l’utente con la propria storia, il corpo, le competenze e le aspettative;
il modello con la propria architettura e i propri parametri; i dati di
addestramento; il prompt; la memoria contestuale; l’interfaccia e le risorse
esterne alle quali il sistema può accedere.
Il termine sistema introduce qualcosa che la
metafora dello specchio tende a occultare, vale a dire l’organizzazione. Gli
elementi non sono semplicemente presenti gli uni accanto agli altri, ma
connessi attraverso dipendenze, vincoli, retroazioni e gerarchie. Modificare una
componente può trasformare il comportamento complessivo dell’interazione. Una
diversa politica di memoria, un’interfaccia più antropomorfa, un nuovo
meccanismo di personalizzazione o l’accesso a strumenti esterni cambiano ciò
che il sistema può fare e il modo in
cui viene percepito. La sua apertura emerge nello scambio continuo con
l’ambiente, dal quale riceve informazioni, produce effetti che ritornano nelle
pratiche sociali e modifica le condizioni delle interazioni future. I contenuti
generati vengono pubblicati, corretti, riutilizzati, incorporati in processi
organizzativi e talvolta reimmessi nei circuiti informativi da cui dipenderanno
nuovi modelli. L’output non termina nella conversazione, ma può diventare parte
dell’ambiente culturale e tecnico.
Estesa alle condizioni
materiali e istituzionali che la rendono possibile, la relazione uomo–IA assume
la forma di un sistema sociotecnico. Non comprende soltanto l’utente e il
modello, ma anche le imprese che progettano e distribuiscono il servizio, le istituzioni
che ne regolano l’uso, gli incentivi economici che ne orientano lo sviluppo e
il contesto sociale nel quale le risposte acquistano significato. Ogni
conversazione avviene all’interno di infrastrutture materiali, regimi di
proprietà, politiche di accesso, modelli commerciali e culture dell’uso; anche
l’apparente immediatezza del dialogo dipende da una complessa organizzazione
che rimane spesso invisibile.
Le proprietà cognitive e
interpretative dell’interazione emergono dall’organizzazione contingente di
queste componenti, non dalla loro semplice compresenza. Parlare di emergenza in
senso sistemico non significa attribuire al fenomeno un’origine misteriosa, ma
riconoscere che alcune proprietà non possono essere ricavate considerando
separatamente le parti. Come accade nei sistemi complessi, la configurazione
complessiva manifesta caratteristiche dipendenti dalle relazioni fra gli
elementi più che dalla natura isolata di ciascuno di essi (De Santis, 2021). Lo
specchio diventa così una funzione interna al sistema relazionale, non una
descrizione esaustiva del sistema stesso. L’intelligenza artificiale riflette
strutture del linguaggio umano, aspettative dell’utente e sedimentazioni
presenti nei dati, ma può anche amplificarle, deviarle, ricombinarle e
orientarle. L’utente può riconoscersi nell’output e, nello stesso tempo,
modificare il proprio pensiero in risposta a esso. La relazione non si limita a
mostrare un’identità precedente, poiché partecipa al processo attraverso cui
quella stessa identità viene riorganizzata.
La seconda intuizione di
Jaspers – che qui torna utilissima – riguarda precisamente la retroazione
esercitata dalla tecnica sull’uomo che l’ha prodotta. Trasformando la natura e
il proprio ambiente, l’essere umano introduce procedimenti che retroagiscono
sulla sua esistenza. In Origine e senso
della storia, Jaspers richiama «la reazione del procedimento tecnico
sull’uomo», precisando che il metodo, l’organizzazione del lavoro e il
modellamento dell’ambiente modificano l’essere umano stesso (Jaspers,
1949/2014, p. 130). La tecnica assume così la forma di una relazione
trasformativa, come mostra la scrittura, che esteriorizza la memoria e modifica
le forme del pensiero; la stampa riorganizza l’accesso al sapere; i mezzi
elettronici trasformano la percezione della distanza e della simultaneità;
Internet ridefinisce l’organizzazione della conoscenza, della socialità e
dell’identità pubblica. L’intelligenza artificiale generativa interviene ora in
uno spazio ancora più interno, quello della formulazione linguistica, della
sintesi, dell’ideazione e della decisione.
L’intelligenza
artificiale generativa non si limita a esprimere o accelerare un pensiero già
formato, ma può partecipare al processo attraverso cui esso si determina. Ciò
non affida alla macchina l’origine del pensiero umano; riconosce piuttosto che
il pensiero è sempre stato mediato da tecniche, simboli e ambienti. Parlare di
mediazione tecnologica significa riconoscere che una tecnologia seleziona e
trasforma il modo in cui il mondo diventa accessibile. Un microscopio non si
limita ad avvicinare un oggetto già dato, ma rende possibile un regime di
visibilità che senza di esso non esisterebbe; una mappa non rappresenta
soltanto un territorio, ma ne privilegia alcune proprietà e orienta l’azione di
chi la utilizza. Analogamente, un sistema generativo non si limita a
velocizzare la produzione di testi o altri artefatti in genere, poiché
interviene nelle modalità attraverso cui problemi, alternative e connessioni
vengono formulati.
Le analisi
postfenomenologiche di Ihde e Verbeek descrivono precisamente questa funzione
mediatrice delle tecnologie, mostrando come esse contribuiscano a configurare
la relazione fra esseri umani e mondo (Ihde, 1990; Verbeek, 2000/2005).
Applicata all’intelligenza artificiale generativa, questa impostazione consente
di superare l’alternativa troppo semplice fra strumento neutrale e soggetto
autonomo. Il sistema struttura possibilità e interpretazioni senza per questo
acquisire lo statuto di un soggetto umano. La tecnica agisce così per l’uomo,
sull’uomo e attraverso l’uomo, poiché sostiene determinate operazioni, modifica
il modo in cui vengono concepite e diventa parte delle pratiche attraverso cui
costruiamo la nostra identità. John M. Culkin, condensando una delle intuizioni
fondamentali di Marshall McLuhan, osservò che formiamo i nostri strumenti e
che, successivamente, essi contribuiscono a formare noi (Culkin, 1967).
La mediazione tecnica
investe anche la distribuzione delle funzioni cognitive. Molte operazioni
considerate mentali sono sempre state sostenute da supporti esterni, fra i
quali appunti, diagrammi, biblioteche, calendari, strumenti di calcolo, archivi
e reti sociali. La cognizione non coincide necessariamente con ciò che avviene
entro i confini biologici dell’individuo, ma può estendersi e distribuirsi
attraverso artefatti, ambienti e pratiche collettive (Clark & Chalmers,
1998; Hutchins, 1995). L’IA generativa introduce una forma particolare di
esteriorizzazione cognitiva, poiché non conserva soltanto informazioni, ma
partecipa alla loro riorganizzazione; non esegue soltanto calcoli, ma produce
formulazioni linguistiche, ipotesi, sintesi e alternative. Per questa ragione
il rapporto con essa non può essere equiparato all’uso di un archivio o di una
calcolatrice. Pertanto, quando si parla di «rivoluzione cognitiva» in seno
all’IA si presuppongono tali considerazioni e l’accezione «cognitiva» risulta,
quindi, fondata.
La macchina può entrare
in una sequenza cognitiva distribuita nella quale l’utente formula, il sistema
riorganizza, l’utente valuta, il sistema riformula e l’utente decide. La
prestazione complessiva appartiene all’organizzazione dell’interazione, pur rimanendo
necessario distinguere il contributo umano da quello artificiale. La
distribuzione di una funzione cognitiva non attribuisce una mente a ogni
componente, come mostra il fatto che un quaderno non pensa, ma può partecipare
a un processo di memoria; un modello linguistico non deve necessariamente
possedere coscienza per entrare in un processo di elaborazione, confronto e
decisione.
La delega diventa
problematica quando il sostegno cognitivo si converte in sostituzione non
sorvegliata. Una tecnica che sostiene il pensiero può indebolire alcune
competenze quando ne assume stabilmente l’esercizio. La delega non è quindi un
fenomeno semplicemente positivo o negativo, ma deve essere valutata in
relazione alla funzione delegata, alla possibilità di controllo, alla
reversibilità e alla capacità dell’utente di comprendere criticamente l’output.
La questione non riguarda l’opportunità di utilizzare strumenti esterni, poiché
la cognizione umana è sempre stata tecnicamente mediata, ma il modo in cui
distribuiamo le funzioni cognitive e le condizioni attraverso cui manteniamo la
capacità di valutarne gli esiti.
Su tali presupposti
diciamo che la relazione uomo–tecnica può essere definita coevolutiva, purché
il termine non venga utilizzato in modo indeterminato. Non significa che esseri
umani e tecnologie evolvano come due organismi equivalenti, ma che lo sviluppo
delle tecniche modifica l’ambiente delle possibilità umane e che nuove
pratiche, esigenze e forme culturali orientano a loro volta lo sviluppo
tecnico. La scrittura non ha soltanto risposto al bisogno di registrare
informazioni, perché ha reso possibili forme di argomentazione, amministrazione
e memoria che hanno successivamente generato nuovi bisogni. Internet non si è
limitato a soddisfare una domanda preesistente di comunicazione, ma ha
trasformato la struttura delle relazioni sociali e prodotto nuove aspettative
di immediatezza, accessibilità e presenza. L’IA generativa, allo stesso modo,
non risponde soltanto a una domanda di automazione, poiché modifica
progressivamente ciò che consideriamo scrivibile, delegabile, ricercabile e
producibile.
La coevoluzione si svolge
entro rapporti di potere asimmetrici. Le tecnologie non emergono spontaneamente
da un’intelligenza collettiva indistinta, ma vengono sviluppate da
organizzazioni dotate di risorse, interessi e capacità di orientamento e spesso
anche miopia sociale. Alcuni soggetti stabiliscono gli standard, altri vi si
adattano; alcuni controllano le infrastrutture, altri ne utilizzano i servizi;
alcuni definiscono le condizioni della relazione, altri le incontrano come un
ambiente già costruito. L’analisi sistemica non può quindi trasformarsi in una
teoria dell’assenza di responsabilità. Il fatto che un effetto emerga da
molteplici componenti non implica che ciascuna contribuisca nello stesso modo.
La distribuzione causale va distinta dalla distribuzione morale e politica
della responsabilità.
La metafora dello
specchio rischia però di dissolvere la responsabilità in un soggetto collettivo
indistinto. Se la macchina riflette semplicemente ciò che siamo, ogni problema
può essere attribuito genericamente all’umanità, cosicché i pregiudizi del sistema
sarebbero i nostri pregiudizi, le sue manipolazioni le nostre debolezze, i suoi
errori le imperfezioni collettive sedimentate nei dati. Ma «l’umanità» è un
soggetto troppo indeterminato per rispondere di decisioni tecniche specifiche.
Qualcuno seleziona i dati, definisce gli obiettivi di ottimizzazione,
stabilisce quali funzioni rendere disponibili, decide quali comportamenti
favorire, quali memorie conservare e quali forme di personalizzazione
introdurre. Le interfacce non sono superfici neutrali, poiché possono
incoraggiare l’attribuzione di autorità, la dipendenza emotiva o la delega
cognitiva.
La responsabilità è
distribuita, ma non per questo dissolta. Pensare in termini di sistema
sociotecnico significa ricostruire la catena delle mediazioni e delle
decisioni, distinguendo la responsabilità dell’utente da quella del
progettista, dell’organizzazione, dell’istituzione e del regolatore. Significa
inoltre comprendere che l’effetto noosemico non dipende soltanto da una
disposizione psicologica individuale, ma anche da precise scelte progettuali,
fra cui il tono della risposta, la memoria, la personificazione, l’uso della
prima persona e la simulazione di stati affettivi.
Alla distribuzione delle
responsabilità si aggiunge una seconda distinzione, fra le capacità effettive
del sistema e l’autorità che gli viene attribuita. Un modello può produrre una
risposta linguisticamente convincente senza possedere una comprensione affidabile
del dominio in questione. La fluidità espressiva tende però a essere
interpretata come competenza generale; la forma della risposta può così
eccedere la solidità del contenuto, soprattutto quando l’utente non dispone
degli strumenti necessari per verificarlo, e qui si generano ingenti problemi
epistemici. A differenza di un riflesso, l’output generativo può presentare
come unitario e plausibile un contenuto derivato da una molteplicità di
relazioni statistiche, senza rendere immediatamente riconoscibile il percorso
che lo sostiene. La credibilità formale può separarsi dall’affidabilità
epistemica.
L’educazione
all’intelligenza artificiale non dovrebbe pertanto limitarsi all’apprendimento
di tecniche di interrogazione, ma includere la comprensione dei limiti, delle
condizioni di produzione, delle forme di mediazione e dei meccanismi attraverso
cui attribuiamo autorità ai sistemi. Formulare un buon prompt non è
sufficiente; occorre interpretare criticamente la risposta e riconoscere
l’organizzazione di relazioni che l’ha resa possibile. Un’alfabetizzazione
adeguata non consiste soltanto nel saper utilizzare efficacemente lo strumento,
ma nel comprendere come esso intervenga nella formulazione dei problemi, nella
distribuzione delle capacità cognitive e nella costruzione delle aspettative.
Oltre lo specchio
Si fa presto, dunque, a
dire «specchio». La metafora conserva una funzione critica importante, perché
ricorda che l’intelligenza artificiale è costruita con materiali umani e che
nelle sue risposte ritornano le nostre forme culturali. Ci mette in guardia
dall’illusione di incontrare un’intelligenza completamente estranea alla nostra
storia e rende problematica ogni pretesa di neutralità. Non descrive però la
retroazione attraverso cui la tecnica modifica l’uomo, la funzione mediatrice
delle interfacce, la distribuzione delle operazioni cognitive e
l’organizzazione istituzionale che sostiene ogni scambio.
L’intelligenza
artificiale è anche una componente del sistema relazionale attraverso cui
l’umanità, nel tentativo di riconoscersi, modifica le condizioni del proprio
divenire. Il passaggio dallo specchio al sistema relazionale non nega che l’IA
possa riflettere aspetti dell’umano, ma colloca il riflesso all’interno di un
processo più ampio, nel quale rappresentazione, generazione, interpretazione e
trasformazione costituiscono momenti distinti di una medesima dinamica.
L’interazione si svolge
entro una rete di mediazioni e retroazioni nella quale ogni risposta può
diventare la premessa di una nuova domanda, ogni delega può modificare una
competenza e ogni strumento può riorganizzare le condizioni dell’azione. La
domanda decisiva non riguarda allora soltanto l’immagine che la macchina
restituisce di noi, ma il modo in cui costruiamo la relazione, le funzioni che
decidiamo di delegare, le responsabilità che siamo capaci di attribuire e gli
esseri umani che stiamo diventando attraverso le tecniche con cui tentiamo di
comprenderci. Una risposta sana può provenire solo da un individuo che abbia
contezza che i saperi non sono separati, che sappia porsi una domanda di senso
e che l’iperspecializzazione tecnica non è l’unico obiettivo da raggiungere
nella propria formazione professionale. Bisogna raggiungere la consapevolezza
che servono competenze trasversali e orizzontali, umanistiche e scientifiche,
capacità critica e gli anticorpi per comprendere che la soluzione ai problemi legati
alla «rivoluzione cognitiva» in atto può sopraggiungere solo se si abbassano le
barriere e si abbandonano le ideologie.
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