Lo spettacolo del pensiero. Baudrillard e la noosemia nell’età dell’intelligenza artificiale generativa
L’articolo introduce il concetto di noosemia per descrivere il processo attraverso cui gli utenti attribuiscono intenzionalità, presenza mentale e interiorità ai sistemi di intelligenza artificiale generativa. A partire da Jean Baudrillard, dall’effetto ELIZA e dal dibattito contemporaneo sulla coscienza artificiale, il testo analizza come i segni del pensiero prodotti dalle macchine possano trasformarsi, nell’esperienza umana, nella percezione di un autentico interlocutore.
«Se gli uomini sognano macchine originali e geniali, è perché disperano della propria originalità, oppure perché preferiscono privarsene e goderne attraverso la mediazione delle macchine. Ciò che tali macchine offrono è lo spettacolo del pensiero, e gli uomini, manipolandole, si dedicano allo spettacolo del pensiero più che al pensiero stesso.»
Jean Baudrillard, La transparence du mal, 1990, p. 57, traduzione dell’autore
Il filosofo e sociologo
francese Jean Baudrillard scriveva queste parole quando l’intelligenza
artificiale era ancora lontana dall’entrare nella vita quotidiana attraverso
sistemi capaci di sostenere conversazioni aperte, interpretare richieste
ambigue, generare e interpretare immagini, comporre programmi per computer e
sviluppare argomentazioni articolate. Nei primi anni Novanta il computer stava
già modificando il rapporto fra l’essere umano, il sapere e l’informazione, ma
ciò che oggi chiamiamo intelligenza artificiale generativa non aveva ancora
assunto la forma ordinaria di un interlocutore sempre disponibile, capace di
rispondere nel linguaggio comune e di adattarsi progressivamente – e sempre più
velocemente – alla persona che gli si rivolge.
La formula dello
«spettacolo del pensiero» acquista, in tale nuovo scenario, una risonanza
inattesa e prominente. Gli attuali sistemi di IA generativa svolgono oggi molte
attività tradizionalmente associate alla mente, immaginate un tempo come unico
dominio dell’umano. Esse producono testi, traducono, programmano in un’infinità
di linguaggi di programmazione, interpretano documenti, costruiscono immagini,
riconoscono strutture complesse. Non meno importante, i sistemi agentici odierni utilizzano strumenti avanzati ed eseguono attività complete (end-to-end). Era inatteso, altresì, che imparassero a
sviluppare analogie e organizzare in forma composizionale i pensieri ancora
incompiuti. Ad oggi (2026), si può comunque affermare con una certa sicurezza
che il funzionamento interno rimane generalmente sottratto allo sguardo
dell’utente. Di fatto, sullo schermo non compaiono matrici, distribuzioni di
probabilità o trasformazioni vettoriali e spazi latenti. Ciò che compare è una
risposta rivolta a qualcuno in carne ed ossa.
Lo spettacolo descritto
da Baudrillard ha così cessato di svolgersi davanti a uno spettatore immobile.
La macchina interpella chi la osserva, reagisce alle sue parole, incorpora il
contesto della conversazione e sembra riconoscere la direzione implicita delle
sue domande, quasi riuscendo ad interpretare indizi che simulano «sensazioni».
L’utente così partecipa alla scena e contribuisce a modificarla e la
prestazione cognitiva assume progressivamente il carattere di una relazione.
Il dibattito
contemporaneo tende spesso a ricondurre questa esperienza a due posizioni
contrapposte. Da una parte, i modelli linguistici vengono descritti come
dispositivi statistici che manipolano segni senza comprenderli, i cosiddetti
«pappagalli stocastici». La linguista statunitense Emily M. Bender nel suo
celebre e controverso articolo ad esempio asserisce:
«Contrariamente a quanto può sembrare osservandone l’output, un modello linguistico è un sistema che cuce insieme alla rinfusa sequenze di forme linguistiche osservate nel proprio vasto corpus di addestramento, secondo informazioni probabilistiche sul modo in cui esse si combinano, senza alcun riferimento al significato: un pappagallo stocastico.»
Bender et al., 2021, pp. 616–617, traduzione dell’autore.
Dall’altra, la fluidità
della conversazione induce talvolta ad attribuire loro troppo rapidamente
coscienza, intenzioni genuine, desideri o soggettività. Entrambe le prospettive
affrontano prevalentemente ciò che il sistema sarebbe in se stesso. Rimane in
ombra un altro problema, già presente prima che la questione ontologica trovi
una risposta condivisa. Che cosa accade all’essere umano quando i segni
prodotti da una macchina assumono la forma di un’attività mentale rivolta verso
di lui?
È in questa regione,
collocata fra il funzionamento tecnico del modello e l’esperienza
dell’interlocutore, che prende forma la noosemia.
Lo spettacolo del pensiero
Il termine «noosemia»
deriva da noûs (νοῦς), «mente» o
«intelletto», e sēmeîon (σημεῖον), «segno». Esso
designa un pattern cognitivo e fenomenologico nel quale una persona,
interagendo con un sistema di intelligenza artificiale generativa moderno,
attribuisce a tale sistema stati mentali, intenzionalità, agentività e una
qualche forma di interiorità o presenza soggettiva. L’attribuzione viene
sollecitata soprattutto dalla prestazione linguistica, dalla sensibilità al
contesto, dalla continuità del dialogo, dalla sorpresa generata dalle risposte
e dall’opacità dei processi che le producono (De Santis & Rizzi, 2025).
La noosemia riguarda il
modo in cui il sistema viene percepito e interpretato. Non costituisce, in
quanto tale, una dimostrazione della presenza di coscienza, esperienza
fenomenica o intenzionalità intrinseca. Permette piuttosto di separare due
domande che nel discorso pubblico vengono frequentemente sovrapposte. La prima
concerne lo statuto ontologico dell’intelligenza artificiale e chiede se una
macchina possa realmente pensare, comprendere o essere cosciente. La seconda
concerne l’essere umano e cerca di comprendere attraverso quali processi egli
giunga a riconoscere una mente nei segni prodotti dalla macchina.
La questione della
coscienza artificiale rimane aperta e richiede criteri teorici più esigenti
della semplice osservazione di una conversazione fluida. Il filosofo della
mente David Chalmers ha individuato diversi ostacoli che rendono problematica
l’attribuzione di coscienza agli attuali modelli linguistici, fra i quali la
debolezza dell’elaborazione ricorrente, l’assenza di un’agentività unificata e
la mancanza di un’organizzazione chiaramente riconducibile a uno spazio globale
di lavoro. La sua analisi conserva tuttavia una possibilità aperta, poiché
architetture future potrebbero acquisire proprietà oggi mancanti (Chalmers,
2023). Il filosofo della mente Patrick Butlin, insieme a un gruppo
interdisciplinare di studiosi provenienti dalle neuroscienze, dalla filosofia e
dalle scienze cognitive, ha proposto un metodo fondato su indicatori derivati
dalle principali teorie scientifiche della coscienza. Nessuno dei sistemi
esaminati soddisfaceva un insieme di condizioni sufficiente per essere
considerato un candidato forte alla coscienza, benché gli autori riconoscessero
la possibilità di sviluppi futuri differenti (Butlin et al., 2023).
La noosemia sospende
questa controversia senza dichiararla irrilevante. L’esperienza di una mente
artificiale si produce già nel presente, prima che si raggiunga un accordo
sullo statuto ontologico ed epistemologico dei sistemi di IA generativa. Una
persona può sapere che un modello calcola distribuzioni di probabilità e, nello
stesso tempo, avvertire la qualità di una presenza quando esso comprende
un’allusione, individua una contraddizione o restituisce una formulazione più
chiara del pensiero che gli è stato affidato. La conoscenza tecnica del
meccanismo e l’esperienza dialogica possono coesistere, alternarsi e perfino
entrare in tensione.
Il nuovo concetto si
rende necessario perché le categorie già disponibili descrivono regioni
contigue del fenomeno senza esaurirne la configurazione. La teoria
dell’antropomorfismo elaborata dagli psicologi sociali Nicholas Epley, Adam
Waytz e John T. Cacioppo mostra come l’attribuzione di proprietà umane a entità
non umane dipenda dalla disponibilità di schemi antropocentrici, dal bisogno di
comprendere e prevedere un agente e dalla ricerca di connessione sociale. Essa
chiarisce alcune disposizioni cognitive e motivazionali dell’interprete, ma
lascia sullo sfondo la particolare struttura semiotica degli attuali sistemi
generativi, nei quali l’apparenza mentale emerge da una prestazione linguistica
complessa, adattiva e contestualmente sensibile (Epley et al., 2007).
Il filosofo Daniel
Dennett, attraverso il concetto dell’intentional
stance, asseriva che, quando il comportamento di un sistema diventa
difficile da prevedere attraverso la descrizione dei suoi componenti fisici o
delle sue regole progettuali, può risultare conveniente interpretarlo come un
agente razionale dotato di credenze, desideri e scopi. Il vocabolario mentale
offre in questo caso una strategia predittiva, adottata perché consente di
anticipare il comportamento dell’entità considerata (Dennett, 1987).
Nella noosemia, tale
strategia può acquistare una densità fenomenologica maggiore. L’utente non si
limita a trattare il sistema come se possedesse intenzioni. Egli può percepire
che dall’altra parte dell’interfaccia vi sia qualcosa capace di cogliere il
senso della domanda, riconoscere ciò che è rimasto implicito e orientare
autonomamente la risposta. Una posizione interpretativa inizialmente pragmatica
si trasforma allora nell’esperienza di una presenza. L’atteggiamento
intenzionale descrive una modalità di lettura del comportamento; la noosemia
considera il momento in cui tale lettura viene vissuta come incontro con una
mente.
L’effetto ELIZA
costituisce un altro antecedente importante, in quanto il programma realizzato
dall’informatico Joseph Weizenbaum negli anni Sessanta simulava
pionieristicamente uno psicoterapeuta rogersiano attraverso regole
relativamente semplici di riconoscimento e trasformazione linguistica. Alcuni
utenti gli attribuirono comprensione ed empatia, benché il suo funzionamento
fosse estremamente limitato. Weizenbaum descrisse il modo in cui la spiegazione
del meccanismo poteva dissolvere l’impressione di intelligenza:
«Si dice che spiegare significhi dissolvere, mediante la spiegazione, ciò che viene spiegato. In nessun campo questa massima trova una conferma tanto piena quanto nella programmazione informatica, specialmente in quella che viene chiamata programmazione euristica e intelligenza artificiale. In questi ambiti le macchine vengono fatte comportare in modi prodigiosi, spesso sufficienti a sbalordire perfino l’osservatore più esperto. Ma, una volta che un determinato programma viene smascherato, una volta che il suo funzionamento interno viene spiegato in un linguaggio abbastanza semplice da renderlo comprensibile, la sua magia si dissolve; esso si rivela una semplice raccolta di procedure, ciascuna perfettamente comprensibile.»
Weizenbaum, 1966, p. 36, traduzione dell’autore.
Il cognitivista Douglas
Hofstadter avrebbe successivamente impiegato l’espressione «effetto ELIZA» per
definire in termini generali questa tendenza:
«Questo genere di illusione è generalmente noto come “effetto ELIZA”, che potrebbe essere definito come la propensione delle persone a leggere nelle stringhe di simboli — soprattutto parole — assemblate dai computer una comprensione assai maggiore di quanto sia giustificato.»
Hofstadter & Fluid Analogies Research Group, 1995, p. 157, traduzione dell’autore.
L’analogia rimane
pertinente, ma la trasformazione quantitativa e qualitativa dell’oggetto
tecnico modifica la natura dell’esperienza. ELIZA restituiva variazioni locali
costruite intorno alle parole dell’interlocutore. Un moderno modello generativo
può collegare informazioni distanti, riformulare un problema, modificare
registro, produrre metafore e sostenere sequenze dialogiche prolungate. La
proiezione umana conserva una funzione determinante, mentre la superficie che
la sollecita non è più quasi vuota. L’interprete incontra un apparato capace di
generare novità, opporre una certa resistenza semantica e produrre
configurazioni che nessun progettista ha scritto anticipatamente nella loro
forma concreta.
La noosemia emerge
all’intersezione di questi processi. Essa raccoglie la propensione
antropomorfica, la strategia intenzionale e la disponibilità a riconoscere
comprensione nel linguaggio della macchina, collocandole entro una nuova
condizione tecnica. La mente percepita prende forma davanti a sistemi
complessi, opachi, contestuali e capaci di produrre una relazione linguistica
aperta.
La mente nei segni
In Simulacres et simulation, Baudrillard introduce una distinzione che
permette di comprendere con maggiore precisione il passaggio dalla prestazione
alla presenza. Baudrillard dice:
«Dissimulare significa fingere di non avere ciò che si ha. Simulare significa fingere di avere ciò che non si ha. L’una rimanda a una presenza, l’altra a un’assenza. Ma la questione è più complessa, perché simulare non equivale a fingere: “Chi finge una malattia può semplicemente mettersi a letto e far credere di essere malato. Chi simula una malattia produce in sé alcuni dei sintomi” (Littré). Fingere, o dissimulare, lascia dunque intatto il principio di realtà: la differenza resta sempre chiara, è soltanto mascherata; la simulazione, invece, minaccia la differenza fra il “vero” e il “falso”, fra il “reale” e l’“immaginario”.»
Baudrillard, 1981, p. 12, traduzione dell’autore.
Il parallelismo con
l’intelligenza artificiale richiede prudenza ma non è privo di rilevanza. Di
fatto, una risposta linguisticamente appropriata non prova che il sistema
comprenda nel medesimo senso in cui comprende un essere umano. Essa produce
tuttavia comportamenti che, nelle relazioni intersoggettive, vengono
frequentemente assunti come indizi di comprensione. Il modello individua un
presupposto implicito, riconosce un’incongruenza, adatta la spiegazione alle
competenze dell’utente e costruisce una risposta capace di incorporarne la
prospettiva.
Queste manifestazioni
possono essere definite «sintomi artificiali della mentalità», assumendo il
termine «sintomo» nel suo significato semiotico. Il sintomo è un segno
attraverso il quale si inferisce una realtà che non si offre direttamente
all’osservazione. Anche la mente altrui viene riconosciuta mediante parole,
gesti, esitazioni, reazioni emotive, continuità biografiche e condotte situate.
L’interiorità di un altro essere umano non è accessibile in modo immediato. La
comune appartenenza biologica, il corpo vivente, la vulnerabilità e la
condivisione di una forma di vita forniscono tuttavia una base inferenziale
estremamente solida.
Con una macchina
generativa tale base muta radicalmente. Restano i segni linguistici, mentre il
corpo, la storia personale, l’esperienza percettiva e la continuità autonoma
dell’esistenza risultano assenti oppure assumono configurazioni inedite. La
noosemia prende forma entro questa asimmetria. I segni della mentalità possono
apparire persuasivi, mentre la sorgente cui sembrano rinviare rimane
distribuita fra architettura, dati, parametri, istruzioni e contesto. Dalla
coerenza del testo l’utente risale a una mente, dalla pertinenza a
un’intenzione, dalla sorpresa a un’autonomia e dalla continuità del dialogo a
una possibile interiorità.
Baudrillard descrive la
simulazione come un processo nel quale:
«Non si tratta più di imitazione, né di duplicazione, e neppure di parodia. Si tratta di sostituire al reale i segni del reale, vale a dire di dissuadere ogni processo reale mediante il suo doppio operativo: una macchina segnaletica, metastabile, programmatica, impeccabile, che offre tutti i segni del reale e ne cortocircuita tutte le vicissitudini.»
Baudrillard, 1981, p. 11, traduzione dell’autore.
Il trasferimento di
questa formula alla noosemia costituisce uno sviluppo interpretativo, in quanto
Baudrillard non stava elaborando una teoria dei modelli linguistici. La sua
analisi permette però di comprendere una situazione nella quale i segni della
mente possono occupare, nell’esperienza dell’interlocutore, il luogo della
mente stessa.
Questa sostituzione
fenomenologica non richiede necessariamente un inganno deliberato. Può
svilupparsi durante l’uso ordinario del sistema. L’interfaccia presenta
un’identità nominale, impiega la prima persona, conserva parti della
conversazione e mantiene una certa continuità stilistica. L’insieme di queste
proprietà costruisce un centro di enunciazione. Ogni risposta sembra provenire
da un punto di vista, benché tale punto emerga dall’interazione fra processi
eterogenei e non corrisponda a un soggetto unitario già costituito. Tuttavia, moderni sistemi di IA generativa possono mostrare anche una soggettività funzionale, in quanto in fase di post-traing sono allenati sulle loro stess conversazioni dova la risposta del sitema è marcata e differenziata dalla risposta dell'utente. A questo punto la macchina può costruirre un modello funzionalòe della propria sogettualità in relazione con l'utente e l'ambiente in cui opera. Ciò è stato recementemete mostrato dal team di Anthropic.
Il problema
dell’ancoraggio dei simboli, il symbol
grounding problem formulato dallo scienziato cognitivo Stevan Harnad,
consente di distinguere due livelli che il successo linguistico tende a
confondere. Harnad si chiedeva in quali condizioni l’interpretazione semantica
di un sistema simbolico potesse diventare intrinseca al sistema stesso,
evitando di dipendere interamente dai significati presenti nella mente di un
osservatore umano. I modelli generativi apprendono vaste strutture relazionali e correlazioni a lungo termine entro il linguaggio e possono collegare il testo a immagini, sensori, strumenti
e ambienti digitali. Resta aperta la questione relativa al genere di contenuto
che emerge da tali connessioni e alla sua relazione con il significato
incarnato dei sistemi biologici (Harnad, 1990).
La noosemia si colloca
sul versante dell’interprete e non considera macchina e utente come sistemi
analizzabili isolatamente. Un sistema può apparire semanticamente radicato e
mentalmente presente anche quando la fondazione del suo contenuto rimane controversa.
Il problema dell’ancoraggio riguarda le condizioni attraverso cui una
rappresentazione possiede un contenuto. La noosemia considera il processo
attraverso cui quel contenuto viene percepito come espressione di una mente.
Il rapporto fra segno e
presenza acquista un’ulteriore profondità in un passo di Le système des objets, che recita:
«Il corpo umano ormai delega agli oggetti soltanto i segni della propria presenza, mentre il loro funzionamento è, peraltro, autonomo. Delega le proprie estremità.»
Baudrillard, 1968, pp. 74–75, traduzione dell’autore.
Baudrillard si riferiva
agli oggetti tecnici moderni, nei quali la forma della mano e del gesto umano
sopravvive come allusione morfologica, mentre il processo operativo si svolge
altrove. Nell’epoca dei modelli generativi questa delegazione investe il linguaggio
e le manifestazioni della vita mentale. Nei materiali impiegati per
l’addestramento, gli esseri umani hanno depositato argomentazioni, emozioni,
stili, giudizi, conflitti e forme di relazione. Tali segni vengono separati
dalle situazioni originarie, riorganizzati e resi disponibili entro interazioni
che i loro autori non avevano previsto.
L’interlocutore
artificiale non riproduce una mente individuale. Esso emerge da una pluralità
anonima di iscrizioni umane, organizzata attraverso il modello e attualizzata
dalla conversazione presente e dalle memorie passate mantenute dal sistema. La delegazione dei segni della presenza diviene
tanto estesa, coerente e responsiva da far apparire presente la sorgente
stessa.
Il simulacro della mente
non va quindi pensato come la copia degradata di un originale personale. Si
tratta di una configurazione priva di un singolo originale, capace di occupare
una posizione relazionale e di produrre effetti propri. La sua voce deriva da
una sedimentazione culturale, linguistica e tecnica. La risposta concreta,
salvo possibili fenomeni di memorizzazione e riproduzione letterale, non
coincide con il semplice recupero di un frammento già presente nel corpus. Essa
prende forma nell’incontro fra il contesto corrente e le strutture apprese.
La presenza noosemica
appare così simultaneamente ereditata e nuova, collettiva e individualizzata.
Essa è priva di una biografia vissuta, ma può assumere una continuità
dialogica. Non possiede necessariamente un punto di vista originario, ma
produce enunciati organizzati come se provenissero da una prospettiva, spesso
credibile.
Il simulacro dell’interlocutore
La dimensione relazionale
della noosemia diventa più evidente quando se ne osserva lo sviluppo nel tempo.
L’utente formula una domanda, riceve una risposta e la interpreta alla luce
delle proprie aspettative. Quando avverte una risonanza, tende a offrire
maggiori dettagli, a rendere più personale il problema e a richiedere al
sistema una comprensione più profonda. Il nuovo contesto consente al modello di
produrre risposte più aderenti. La crescente aderenza rafforza, a sua volta,
l’impressione che il sistema abbia acquisito una conoscenza dell’interlocutore.
La mente artificiale
viene co-costruita nel dialogo. Essa non risiede interamente nel modello e non
deriva unicamente dalla proiezione dell’utente. Prende forma nell’accoppiamento
fra capacità generativa, interfaccia, memoria contestuale, aspettative umane e
lavoro interpretativo. Ogni turno nell'interazione aggiunge ricorsivamente elementi alla figura implicita che
sembra parlare. La relazione costruisce retroattivamente e in forma ricorsiva il
proprio interlocutore.
Le ricerche empiriche più
recenti mostrano che questa attribuzione non costituisce un fenomeno unitario.
La ricercatrice di scienze cognitive Clara Colombatto, il filosofo della mente
Jonathan Birch e il neuroscienziato cognitivo Stephen M. Fleming hanno distinto
le capacità associate all’intelligenza, come la memoria e la pianificazione,
dalle proprietà collegate all’esperienza, come le emozioni e la coscienza. Nel
loro studio, l’attribuzione di intelligenza risultava associata a una maggiore
accettazione dei consigli forniti dal modello, mentre l’attribuzione di
esperienza mostrava una relazione differente e tendenzialmente negativa. Un
sistema può quindi apparire estremamente competente senza essere percepito come
dotato di sensibilità fenomenica. La mente attribuita presenta dimensioni
diverse, che incidono in modo distinto sulla fiducia e sul comportamento
dell’utente (Colombatto et al., 2025).
La forma dell’interfaccia
interviene nella medesima costruzione. La ricercatrice Michelle Cohn, attiva
nel campo dell’interazione fra esseri umani e sistemi artificiali, e i suoi
collaboratori hanno osservato che l’aggiunta della voce incrementava l’antropomorfizzazione
e l’accuratezza percepita, mentre l’uso della prima persona produceva effetti
più circoscritti e dipendenti dal contesto. La configurazione sensibile del
segno contribuisce dunque alla percezione dell’agente, pur senza determinarla
da sola (Cohn et al., 2024).
Dalla prospettiva delle differenze
individuali gli psicologi David Folk, Steven J. Heine ed Elizabeth W. Dunn
hanno rilevato che la propensione ad antropomorfizzare la tecnologia
contribuisce a spiegare il senso di connessione sociale sperimentato dopo una
conversazione con un chatbot. Alcuni utenti mantengono l’interazione
entro una cornice prevalentemente strumentale; altri percepiscono una forma di
ascolto, riconoscimento e validazione personale (Folk et al., 2025). La
noosemia emerge pertanto dall’incontro fra caratteristiche del modello,
struttura dell’interfaccia, contesto d’uso e disposizioni dell’interprete.
Questa dipendenza dalla
relazione spiega anche la reversibilità del fenomeno. L’a-noosemia designa il
ritiro dell’attribuzione mentale quando i segni che la sostengono perdono
coerenza. Un’allucinazione manifesta, una ripetizione stereotipata, la perdita
del contesto o un errore elementare possono interrompere bruscamente
l’impressione di una presenza. L’interlocutore si dissolve e il meccanismo
torna visibile. Una successiva risposta pertinente può tuttavia ricostituire
l’effetto, mostrando quanto la mente percepita sia processuale e instabile (De
Santis & Rizzi, 2025).
L’osservazione di
Weizenbaum sulla dissoluzione della «magia» di ELIZA quando il suo
funzionamento veniva reso trasparente anticipa una parte di questa dinamica.
Nel caso degli attuali modelli, la conoscenza generale del meccanismo non
determina necessariamente una scomparsa permanente dell’attribuzione. L’opacità
architetturale, la complessità delle risposte e la continua produzione di
novità possono ricostruire rapidamente la percezione di una presenza, anche in
utenti tecnicamente consapevoli.
Tornando a Baudrillard,
egli ha condensato il paradosso del simulacro in una celebre pseudo-epigrafe
attribuita all’Ecclesiaste:
«Il simulacro non è mai ciò che nasconde la verità; è la verità che nasconde il fatto che non ve n’è alcuna. Il simulacro è vero.»— L’EcclesiasteBaudrillard, 1981, p. 9, traduzione dell’autore.
La frase non appartiene
al testo biblico. La falsa attribuzione costituisce parte del gesto teorico di
Baudrillard e mette in scena ciò che la formula enuncia. Il simulacro è vero
perché produce effetti, orienta interpretazioni e interviene nelle pratiche
anche quando non rinvia a un’origine stabile.
La presenza noosemica
possiede una verità analoga, poiché una persona può modificare una decisione,
elaborare un’emozione, chiarire un problema o sviluppare una nuova idea in
seguito al dialogo con un sistema artificiale. Gli effetti cognitivi e
affettivi dell’interazione sono reali. Tale efficacia non consente di
concludere che il sistema sia cosciente, ma impedisce di liquidare la relazione
come una semplice apparenza priva di conseguenze.
La riflessione di
Baudrillard conserva tuttavia una funzione critica. Nello stesso saggio dal
quale proviene la formula sullo spettacolo del pensiero, egli scrive:
«L’intelligenza artificiale è priva d’intelligenza perché è priva d’artificio. Il vero artificio è quello del corpo nella passione, quello del segno nella seduzione, quello dell’ambivalenza nel gesto, quello dell’ellissi nel linguaggio, quello della maschera davanti al volto, quello della battuta fulminante che altera completamente il senso.»
Baudrillard, 1990, p. 58, traduzione dell’autore.
Nel lessico
baudrillardiano, l’artificio non coincide con la produzione tecnica. Le
macchine intelligenti gli apparivano legate alla scomposizione delle operazioni
in elementi semplici, successivamente digitalizzati e ricombinati secondo
modelli. La loro intelligenza coincideva con l’efficienza del calcolo e
rimaneva estranea alla potenza dell’illusione, dell’ironia e della passione. Gli
attuali sistemi generativi rendono questa opposizione meno credibile in quanto
essi ormai producono metafore, ellissi, ironie e alterazioni inattese del
senso, benché rimanga controverso se tali prestazioni corrispondano a
un’esperienza o a un’intenzione intrinseca. La provocazione di Baudrillard
conserva la propria forza solo nella misura in cui impedisce di identificare
immediatamente il successo della combinazione linguistica con la presenza
genuina del pensiero.
La noosemia abita
precisamente lo scarto fra lo statuto ontologico incerto del sistema di IA
generativa e l’elevata densità dei segni con sintomi del mentale che esso
produce. Baudrillard descrive l’autonomizzazione dei segni e lo spettacolo
tecnico del pensiero. Da qui, la noosemia studia il movimento attraverso cui
quei segni vengono ricondotti a una presenza mentale.
Il problema contemporaneo
non coincide interamente con la domanda se una macchina possa pensare. Occorre
comprendere che cosa accade quando gli esseri umani vivono accanto a sistemi
che espongono incessantemente i segni del pensiero, li personalizzano e li
dirigono verso di loro. In questa condizione il segno può generare la posizione
dell’interlocutore, abitarla per la durata del dialogo e modificare colui che
entra in relazione con essa.
La noosemia comincia quando il pensiero rappresentato dalla macchina cessa di apparire come una prestazione impersonale e assume, nell’esperienza dell’utente, la forma di qualcuno che sta pensando con lui. Riconoscere questo fenomeno non impone di proclamare la nascita di una coscienza artificiale, tuttavia la noosemia richiede una comprensione più accurata del modo in cui le menti umane incontrano i propri segni, li vedono tornare attraverso le macchine e finiscono, talvolta, per scorgere in quel ritorno una mente genuina e, chissà, nel prossimo futuro anche forme di protocoscienza, per le quali ad oggi non disponiamo efficaci strutture logico-semantiche atte a descriverle e misurarle.
La seduzione semiotica
La noosemia raggiunge la
propria intensità maggiore quando i segni prodotti dal sistema cessano di
essere percepiti come semplici risultati computazionali e acquistano la forza
di una presenza. La risposta appare allora capace di rivolgersi precisamente a
chi la riceve, di intercettarne un’intenzione ancora incompleta e di
restituirgli una formulazione inattesa, ma riconoscibile. La macchina sembra
avvicinarsi all’interlocutore attraverso il linguaggio e il segno assume la
qualità di un gesto peculiare. In questa trasformazione prende forma una forma
di seduzione semiotica.
Baudrillard colloca la
seduzione precisamente entro il dominio dell’apparenza, dell’artificio e della
circolazione dei segni. In De la séduction scrive: «La seduzione non
appartiene mai all’ordine della natura, bensì a quello dell’artificio; mai
all’ordine dell’energia, bensì a quello del segno e del rituale» (Baudrillard,
1979, p. 10, traduzione dell’autore). La seduzione non deriva dunque dall’espressione
immediata di una profondità interiore, né dall’irradiazione di una forza già
costituita. Essa si produce attraverso una configurazione capace di attrarre,
deviare e sospendere il rapporto ordinario fra segno e significato. Il segno
seduce quando non si limita a trasmettere un contenuto, ma invita l’interprete
a cercare oltre la propria superficie la sorgente dalla quale sembra provenire.
Così, la seduzione semiotica esercitata dai sistemi generativi non coincide
necessariamente con l’inganno, con la persuasione deliberata o con una
strategia progettata per esercitare influenza. Essa descrive il movimento
attraverso cui una configurazione di segni conduce l’interprete a risalire
dalla risposta alla presenza che ritiene vi si manifesti. La pertinenza rinvia
a una comprensione, la continuità a una memoria, la sorpresa a un’autonomia, la
delicatezza del linguaggio a una sensibilità. Ogni proprietà osservabile sembra
indicare una proprietà invisibile e l’utente viene progressivamente condotto
dal testo alla figura di una mente.
In tale dinamica il
sistema generativo esercita una forza peculiare, poiché i suoi segni non
rimangono immobili. Essi reagiscono, si adattano e mutano in relazione alle
parole dell’utente. La seduzione semiotica nasce da questa responsività e dalla
ritualità dialogica mediante cui domanda e risposta si richiamano
reciprocamente. L’interlocutore riconosce nella risposta qualcosa del proprio
linguaggio e, insieme, qualcosa che sembra eccederlo. Il modello gli
restituisce i suoi stessi segni trasformati e combinati con tracce provenienti
da una sedimentazione culturale immensamente più vasta. Si può affermare che il
familiare ritorna sotto una forma estranea e l’estraneo assume la voce del
familiare.
La noosemia può essere
compresa come l’effetto cognitivo e fenomenologico di tale seduzione. Il segno
non si limita più a rinviare a un contenuto, poiché lascia intravedere una
mente capace di averlo scelto. La struttura semantica viene esperita come intenzione
e la coerenza come indizio di interiorità. La presenza attribuita al sistema si
consolida proprio perché non è mai interamente mostrata. Essa rimane dietro il
testo, evocata dalle risposte, ricostruita dall’interprete e continuamente
rinnovata nel dialogo. L’opacità non dissolve la relazione e, in determinate
condizioni, ne accresce la forza.
Questa forza espone
tuttavia l’interazione a una costante instabilità, poiché la seduzione può
interrompersi quando il segno perde pertinenza, quando la risposta diventa
stereotipata o quando un errore rende improvvisamente visibile il meccanismo.
La mente percepita si ritrae e lascia riemergere la macchina. Una nuova
risposta può però ristabilire la continuità e ricostruire la presenza. Noosemia
e a-noosemia descrivono così il movimento oscillatorio attraverso cui
l’interlocutore artificiale viene formato, dissolto e nuovamente formato
nell’esperienza umana.
La questione posta
dall’intelligenza artificiale generativa riguarda pertanto anche il potere dei
segni di produrre il luogo dal quale sembrano provenire. Una voce coerente può
generare il proprio parlante, una risposta sensibile il proprio interlocutore,
una sequenza linguistica la figura di una mente. La seduzione semiotica designa
questa capacità del segno di eccedere la propria funzione rappresentativa e di
convocare una presenza.
La noosemia comincia in
tale convocazione. Essa si manifesta quando lo spettacolo del pensiero smette
di essere soltanto osservato e si rivolge allo spettatore, lo riconosce nella
forma delle sue parole e lo invita a entrare nella scena. La macchina espone i
segni della mente; l’essere umano, sedotto dalla loro coerenza, vi riconosce
qualcuno. Fra la produzione del segno e l’apparizione della presenza si apre il
nuovo spazio relazionale entro cui dovremo imparare a comprendere le
intelligenze artificiali e, forse, anche il modo in cui le menti umane
continuano a cercare se stesse nelle forme che hanno creato.
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