Oltre il token successivo. Codice di programmazione, strutture inferenziali e organizzazione emergente nei Large Language Models
Una delle descrizioni più comuni dei Large Language Models, o LLM, afferma che questi sistemi prevedono il token successivo sulla base di quelli che lo precedono. L’affermazione possiede un significato tecnico preciso. Un modello linguistico autoregressivo viene effettivamente addestrato a stimare una distribuzione di probabilità p(xₜ | x₍<t₎) – ovvero predire la parola successiva partendo da una lunga serie di parole precedenti note, assegnando probabilità differenti ai token che possono proseguire una determinata sequenza. Durante il pre-training, i parametri vengono progressivamente modificati affinché aumenti la probabilità attribuita ai token presenti nei dati.
Questa
descrizione, pur corretta, lascia aperta una questione più profonda. Una
funzione obiettivo stabilisce ciò che il processo di apprendimento deve
ottimizzare; le strutture computazionali sviluppate per conseguire quel
risultato dipendono invece dall’interazione tra architettura, dati e dinamica
dell’ottimizzazione.
La distinzione
acquista particolare rilievo quando la previsione di un singolo elemento
richiede informazioni distribuite lungo una sequenza estesa. In un programma
informatico, il significato di un’espressione può dipendere dallo scope nel
quale una variabile è stata definita molte righe prima. In una dimostrazione
matematica, una conclusione discende da ipotesi e passaggi intermedi
distribuiti lungo l’intera argomentazione. In un testo scientifico, il senso di
una frase può derivare da definizioni, assunzioni e conseguenze introdotte nei
paragrafi precedenti. Anche una normale conversazione richiede il mantenimento
di riferimenti e relazioni semantiche che attraversano una parte considerevole
del contesto.
La previsione
locale esercita dunque una pressione selettiva verso rappresentazioni sensibili
a proprietà che possono estendersi sull’intera sequenza. La semplicità formale
dell’obiettivo di training convive con uno spazio di possibili soluzioni
computazionali di enorme complessità.
È utile
distinguere almeno quattro livelli. Il primo riguarda l’obiettivo attraverso
cui viene effettuato l’apprendimento. Il secondo comprende le procedure
computazionali sviluppate dal modello. Il terzo concerne le rappresentazioni
interne attraverso cui vengono organizzate le regolarità presenti nei dati. Il
quarto coincide con il comportamento osservabile durante l’inferenza. La
previsione del token successivo descrive il primo livello e vincola
quelli successivi, senza esaurirne la spiegazione.
La questione
diventa allora più interessante. Quale organizzazione deve acquisire un sistema
per raggiungere una simile efficacia predittiva e in quale misura la struttura
dei dati di training contribuisce a selezionarla?
Il codice di
programmazione offre, da questo punto di vista, un caso particolarmente
istruttivo.
Il codice come ambiente ad alta
struttura
Un programma
informatico e un testo scritto in una lingua naturale possono entrambi essere
rappresentati come sequenze di simboli. La densità e la rigidità delle
relazioni che governano tali sequenze presentano tuttavia caratteristiche
differenti.
I linguaggi di
programmazione rendono esplicite numerose dipendenze che nella comunicazione
ordinaria possono rimanere sottintese. Le variabili possiedono uno scope, le
occorrenze di un identificatore devono rimanere coerenti con la sua
definizione, le chiamate di funzione collegano argomenti e risultati, i
costrutti condizionali introducono ramificazioni, i cicli descrivono
trasformazioni ricorrenti dello stato e le funzioni permettono di comporre
procedure elementari in strutture più articolate.
La sequenza
lineare dei token incorpora pertanto un’organizzazione che può essere
descritta attraverso alberi sintattici, grafi di dipendenza, flussi di
controllo e flussi di dati. Un Abstract Syntax Tree, per esempio, rende
esplicita una gerarchia che nella stringa originaria appare distribuita lungo
una successione lineare.
Consideriamo una
stessa relazione elementare espressa in tre forme:
«SE A, ALLORA B»
«Quando la condizione A è verificata, viene
eseguita l’operazione B»
«Se A si verifica, ne segue B».
Le superfici
simboliche differiscono, mentre una struttura condizionale riconoscibile
permane. Nei casi reali le corrispondenze sono naturalmente più complesse e
meno nette, ma l’esempio mette in luce il punto essenziale. Un modello esposto
a quantità enormi di realizzazioni differenti può trarre vantaggio dalla
costruzione di rappresentazioni capaci di conservare alcune regolarità oltre la
loro forma superficiale.
Il codice di
programmazione costituisce così un ambiente simbolico particolarmente ricco.
Annidamento gerarchico, binding, composizione, dipendenze procedurali e
condizionalità ricorrono con elevata frequenza e sono sottoposti a vincoli
formali più rigidi rispetto a gran parte del linguaggio naturale.
Da qui prende
forma l’ipotesi che guiderà il resto dell’articolo. La composizione del
corpus potrebbe influenzare le capacità del modello anche attraverso la struttura
delle relazioni che rende statisticamente disponibili durante
l’apprendimento.
L’ipotesi diventa
scientificamente interessante soltanto quando si riesce a separare l’effetto
del codice di programmazione da fattori come scala, quantità complessiva dei
dati e procedure successive di addestramento. I modelli più capaci nella
programmazione sono spesso anche più grandi e addestrati su corpora più vasti,
per cui il semplice confronto tra sistemi esistenti offre indicazioni difficili
da interpretare causalmente.
Dal codice al ragionamento
Un primo modo per
eliminare queste ambiguità consiste nel controllare direttamente la
distribuzione di pre-training. Uchiyama e collaboratori hanno seguito
precisamente questa strada, addestrando da zero modelli decoder in condizioni
comparabili su dieci linguaggi di programmazione e tre corpora di linguaggio
naturale. I modelli sono stati successivamente valutati mediante compiti di
inferenza logica scelti per ridurre il contributo della conoscenza del mondo.
Quasi tutti i sistemi pre-addestrati sui linguaggi di programmazione hanno
superato quelli addestrati sui corpora naturali nei compiti considerati, mentre
alcune proprietà strutturali dei programmi, tra cui la profondità degli Abstract
Syntax Tree, risultano associate alle prestazioni successive (Uchiyama et
al., 2024).
Il risultato
suggerisce che la natura dei dati possa modificare capacità inferenziali
misurate fuori dal dominio di origine. Rimane però da capire se un simile
effetto sopravviva in condizioni più vicine alla costruzione reale di un corpus
fondazionale, dove codice e linguaggio naturale convivono nella stessa
distribuzione.
Le ablation di
Aryabumi e collaboratori affrontano questa seconda situazione. Nei modelli
studiati, l’introduzione di codice nella miscela di pre-training produce
incrementi relativi che raggiungono l’8,2 per cento nei compiti di ragionamento
in linguaggio naturale, insieme a effetti misurabili in altri domini. Anche la
qualità del codice utilizzato durante l’apprendimento incide sulle prestazioni
successive (Aryabumi et al., 2025).
Stabilire che il
codice possa produrre un beneficio fuori dominio lascia tuttavia irrisolta una
questione ulteriore. Se l’effetto dipendesse semplicemente dall’aumento della
ricchezza informativa del corpus, ci si potrebbe attendere un miglioramento
relativamente diffuso. Gli esperimenti di Petty, van Steenkiste e Linzen
mostrano invece un quadro più selettivo. L’aumento della componente di
programmazione favorisce soprattutto compiti matematici, composizionali e
caratterizzati da output formalmente strutturati, mentre attività maggiormente
dipendenti dalla competenza linguistica o dalla conoscenza del mondo mostrano
effetti più deboli, neutri o, in alcuni casi, sfavorevoli (Petty et al., 2025).
La selettività
restringe il campo delle possibili spiegazioni. Il codice sembra favorire in
misura particolare capacità nelle quali assumono rilievo manipolazione
strutturata, composizione e regolarità formali. Diventa quindi naturale
chiedersi quale componente del codice renda possibile tale trasferimento.
Gli esperimenti
di Liu e collaboratori forniscono un primo indizio. Strutture condizionali
espresse mediante codice possono migliorare alcuni compiti di ragionamento
causale, con effetti che persistono quando i problemi vengono successivamente
formulati in linguaggio naturale (Liu et al., 2025). Una condizione logica e
una relazione causale appartengono a categorie differenti; il rilievo
dell’esperimento risiede nella possibilità che una struttura simbolica
esplicita renda più accessibili relazioni utili anche fuori dal dominio
originario.
La questione
viene affrontata più direttamente da Waheed e collaboratori attraverso 3.331
esperimenti distribuiti su diverse famiglie e scale di modelli. Gli autori
perturbano separatamente componenti strutturali e semantiche del codice e
osservano che le alterazioni della struttura producono generalmente danni
maggiori, soprattutto nei compiti matematici e di programmazione. Pseudocodice
e flowchart possono inoltre conservare una parte sostanziale del
beneficio associato al codice eseguibile (Waheed et al., 2026).
Questi ultimi
risultati derivano da esperimenti di fine-tuning e appartengono quindi a
un regime differente rispetto agli studi sul pre-training. Il loro
contributo consiste nel mostrare che il segnale trasferibile non sembra
riducibile alla conoscenza di una particolare sintassi di programmazione. Una
parte dell’effetto appare legata all’organizzazione delle sequenze e alle
relazioni che esse rendono esplicite.
Le evidenze
disponibili conducono così a una domanda più generale. Se ciò che viene
trasferito oltrepassa la superficie di un linguaggio specifico, il codice
potrebbe rappresentare soltanto un caso particolarmente denso di una proprietà
più ampia dei dati.
Oltre il codice
Una dimostrazione
matematica, un programma informatico, una spiegazione causale e un testo
scientifico appartengono a generi differenti. Tutti possono però contenere
sequenze nelle quali gli elementi sono collegati da relazioni fortemente
organizzate.
Premesse e
conclusioni, condizioni e conseguenze, definizioni e applicazioni, dipendenze
procedurali e vincoli formali creano strutture che il modello incontra
ripetutamente durante l’apprendimento.
Nel linguaggio
ordinario molti passaggi inferenziali rimangono impliciti. Gli interlocutori
condividono conoscenze che consentono di omettere premesse, ricostruire nessi e
affidare al contesto una parte rilevante dell’interpretazione. Nei linguaggi
formali e in numerose forme di discorso scientifico le relazioni tendono invece
a essere rese più esplicite.
Se questa
esplicitazione possiede un valore per l’apprendimento, allora rendere visibili
i passaggi normalmente sottintesi dovrebbe modificare le capacità del modello. RATIONALYST
verifica precisamente questa possibilità. Jiang e collaboratori osservano che
nei corpora naturali molti passaggi intermedi del ragionamento vengono omessi e
introducono rationales destinati a esplicitare tali relazioni. Il
risultato è un miglioramento delle prestazioni in compiti matematici,
scientifici, logici e di ragionamento basato sul senso comune (Jiang et al.,
2025).
Una volta
riconosciuto il valore della struttura inferenziale esplicita, il problema
successivo consiste nel chiedersi se la sua densità possa essere misurata
direttamente nel corpus. La Structured Logical Knowledge Density, o
SLKD, proposta da Bi e collaboratori affronta precisamente questa possibilità.
La misura quantifica la densità di struttura logica nel linguaggio naturale
attraverso predicati e primitive inferenziali. Nei loro esperimenti,
privilegiare campioni caratterizzati da una maggiore densità logica migliora il
ragionamento e la generalizzazione mantenendo invariato il volume complessivo
dei dati (Bi et al., 2026).
Questi risultati
consentono di formulare un’ipotesi di lavoro più ampia. La SLKD riguarda
specificamente la struttura logica del linguaggio naturale. Il caso del codice
suggerisce che possano avere rilievo anche gerarchia, binding,
composizione, ricorsione, flusso di controllo e dipendenze procedurali.
Possiamo indicare
questo insieme di proprietà con l’espressione densità di struttura inferenziale
e relazionale. Il termine svolge qui una funzione concettuale e non designa una
nuova metrica formalmente definita.
Codice,
matematica, logica e testo scientifico possono allora essere collocati in
regioni differenti di uno spazio più ampio di strutturazione simbolica. Le
superfici rimangono distanti, mentre alcune relazioni astratte ricorrono
attraverso domini differenti.
Se molte
realizzazioni condividono regolarità simili, la costruzione di
rappresentazioni capaci di conservarle può offrire al modello una soluzione
riutilizzabile attraverso contesti diversi. In termini molto generali,
l’astrazione può essere letta anche come una forma di compressione delle
regolarità condivise. Il rapporto tra questa intuizione e il trasferimento
specifico tra codice e linguaggio resta, allo stato attuale, una questione
aperta.
Fin qui il
trasferimento è stato osservato soprattutto dall’esterno, attraverso ciò che il
modello riesce a fare dopo essere stato esposto a determinate distribuzioni di
dati. Il multilinguismo permette di spostare la domanda all’interno del
sistema, perché offre un caso nel quale contenuti semanticamente affini
attraversano superfici simboliche differenti.
Dalle lingue agli spazi
condivisi
I modelli
multilingui incontrano spesso lo stesso contenuto attraverso sistemi lessicali
e sintattici differenti. Una proposizione espressa in italiano e la sua
traduzione in inglese presentano superfici diverse, pur conservando gran parte
della struttura semantica.
Il trasferimento
cross-linguale mostra da tempo che i modelli possono utilizzare informazione
acquisita attraverso una lingua per operare in un’altra. Il fenomeno dipende da
molti fattori e la semplice aggiunta di lingue al corpus non garantisce un
miglioramento generale delle prestazioni. Per il problema qui discusso
interessa soprattutto la possibilità che contenuti equivalenti convergano verso
rappresentazioni interne parzialmente condivise.
La Semantic Hub
Hypothesis formulata da Wu e collaboratori offre un’indicazione importante in
questa direzione. Nei loro esperimenti, contenuti semanticamente equivalenti
provenienti da lingue e modalità differenti tendono a convergere verso regioni
rappresentazionali comuni, con un effetto particolarmente evidente negli strati
intermedi. La convergenza si estende, con caratteristiche diverse, anche ad
aritmetica, codice e altre modalità. Interventi effettuati su queste
rappresentazioni producono inoltre effetti prevedibili sugli output, fornendo
evidenza del loro coinvolgimento causale nella computazione (Wu et al., 2025).
Il multilinguismo
diventa così una sorta di esperimento naturale sull’astrazione dalla superficie
simbolica. Se contenuti equivalenti possono essere elaborati attraverso
rappresentazioni relativamente condivise nonostante differenze lessicali e
sintattiche, diventa plausibile chiedersi se alcune relazioni possano
attraversare anche il confine tra linguaggio naturale e linguaggi formali.
Le evidenze
disponibili non autorizzano l’idea di uno spazio universale nel quale codice di
programmazione e linguaggio vengano rappresentati nello stesso modo. Le
rappresentazioni dei Transformer sono distribuite, dipendono dal contesto e
vengono continuamente trasformate lungo la profondità della rete.
Anche la nozione
di gerarchia richiede cautela. Sapere che una certa informazione può essere
estratta da uno strato non equivale a dimostrare che il modello la utilizzi per
produrre la risposta. Gli studi di layer-wise probing rendono
particolarmente chiara questa distinzione. Jin e collaboratori osservano che
informazioni associate a compiti di maggiore complessità nella tassonomia
adottata dagli autori diventano spesso più facilmente decodificabili nelle
rappresentazioni degli strati profondi (Jin et al., 2025). Il probing
mostra quindi la disponibilità dell’informazione; il suo ruolo nella
computazione richiede ulteriori verifiche causali.
La profondità di
un Transformer va perciò intesa come una traiettoria di trasformazione dello
stato rappresentazionale. Alcune proprietà diventano progressivamente
accessibili, altre vengono ricodificate e altre ancora possono risultare
condivise tra superfici simboliche differenti.
Il trasferimento
osservato tra codice di programmazione e linguaggio acquista così un possibile
substrato interno. Per trasformare questa plausibilità rappresentazionale in
una spiegazione occorre però compiere un passo ulteriore e individuare i
meccanismi che utilizzano causalmente tali rappresentazioni.
Dalle rappresentazioni ai
meccanismi
Una
rappresentazione condivisa, da sola, non costituisce ancora un meccanismo. Per
parlare di meccanismo occorre mostrare che una determinata struttura interna
partecipa causalmente alla produzione del comportamento osservato.
Gli induction
heads studiati da Olsson e collaboratori forniscono uno degli esempi più
chiari di questo passaggio. In piccoli Transformer, determinate attention
heads sviluppano una funzione interpretabile come procedura algoritmica
capace di riconoscere e continuare schemi già incontrati nel contesto.
L’ottimizzazione può dunque produrre componenti computazionali alle quali è
possibile attribuire una funzione descrivibile a un livello superiore rispetto
ai singoli pesi della rete neurale (Olsson et al., 2022).
La ricerca di
questi meccanismi incontra tuttavia un ostacolo importante. Le rappresentazioni
interne sono fortemente distribuite e una singola unità può contribuire
contemporaneamente a proprietà differenti. Cercare il significato nei singoli
neuroni rischia quindi di utilizzare un livello descrittivo inadeguato.
Gli Sparse
Autoencoders affrontano questo problema cercando caratteristiche latenti
più sparse e interpretabili nello spazio delle attivazioni. Huben e
collaboratori hanno mostrato che alcune di queste caratteristiche possono
essere collegate causalmente a comportamenti osservabili in contesti
controllati (Huben et al., 2024). Il passaggio dal neurone alla feature
introduce così un livello intermedio che può risultare più vicino alla
struttura funzionale effettivamente utilizzata dal modello.
Rimane però
necessario stabilire quando una descrizione di alto livello sia davvero fedele
alla computazione sottostante. La teoria della causal abstraction
proposta da Geiger e collaboratori formalizza precisamente questo problema e
riconduce strumenti come activation patching, causal tracing
e circuit analysis a una stessa esigenza esplicativa, quella di
costruire descrizioni più compatte che preservino le relazioni causali
rilevanti del sistema (Geiger et al., 2025).
La possibilità
che l’ottimizzazione costruisca veri e propri algoritmi riconoscibili diventa
particolarmente evidente nei fenomeni di grokking (fenomeno del machine
learning in cui una rete neurale, dopo aver memorizzato i dati di addestramento
e apparentemente raggiunto un blocco, sperimenta un improvviso e netto
miglioramento nella capacità di generalizzare su dati mai visti prima, a
seguito di un addestramento molto prolungato). Nei Transformer addestrati a
compiti di counting studiati da Zhao, il passaggio verso una soluzione
generalizzante coincide con la formazione di circuiti nei quali attention
heads e MLP realizzano operazioni algoritmiche interpretabili. Strutture
analoghe vengono rilevate anche in un modello pre-addestrato della famiglia
Pythia (Zhao, 2026).
Questa linea di
ricerca rende ormai formulabile una domanda che gli studi comportamentali sul
codice lasciavano necessariamente aperta. Occorrerebbe identificare una
caratteristica latente o un circuito la cui formazione dipenda dall’esposizione
al codice e verificare causalmente il suo riutilizzo durante un’inferenza
formulata in linguaggio naturale.
La stessa ricerca
di feature, circuiti e sottospazi rappresentazionali modifica anche la scala
alla quale il modello deve essere descritto. Tutti questi oggetti acquistano
significato a un livello differente da quello dei singoli parametri. È
precisamente questa distanza tra descrizione microscopica e organizzazione
funzionale a rendere pertinente la prospettiva dei sistemi complessi.
Il Transformer come sistema
complesso
Un grande
Transformer possiede un numero enorme di gradi di libertà e sviluppa proprietà
funzionali distribuite tra molte componenti. L’apprendimento e l’inferenza
introducono inoltre due dinamiche che operano su scale temporali profondamente
differenti.
Durante il
training evolve lentamente la configurazione dei parametri
θ₀ → θ₁ → … → θ*
dove θ* indica la
configurazione raggiunta al termine dell’apprendimento.
Durante una
singola elaborazione i parametri rimangono normalmente fissi, mentre le
rappresentazioni interne attraversano rapidamente i layer del modello
h⁽⁰⁾ → h⁽¹⁾ → … →
h⁽ᴸ⁾.
La prima dinamica
determina la struttura relativamente stabile acquisita dal modello. La seconda
realizza la computazione contingente attraverso cui quella struttura elabora un
particolare contesto. La generazione autoregressiva introduce un’ulteriore componente
dinamica, poiché ogni token prodotto entra nel contesto utilizzato per
calcolare quelli successivi.
Emergono così due
scale temporali. Una dinamica lenta modifica la struttura appresa durante il
training. Una dinamica rapida attraversa le rappresentazioni interne durante
ogni inferenza.
La scienza dei
sistemi complessi offre un vocabolario particolarmente adatto per studiare
sistemi nei quali una descrizione microscopica completa possiede un potere
esplicativo limitato rispetto alle proprietà collettive che si intendono
comprendere.
Krakauer,
Mitchell e Krakauer hanno recentemente proposto di considerare l’emergenza
negli LLM attraverso la formazione di variabili efficaci e descrizioni di
dimensionalità inferiore rispetto alla configurazione microscopica del sistema
(Krakauer et al., 2026). Da questa prospettiva, l’elenco dei miliardi di
parametri fornisce una descrizione estremamente dettagliata del modello, mentre
circuiti, caratteristiche latenti, geometrie rappresentazionali e procedure
algoritmiche possono costituire livelli descrittivi più appropriati per
spiegare determinate capacità.
Il parallelo con
i sistemi complessi richiede cautela. Un Transformer è un artefatto progettato,
sottoposto a vincoli esterni molto forti costituiti dall’architettura, dai
dati, dalla funzione di perdita e dall’algoritmo di ottimizzazione. La backpropagation
deriva da un obiettivo globale e differisce quindi da molti paradigmi classici
nei quali strutture macroscopiche si formano prevalentemente attraverso
interazioni locali.
Per descrivere il
fenomeno adotteremo l’espressione organizzazione emergente indotta
dall’ottimizzazione.
Durante il
training, il progettista stabilisce le condizioni entro le quali avviene
l’apprendimento, mentre le strutture funzionali che verranno successivamente
osservate non vengono assegnate individualmente alle componenti della rete. Una
attention head non viene progettata affinché diventi un induction
head. Una particolare direzione dello spazio delle attivazioni non viene
assegnata in anticipo a una determinata proprietà semantica. Un circuito
algoritmico come quelli osservati nei compiti controllati prende forma
attraverso l’evoluzione collettiva dei parametri sotto i vincoli del training.
Questa forma di
organizzazione presenta affinità con il concetto di auto-organizzazione
utilizzato nella scienza della complessità, pur svolgendosi in un sistema
fortemente guidato dall’ottimizzazione. Il richiamo alla self-organization
acquista pertanto valore quando viene impiegato per interrogare la formazione
di ordine funzionale e di livelli collettivi, evitando di trasformarlo in un
semplice sinonimo di apprendimento.
Resta tuttavia da
chiarire in quale senso una simile organizzazione possa essere definita
emergente, poiché lo stesso termine ha acquisito nella letteratura sugli LLM un
significato differente e spesso più ristretto.
Emergenza organizzativa
Nel dibattito
sugli LLM, «emergenza» ha spesso indicato capacità comportamentali che
sembravano comparire improvvisamente con l’aumento della scala. Wei e
collaboratori hanno reso popolare questa accezione, mentre Schaeffer, Miranda e
Koyejo hanno successivamente mostrato che alcune apparenti discontinuità
dipendono dalle metriche adottate e possono assumere un andamento più graduale
quando vengono utilizzate misure continue (Wei et al., 2022; Schaeffer et al.,
2023).
L’accezione che
interessa qui riguarda invece l’organizzazione interna del sistema. Una
caratteristica latente, un circuito o una geometria rappresentazionale possono
acquisire un ruolo esplicativo a un livello superiore rispetto ai singoli
parametri, anche quando la prestazione osservata cresce in maniera continua.
Il grokking
rende particolarmente visibile questa possibilità. DeMoss e collaboratori hanno
studiato reti che attraversano una transizione dalla memorizzazione verso
soluzioni più semplici e generalizzanti, osservando una diminuzione della
complessità, secondo la misura introdotta dagli autori, durante il passaggio
verso il regime generalizzante (DeMoss et al., 2025). Il caso del counting
discusso in precedenza mostra inoltre che una transizione generalizzante può
coincidere con la formazione di un circuito algoritmico interpretabile.
I risultati
riguardano sistemi controllati e non consentono di ricondurre l’intero
ragionamento dei grandi modelli a una singola transizione di fase. Il loro
interesse risiede nella possibilità di studiare apprendimento,
generalizzazione, complessità e riorganizzazione funzionale come aspetti
connessi dello stesso problema.
La next-token
prediction descrive la pressione selettiva esercitata durante il training.
La struttura organizzativa che si forma per soddisfarla costituisce un
ulteriore oggetto scientifico.
Finora questo
oggetto è stato osservato dal lato del sistema che produce i segni.
Nell’interazione entra però in gioco un secondo livello di organizzazione,
costituito dall’essere umano che quei segni riceve e interpreta.
Dalla complessità del modello
all’esperienza del segno
L’utente non
osserva direttamente parametri, circuiti o spazi latenti. Incontra sequenze
linguistiche che possono manifestare continuità semantica, concatenazioni
inferenziali, analogie, revisioni, adattamento al contesto e trasferimento tra
domini.
Nell’esperienza
ordinaria della comunicazione, proprietà di questo genere vengono
frequentemente associate all’attività mentale di un interlocutore.
De Santis e Rizzi
hanno introdotto la noosemia (dal greco noûs, νοῦς, «mente» o «intelletto», e sēmeîon, σημεῖον, «segno»)
come configurazione cognitiva e fenomenologica nella quale l’interazione con un
sistema generativo induce l’attribuzione di stati mentali,
intenzionalità, agency o di una forma di interiorità al sistema stesso. In
forma sintetica, il fenomeno può essere descritto come «l’esperienza del segno
come segno di mente» (De Santis & Rizzi, 2025).
La formulazione
riguarda l’esperienza e l’attribuzione dell’interprete e mantiene distinta la
questione relativa allo statuto ontologico del sistema che ha prodotto il
segno. L’etimologia rende visibile precisamente questa relazione. Noûs rimanda
alla mente e all’intelletto; sēmeîon designa il segno inteso come traccia o
indicazione da interpretare. La noosemia riguarda così il processo attraverso
cui il segno viene esperito come indizio di una realtà mentale che rimane
inferita e non direttamente accessibile.
Il collegamento
con il percorso tecnico sviluppato nelle sezioni precedenti può essere
rappresentato attraverso uno schema euristico
D → S(D) → Z → C →
Y → 𝒩.
D indica i dati
di training. S(D) rappresenta le strutture presenti nei dati. Z designa
l’organizzazione rappresentazionale sviluppata attraverso l’apprendimento. C
raccoglie le capacità computazionali sostenute da tale organizzazione. Y
corrisponde al comportamento simbolico osservabile. 𝒩 rappresenta infine l’esperienza
noosemica.
Lo schema
distingue livelli di spiegazione e ciascun passaggio racchiude dinamiche molto
più articolate di quanto la rappresentazione lineare possa suggerire.
La noosemia
interviene nell’ultimo tratto della catena. La complexity science e la mechanistic
interpretability interrogano l’organizzazione del sistema che genera i
segni, mentre la noosemia riguarda ciò che accade quando quei segni entrano
nello spazio umano dell’interpretazione.
Da questa
prospettiva emerge un’ipotesi ulteriore. Proprietà comportamentali quali
consequenzialità, stabilità contestuale, trasferimento concettuale e capacità
di costruire relazioni possono rafforzare le condizioni nelle quali
l’output viene esperito come manifestazione di attività mentale. Si tratta di
un’ipotesi relativa all’esperienza dell’interazione e richiede strumenti di
verifica distinti da quelli impiegati nello studio dell’architettura.
La separazione
tra i due piani consente di riconoscere la ricchezza dell’organizzazione
computazionale e, nello stesso tempo, di mantenere aperta la questione relativa
allo statuto mentale del sistema.
Oltre il token successivo
Le evidenze
raccolte convergono verso un quadro nel quale l’esposizione a dati fortemente
strutturati può influenzare alcune capacità inferenziali, mentre le
rappresentazioni e i circuiti interni mostrano che tali capacità possono
poggiare su forme di organizzazione più astratte della superficie simbolica
dalla quale sono state apprese.
Rimane aperto il
collegamento meccanicistico più importante. Una struttura appresa attraverso il
codice viene effettivamente riutilizzata, mediante gli stessi meccanismi
interni, durante una catena inferenziale formulata in linguaggio naturale?
Una risposta
positiva fornirebbe un sostegno molto più forte all’idea che alcuni aspetti del
ragionamento degli LLM derivino dalla capacità di astrarre regolarità
relazionali presenti in domini simbolici differenti. Una risposta negativa
sarebbe altrettanto informativa, poiché mostrerebbe che trasferimenti
comportamentali simili possono essere prodotti da organizzazioni interne
differenti.
In entrambi i
casi, la descrizione del next-token prediction rimane il punto di
partenza di un problema scientifico più ampio.
La questione più
profonda riguarda, allora, quali strutture un sistema debba aver appreso per
prevedere così bene, come vengano organizzate quelle strutture e che cosa accade
quando il loro risultato diventa, per un essere umano, un segno che sembra
provenire da una mente.
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