Il vero salto dei Transformer consiste nell’apprendere come rappresentare il contesto
Perché la predizione del token successivo è diventata
molto più potente quando i modelli linguistici hanno iniziato ad apprendere lo
spazio nel quale stimare la probabilità
I Large Language Models vengono spesso descritti, correttamente,
come sistemi addestrati a predire il token successivo. Una definizione del
genere identifica con precisione l’obiettivo dell’addestramento, tuttavia
lascia in ombra gran parte di ciò che rende straordinari i moderni modelli
linguistici, perché dice assai poco sulla struttura interna che deve emergere
affinché quella predizione possa raggiungere l’efficacia che oggi osserviamo.
La predizione del token successivo ha radici molto anteriori agli
attuali sistemi generativi. La modellazione del linguaggio viene formulata da
lungo tempo come un problema probabilistico e, data una sequenza di token x₁,
x₂, …, xₜ, la sua probabilità congiunta può essere fattorizzata nella forma
p(x₁, …, xₜ) = ∏ᵀₜ₌₁
p(xₜ ∣ x₁, …, xₜ₋₁)
Un modello autoregressivo apprende dunque la probabilità di ciascun
token condizionata da ciò che lo precede. I moderni modelli linguistici
continuano, nella sostanza, a risolvere questo stesso problema, regolando i
propri parametri affinché aumenti la probabilità assegnata alla continuazione
effettivamente osservata, tipicamente attraverso la minimizzazione della
cross-entropy o, in forma equivalente, della negative log-likelihood.
La trasformazione più significativa introdotta dalla modellazione
neurale riguarda il modo in cui viene rappresentata l’informazione sulla quale
quella probabilità viene condizionata. È qui che si apre la distanza fra i
modelli statistici tradizionali e gli odierni modelli neurali di larga scala,
ed è sempre qui che la nozione di rappresentazione acquista un significato
decisivo.
La
probabilità era già al centro della modellazione linguistica
I modelli statistici classici stimano quantità del tipo
p(xₜ ∣ xₜ₋ₙ₊₁, …,
xₜ₋₁)
e un modello n-gram descrive il contesto attraverso un numero
prefissato di simboli precedenti. Un trigramma, per esempio, stima il termine
successivo utilizzando i due termini che lo precedono immediatamente.
L’idea sottostante è elegante e, entro certi limiti, estremamente
efficace. Quando una sequenza compare molte volte, la sua frequenza empirica
fornisce informazione sulle continuazioni più probabili, mentre tecniche quali
back-off, interpolazione e differenti forme di smoothing consentono di trattare
con maggiore robustezza gli eventi rari. Il modello di Katz e le successive
analisi sistematiche di Chen e Goodman costituiscono riferimenti fondamentali
di questa tradizione (Katz, 1987; Chen & Goodman, 1999).
Il limite emerge con la crescita combinatoria dello spazio dei
contesti. Se il vocabolario contiene V simboli, il numero delle possibili
sequenze di lunghezza n cresce come Vⁿ e, già per valori moderati di n, la
grandissima maggioranza delle configurazioni teoricamente possibili non
comparirà mai nel corpus di addestramento. Quanto più si estende il contesto
sul quale si desidera condizionare la predizione, tanto più rare diventano le
osservazioni esatte.
La difficoltà investe così anche la forma nella quale l’esperienza
linguistica viene codificata. Due frasi possono esprimere relazioni
strettamente affini pur condividendo pochissime sequenze superficiali, e un
modello fondato prevalentemente su configurazioni discrete dispone di
possibilità limitate per trasferire informazione dall’una all’altra, salvo
introdurre meccanismi di smoothing o altre ipotesi strutturali.
L’apprendimento delle rappresentazioni modifica precisamente questo
scenario, perché consente di sostituire alla sola identità simbolica una
descrizione continua nella quale configurazioni differenti possono condividere
proprietà rilevanti.
Dalle
configurazioni discrete agli spazi appresi
Bengio, Ducharme, Vincent e Jauvin formularono con particolare
chiarezza questo passaggio nel loro modello neurale probabilistico del
linguaggio del 2003, affrontando la «curse of dimensionality» attraverso
l’apprendimento congiunto di rappresentazioni distribuite delle parole e della
funzione di probabilità utilizzata per la predizione (Bengio et al., 2003).
Ogni parola viene così associata a una posizione entro uno spazio
continuo e la catena concettuale può essere rappresentata schematicamente come
parola →
rappresentazione distribuita → distribuzione di probabilità
Parole che ricorrono in contesti affini possono acquisire
rappresentazioni correlate, mentre i parametri impiegati per stimare le
probabilità vengono condivisi fra numerose situazioni linguistiche. La
generalizzazione assume quindi una forma profondamente diversa rispetto a
quella fondata esclusivamente sul conteggio di configurazioni discrete.
Poiché una sequenza mai incontrata durante l’addestramento può
essere rappresentata in prossimità di configurazioni già apprese,
l’informazione statistica acquisita altrove diventa riutilizzabile anche quando
la superficie simbolica cambia considerevolmente. La somiglianza rilevante
viene progressivamente trasferita dal livello delle sequenze letterali a quello
delle proprietà espresse nello spazio interno.
Il principio può essere riassunto attraverso
hₜ = fθ(x₁, …,
xₜ₋₁)
pθ(xₜ ∣ x₁, …,
xₜ₋₁) = softmax(Whₜ + b)
La quantità hₜ costituisce il ponte fra il contesto e la
distribuzione di probabilità, poiché incorpora la sequenza precedente in una
forma appresa direttamente dai dati. Il modello continua a dover stabilire
quale token sia più plausibile come prosecuzione, mentre l’addestramento
determina simultaneamente quali proprietà del passato siano informative per
formulare quella stima.
La rappresentazione entra così nel cuore stesso del problema
probabilistico.
La
rappresentazione prima dell’attenzione
La trasformazione era già iniziata con le reti neurali ricorrenti,
che estesero la modellazione neurale del linguaggio costruendo rappresentazioni
capaci di incorporare informazione proveniente da sequenze precedenti di
lunghezza crescente. Mikolov e collaboratori mostrarono come tali modelli
potessero ottenere riduzioni sostanziali della perplexity rispetto a forti
baseline fondate sul back-off, offrendo una delle prime evidenze empiriche
dell’efficacia delle rappresentazioni continue e del contesto sequenziale
appreso (Mikolov et al., 2010).
L’idea fondamentale risultava ormai delineata. Un modello
linguistico poteva generalizzare con maggiore efficacia quando costruiva una
descrizione distribuita del passato, capace di condensare regolarità
riutilizzabili, invece di affidarsi esclusivamente a conteggi definiti su
contesti discreti di ampiezza prefissata.
I Transformer hanno ampliato enormemente questa possibilità,
intervenendo soprattutto sul modo in cui il contesto viene costruito e
riorganizzato lungo la rete.
Quando il
condizionamento diventa dinamico
Con il Transformer, le rappresentazioni contestuali vengono
costruite attraverso interazioni dirette e dipendenti dal contenuto fra
differenti posizioni della sequenza (Vaswani et al., 2017). La self-attention
consente alla rappresentazione associata a una posizione di dipendere da molte
altre posizioni e, in forma semplificata, il processo può essere descritto come
hᵢ = Σⱼ αᵢⱼvⱼ
dove i coefficienti αᵢⱼ dipendono dalle relazioni apprese fra la
query corrente e le key disponibili.
La rilevanza di un token precedente varia quindi con il contesto.
Una parola distante può risultare altamente informativa in una frase e quasi
irrilevante in un’altra, mentre differenti teste di attenzione possono
apprendere modalità diverse di interazione e i livelli successivi trasformano
ripetutamente le rappresentazioni ottenute.
Il condizionamento smette così di coincidere con una finestra locale
definita una volta per tutte e assume una forma dinamica, ricostruita
progressivamente mentre la sequenza attraversa il modello. La distribuzione del
token successivo deriva da una catena di trasformazioni che stabilisce, di
volta in volta, quali aspetti del passato debbano essere resi salienti e in
quale forma debbano essere integrati nello stato corrente.
Una scrittura compatta come
p(token successivo
∣ token precedenti)
continua a descrivere correttamente il problema probabilistico, ma
comprime in pochi simboli una elaborazione interna molto più ricca, nella quale
i «token precedenti» vengono continuamente reinterpretati attraverso
rappresentazioni apprese.
Quando il
contesto acquista una geometria
Nel momento in cui il contesto viene proiettato entro uno spazio
continuo, relazioni difficili da esprimere attraverso conteggi discreti possono
assumere una forma geometrica. Sequenze diverse possono produrre stati interni
che condividono una struttura significativa anche quando le rispettive
realizzazioni superficiali differiscono considerevolmente.
La letteratura sulle rappresentazioni contestuali offre diversi
risultati coerenti con questa lettura. Hewitt e Manning hanno mostrato come
alcune relazioni proprie degli alberi sintattici possano essere recuperate
dalla geometria delle rappresentazioni contestuali attraverso una
trasformazione appresa relativamente semplice (Hewitt & Manning, 2019). Il
risultato indica che determinate strutture sintattiche trovano una
corrispondenza sistematica nello spazio rappresentazionale, pur senza
richiedere l’ipotesi che il Transformer custodisca al proprio interno un albero
sintattico simbolico in senso letterale.
Ethayarajh ha analizzato BERT, ELMo e GPT-2 mostrando quanto le
rappresentazioni diventino sensibili al contesto attraverso i diversi livelli
della rete. La stessa unità lessicale può occupare regioni sensibilmente
differenti dello spazio interno a seconda della frase nella quale compare
(Ethayarajh, 2019).
Nella modellazione del linguaggio, questa dipendenza dal contesto
assume un significato particolare, perché la distribuzione del token successivo
viene calcolata a partire da uno stato costruito sui termini precedenti e sulle
relazioni che il modello ha appreso a stabilire fra essi. La probabilità
condizionata viene pertanto valutata attraverso una rappresentazione la cui
stessa geometria è il risultato dell’apprendimento.
È proprio questa organizzazione geometrica a modificare il
significato della generalizzazione, poiché consente di riutilizzare regolarità
acquisite anche quando la forma superficiale delle sequenze cambia.
Una diversa
idea di generalizzazione
Consideriamo due frasi mai osservate letteralmente durante
l’addestramento. Possono differire nel lessico, nella lunghezza e nelle entità
coinvolte, pur esprimendo la stessa relazione grammaticale, una dipendenza
semantica affine oppure uno schema computazionale ricorrente.
Un modello n-gram rimane strettamente legato a configurazioni locali
discrete e possiede quindi strumenti limitati per cogliere direttamente
un’equivalenza di questo genere. Un modello neurale può invece produrre stati
interni che condividono alcune proprietà rilevanti, permettendo alla
generalizzazione di sfruttare distanze, direzioni e trasformazioni nello spazio
appreso.
Descrivere un LLM semplicemente come un sistema che predice il token
successivo restituisce pertanto un’immagine parziale. L’espressione identifica
correttamente la funzione obiettivo, ma lascia quasi del tutto indeterminato il
meccanismo mediante il quale tale obiettivo viene raggiunto.
Qualcosa di analogo accade quando si afferma che un classificatore
predice etichette. La definizione descrive l’uscita del sistema, mentre dice
assai meno sulle caratteristiche, sulle variabili latenti e sulla geometria
decisionale che l’apprendimento ha costruito internamente.
Nel caso dei moderni modelli linguistici, la distanza fra questi due
livelli cresce ulteriormente, poiché la computazione interna attraversa molti
strati ed è distribuita, contestuale e continuamente riorganizzata.
Quando la
predizione induce struttura
La funzione obiettivo premia una previsione accurata e, quando
l’addestramento avviene su una distribuzione linguistica sufficientemente
ricca, la formazione di strutture interne articolate può risultare vantaggiosa
proprio perché rende la predizione più efficace.
Un modello chiamato a prevedere il linguaggio in una grande varietà
di contesti trae beneficio dalla capacità di rappresentare distinzioni che
influenzano sistematicamente ciò che può seguire. Le dipendenze grammaticali
restringono l’insieme delle continuazioni plausibili, le relazioni semantiche
modificano le aspettative sui termini successivi, mentre l’identità delle
entità diventa rilevante quando riferimenti e relazioni ricompaiono nel testo.
Anche forme più strutturate di computazione possono rivelarsi utili quando
consentono di affrontare famiglie di esempi accomunate da regolarità
riutilizzabili.
Le analisi dei meccanismi interni dei Transformer offrono risultati
compatibili con questa interpretazione. Geva e collaboratori hanno mostrato
come i livelli feed-forward possano essere interpretati, entro determinate
condizioni, come memorie di tipo key-value nelle quali pattern appresi
interagiscono progressivamente con il processo predittivo del modello. Gli
autori osservano inoltre una tendenza dei livelli inferiori a catturare
configurazioni più superficiali, mentre quelli superiori risultano maggiormente
associati a proprietà semantiche (Geva et al., 2021).
La portata di simili risultati va valutata con prudenza, perché essi
non costituiscono una teoria completa della computazione nei Transformer.
Offrono tuttavia indicazioni importanti sulla possibilità che una funzione
obiettivo relativamente semplice favorisca la formazione di rappresentazioni
interne molto articolate quando queste permettono di migliorare la predizione
attraverso una molteplicità di contesti.
Funzione
obiettivo e computazione appresa
Qui emerge una distinzione spesso trascurata fra la funzione
obiettivo e la computazione che il modello apprende per soddisfarla.
La prima stabilisce il criterio secondo il quale una previsione
viene valutata, mentre la seconda comprende l’insieme delle trasformazioni
interne attraverso cui il sistema riesce progressivamente a produrla.
Nel caso di un modello linguistico autoregressivo, l’obiettivo
matematico può rimanere relativamente semplice anche quando il meccanismo
necessario a ottimizzarlo acquisisce una struttura molto complessa.
L’espressione «predittore del token successivo» descrive dunque in
modo corretto il livello dell’obiettivo probabilistico, lasciando aperta la
questione di quali rappresentazioni e quali strutture computazionali emergano
nel corso dell’apprendimento.
La distinzione è essenziale, perché ridurre il comportamento del
modello alla sola formulazione della loss equivale a confondere ciò che il
sistema viene addestrato a ottenere con ciò che deve imparare a fare
internamente per riuscirci.
La
trasformazione più profonda
La storia della modellazione del linguaggio può allora essere letta
come una progressiva trasformazione del meccanismo di condizionamento. I
modelli n-gram classici stimano probabilità su contesti discreti definiti
esplicitamente. I modelli neurali apprendono rappresentazioni continue di quei
contesti. Le architetture ricorrenti permettono a tali rappresentazioni di
evolvere lungo la sequenza, mentre i Transformer ricostruiscono ripetutamente
l’informazione contestuale attraverso interazioni dipendenti dal contenuto
distribuite lungo la finestra considerata.
La probabilità rimane al centro dell’intero percorso, mentre cambia
lo spazio nel quale l’evidenza rilevante viene organizzata e resa disponibile
alla predizione.
La svolta dei moderni modelli linguistici può essere compresa, in
questa prospettiva, come il passaggio da una statistica esercitata su
rappresentazioni largamente prefissate a una statistica capace di apprendere
anche lo spazio nel quale organizzare le proprie evidenze.
In quello spazio, progressivamente costruito dai dati, il contesto
acquista una geometria, le regolarità diventano riutilizzabili attraverso
configurazioni differenti e la predizione del token successivo raggiunge una
potenza che la sola formulazione probabilistica dell’obiettivo lascia
difficilmente intuire.
La probabilità fornisce il criterio attraverso il quale il sistema
apprende. La rappresentazione determina la forma nella quale ciò che è stato
appreso può essere riconosciuto, trasformato e generalizzato.
È nell’interazione fra questi due livelli che si comprende gran
parte della distanza fra il conteggio di sequenze osservate e le capacità dei
moderni Transformer.
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