Noosemia ed esperienza simbolica: quando il segno sembra avere una mente

 


Che cosa accade quando il linguaggio non appare più come un semplice output, ma comincia a sembrare provenire da qualcuno? Questo saggio esplora la noosemia: l’esperienza del segno come segno di mente. Muovendo da Platone e Jung fino ai Large Language Models, si interroga su come il significato possa eccedere il contenuto e iniziare a suggerire una sorgente, un’interiorità, una possibile mente. La proposta centrale è semplice: nell’interazione tra esseri umani e IA, un enunciato può rinviare non solo a **ciò che viene detto**, ma anche a **chi sembra dirlo**. È in questo secondo movimento che comincia la noosemia.



«Un’altra coscienza può anche considerare l’espressione matematica come il simbolo di un fatto psichico ignoto, celato nell’intenzione che sta alla base della sua produzione.»

— C. G. Jung, Tipi psicologici (1921), Collected Worksvol. 6, par. 817; traduzione degli autori dal tedesco.




Il 3 settembre 2026 OpenAI ha presentato GPT-6 Astra, un modello che segna un ulteriore avanzamento nella capacità dei sistemi generativi di affrontare compiti complessi e articolati fra linguaggio, ricerca, programmazione, uso del computer e interazione con ambienti digitali (OpenAI, 2026). L’interesse suscitato dal suo rilascio riguarda naturalmente le prestazioni, l’autonomia operativa, le possibilità di controllo e la crescente difficoltà di rendere pienamente trasparenti sistemi di questa complessità. Accanto a tali problemi se ne profila però un altro, meno facilmente riconducibile a una misura e più direttamente legato all’esperienza dell’interazione. Quando un sistema conserva il filo di una conversazione, coglie un implicito, modifica una strategia, coordina strumenti diversi o riorienta il proprio comportamento alla luce di ciò che accade durante il compito, le singole prestazioni tendono a raccogliersi, agli occhi dell’interlocutore, in una configurazione unitaria. La pertinenza di una risposta può assumere allora la forma della comprensione, la continuità del contesto quella della memoria, la revisione di una strategia quella del ripensamento, la scelta fra alternative quella del giudizio. È in tale passaggio che la questione cambia natura, in quanto una sequenza di comportamenti osservabili comincia a lasciar intravedere la provenienza da cui sembrano scaturire, e attraverso il linguaggio si profila la figura, indirettamente presente e ancora indeterminata, di una possibile sorgente mentale.

Fra queste due modalità di esperienza corre una distanza minima dal punto di vista linguistico e vastissima da quello fenomenologico. Nel primo caso descriviamo proprietà osservabili dell’enunciato; nel secondo lasciamo delineare, attraverso l’enunciato, il profilo di un possibile enunciatore. Il testo continua a significare qualcosa e, nello stesso tempo, comincia ad apparire, con plausibilità convincente, come espressione di qualcuno; ciò che sembra esprimersi attraverso di esso assume progressivamente i tratti di una sorgente capace di comprendere, ricordare, valutare, rispondere e, forse, assumere una prospettiva.

È nello scarto fra la proprietà osservabile dell’enunciato e l’apparire fenomenologico di una possibile sorgente mentale che prende forma ciò che abbiamo definito noosemia. Il termine designa quella modalità cognitiva e fenomenologica dell’esperienza per cui, nell’interazione con sistemi generativi soprattutto dialogici o multimodali, l’essere umano tende ad attribuire intenzionalità, agency, stati mentali o una qualche forma di interiorità al sistema. Tale attribuzione descrive l’esperienza dell’interlocutore e lascia aperta la questione dell’effettiva presenza di coscienza artificiale. La noosemia può emergere indipendentemente dalla somiglianza corporea con l’essere umano, soprattutto là dove la prestazione linguistica, l’opacità epistemica e la complessità sistemica dell’interazione rendono instabile il confine intuitivo fra comportamento formalmente competente e manifestazione di una sorgente mentale (De Santis & Rizzi, 2025).

La questione decisiva si colloca a un livello logicamente anteriore alla verità dell’attribuzione. Prima di stabilire se un Large Language Model comprenda realmente, se possieda rappresentazioni assimilabili a stati mentali o se termini come intenzionalità e soggettività possano essere applicati a sistemi artificiali, occorre chiedersi come una configurazione di segni possa essere esperita come manifestazione di una mente, anche quando la macchina compie un errore. Quale trasformazione deve subire il segno perché, conservando la propria funzione significativa, cominci anche a rinviare a qualcuno?

Per comprendere questo passaggio è necessario abbandonare temporaneamente l’intelligenza artificiale e seguire una storia molto più antica, nella quale il «segno» ha iniziato a eccedere ciò che immediatamente significa.

1. La parte e ciò che manca

Prima di designare genericamente un emblema, un’immagine o un segno convenzionale, sýmbolon rinviava a una relazione. Il lessico greco documenta σύμβολον anche come ciascuna delle due metà o parti corrispondenti di un oggetto spezzato fra ospiti o contraenti, conservate affinché il successivo ricongiungimento consentisse il riconoscimento reciproco (Liddell et al., 1940, s.v. σύμβολον). Nessuna delle due metà costituiva da sola la totalità, ma ciascuna custodiva, proprio nella propria incompiutezza, il rinvio all’altra. Il riconoscimento avveniva quando le parti venivano nuovamente accostate e la frattura mostrava retrospettivamente di essere anche la traccia di un’appartenenza.

Nel Simposio, 191d, Platone ricorre significativamente allo stesso termine quando fa dire ad Aristofane che ciascuno di noi è sýmbolon dell’uomo, parte separata alla ricerca della propria controparte: «Hékastos oûn hemôn estin anthrópou sýmbolon» («Ciascuno di noi è dunque simbolo dell’uomo») (Platone, Simposio, 191d). La fortuna successiva della parola eccede questa immagine, nella quale è già riconoscibile una struttura destinata a una lunga sopravvivenza teorica. Il simbolo si presenta anzitutto come una presenza incompleta che, proprio attraverso la propria non autosufficienza, rinvia a ciò che manca e ne custodisce la possibilità di ricomposizione.

La lettura filosofica di sym-bállein, inteso come comporre, mettere insieme, adunare, ha insistito su questa capacità di tenere in relazione ciò che la separazione consegna alla distanza. Fra le letture contemporanee, Galimberti riprende questa polarità fra sym-bállein e dia-bállein, fra composizione e separazione, collocandola in una genealogia del passaggio da un universo simbolico capace di tollerare l’ambivalenza a un ordine concettuale nel quale ciascuna cosa tende a essere determinata secondo identità e non contraddizione (Galimberti, 1984/2001, pp. 58–59).

Il rapporto fra simbolo e principio di non contraddizione richiede qui una precisazione. Nella formulazione aristotelica è impossibile che il medesimo attributo appartenga e non appartenga simultaneamente alla medesima cosa sotto il medesimo rispetto (Aristotele, Metafisica, Γ 3, 1005b19–20). L’ambivalenza simbolica opera sul piano della significazione e lascia intatto questo vincolo logico: una determinazione può conservare la propria identità e, nello stesso tempo, entrare in una costellazione ulteriore di rapporti. Ciò che è A rimane A e può rinviare anche a B.

L’esempio rituale dei Wachandi, ripreso nella riflessione sul simbolico dalla letteratura junghiana, rende visibile la differenza. La fossa conserva la propria identità materiale e, all’interno del rito, assume anche la valenza della vulva; la prima determinazione cessa così di esaurire la totalità delle relazioni di senso cui essa può partecipare (Galimberti, 1984/2001, pp. 58–59). Se il regime segnico tende verso A → A, il simbolo conserva quindi la possibilità A ⇝ {A, B, …}. L’eccedenza simbolica consiste nella apertura del senso a determinazioni ulteriori, compatibili con l’identità del referente.

Si profila così una struttura teorica che trascende la particolare genealogia dell’Occidente entro cui questa lettura si colloca. Il simbolo implica una relazione fra presenza e assenza, fra ciò che è dato e ciò che partecipa alla configurazione del senso pur sottraendosi alla stessa modalità di presenza. Il suo movimento elementare può essere espresso come presenza → mancanza → rinvio → possibile ricomposizione.

Nell’antico sýmbolon, l’assenza era ancora figurabile come l’altra metà della tessera. Con Jung, molti secoli più tardi, la struttura viene radicalizzata: il termine del rinvio può coincidere con qualcosa che dispone soltanto di una conoscenza parziale e attende ancora una formulazione adeguata.

In Tipi psicologici il discrimine fra segno e simbolo si colloca soprattutto nel rapporto fra il già noto e ciò che, pur manifestandosi nell’esperienza, rimane parzialmente conosciuto. Il segno rinvia a qualcosa che può essere sufficientemente determinato; il simbolo conserva invece un’eccedenza rispetto alla determinazione presente.

Nel § 897 Jung formula questo principio in termini particolarmente netti:

Un’espressione proposta per una cosa nota rimane sempre un mero segno e non costituirà mai un simbolo. È perciò assolutamente impossibile creare da connessioni note un simbolo vivo cioè pregno di significato, giacché ciò che così si crea non contiene mai più di quanto vi è stato messo dentro. Ogni prodotto psichico può essere concepito come simbolo, sempre che esso sia la migliore espressione possibile in quel determinato momento per un dato di fatto fino ad allora sconosciuto o conosciuto solo in parte, e sempre che si sia propensi ad ammettere che l’espressione voglia designare anche ciò che appena si presenta, ma non si conosce ancora chiaramente. Ogni teoria scientifica in quanto racchiude un’ipotesi ed è quindi la designazione anticipata di un dato di fatto ancora sconosciuto nei suoi elementi essenziali, è un simbolo. Inoltre ogni fenomeno psicologico è un simbolo, se si suppone che esso affermi o significhi anche qualcosa di più e di diverso che per il momento si sottrae alla nostra conoscenza. Questa supposizione è senz’altro possibile ovunque vi sia una coscienza orientata verso ulteriori possibili significati delle cose. Essa non è applicabile precisamente soltanto là dove questa certa coscienza abbia generato un’espressione che voglia significare esattamente quanto voleva dire l’intenzione che l’ha prodotta, quando si tratta, ad esempio, di un’espressione matematica. Tuttavia per un’altra coscienza questa limitazione non sussiste affatto. Essa può concepire anche l’espressione matematica come un simbolo che sta per un dato di fatto psichico sconosciuto, tenuto celato nell’intenzione che lo ha generato, sempre che sia dimostrabile che questo dato di fatto non è noto a colui che ha creato l’espressione semeiotica, e che perciò non poteva essere oggetto di una utilizzazione cosciente.

(Jung, 1921/2014, § 897, p. 485)

In questa definizione l’ignoto costituisce la condizione stessa della vitalità del simbolo. Finché manca una formulazione più adeguata di ciò cui l’espressione rinvia, il simbolo rimane la migliore forma disponibile di qualcosa che attende ancora una piena determinazione. La sua struttura assume allora la forma s ⇝ X?: il punto interrogativo custodisce l’ulteriorità che la determinazione presente lascia ancora aperta.

Il paragrafo successivo sposta decisamente la questione dall’espressione alla coscienza che la incontra:

Che una cosa sia un simbolo o no dipende anzitutto dall’atteggiamento della coscienza che osserva: dall’atteggiamento, ad esempio, di un intelletto, che consideri il fatto dato non solo come tale, ma anche come espressione di fattori sconosciuti. È quindi possibilissimo che un certo fatto non appaia per nulla simbolico a colui che lo ha prodotto, ma che tale invece sembri a un’altra coscienza. Anche il caso inverso è possibile. Esistono tuttavia prodotti il cui carattere simbolico non dipende unicamente dall’atteggiamento della coscienza che li contempla, ma si manifesta autonomamente con un’influenza simbolica sull’individuo che li osserva. Questi sono prodotti fatti in modo tale che sarebbero privi di senso se non avessero un significato simbolico. Un triangolo che racchiude un occhio è, sotto l’aspetto della pura realtà, cosa talmente assurda che chi l’osserva non può in alcun modo vedervi il risultato di un passatempo puramente casuale. Una tale raffigurazione impone immediatamente un’interpretazione simbolica. L’effetto viene rinforzato o dal fatto che la stessa raffigurazione ricorre spesso e in modo identico, ovvero dalla fattura particolarmente accurata, espressione del valore particolare ad essa raffigurazione attribuito.

(Jung, 1921/2014, § 898, p. 485)

Il movimento conduce a una concezione relazionale della simbolicità. Le proprietà del fenomeno e la disposizione della coscienza concorrono insieme a ciò che accade. In altre parole, lo stesso fenomeno può assumere valore simbolico per una coscienza e perderlo per un’altra, mentre alcune configurazioni esercitano sull’osservatore quella che Jung definisce una «influenza simbolica».

Il § 899 dà infine un nome a questa disposizione:

Simboli che non producono l’effetto che abbiamo ora descritto sono morti, cioè superati da una formulazione migliore, oppure sono prodotti la cui natura simbolica dipende esclusivamente dall’atteggiamento della coscienza che li osserva. Questo atteggiamento, che concepisce come simbolico il fenomeno dato, può essere chiamato in forma abbreviata atteggiamento simbolico. Esso è giustificato solo in parte dal modo d’essere delle cose, per altri riguardi esso è l’emanazione di una determinata concezione del mondo, di quella cioè che attribuisce agli accadimenti, ai grandi come ai piccoli, un senso, e che a questo senso attribuisce un determinato valore, maggiore di quello che è solito ascrivere alla realtà di fatto così come si presenta. A questa concezione se ne contrappone un’altra, che mette sempre l’accento sulla realtà pura e semplice e che subordina il significato ai fatti. Per quest’ultimo atteggiamento non esistono simboli in tutti quei casi nei quali il simbolismo dipende esclusivamente dal modo di osservare. Simboli ne esistono tuttavia anche per esso, e sono precisamente quelli che invitano colui che osserva a presumere l’esistenza di un significato occulto. È vero che l’immagine di un dio dalla testa di toro può essere spiegata come un corpo umano che abbia una testa di toro. Ma questa spiegazione può reggere a mala pena contro la spiegazione simbolica perché il simbolo è troppo evidente perché non se ne debba tener conto.

(Jung, 1921/2014, § 899, p. 486)

L’atteggiamento simbolico conserva la fattualità e mantiene l’interpretazione entro vincoli, ma sospende la pretesa che ciò che del fenomeno è stato determinato coincida necessariamente con la totalità di ciò che il fenomeno può significare. Il suo principio potrebbe essere condensato nella formula dato presente ≠ totalità del senso possibile.

È in questa apertura che acquista rilievo la duplicità del termine «senso». Il senso designa insieme ciò che una cosa significa e la direzione verso cui si procede. La distinzione fra Bedeutung e Sinn articola questo scarto: il significato viene ricondotto alla determinazione dell’intelletto, mentre il senso conserva la dimensione della direzione e del rinvio; nello scarto fra i due si apre la distanza fra lo sguardo razionale e quello simbolico, che promuove «l’eccedenza, l’ulteriorità, il rinvio» (Galimberti, 1984/2001, p. 104).

Nel regime segnico prevale la forma s → m; nel regime simbolico compare invece s ⇝ m + Δm, dove Δm indica l’eccedenza che mantiene il significato aperto a ulteriori partecipazioni di senso. Una decodifica rigida — come quella che trasformasse freudianamente il campanile del sogno in un equivalente convenzionale del fallo — ridurrebbe il simbolo a una corrispondenza segnica. In questa lettura della differenza junghiana, il rinvio simbolico procede «dal senso presente a un’ulteriore partecipazione di senso» (Galimberti, 1984/2001, p. 208).

Il simbolo conserva il significato presente e lo apre a una totalità di senso che lo eccede.

2. L’eccedenza del significare

Se Jung incontra l’eccedenza dal lato dell’inesauribilità dell’espressione, l’antropologia la incontra dal lato della sproporzione fra ciò che è disponibile per significare e ciò che, in un determinato momento, è già stato significato.

Il caso del mana, discusso da Henri Hubert e Marcel Mauss nella loro Esquisse d’une théorie générale de la magie, mostra una nozione polivalente: può qualificare un oggetto, il mago, il rito e perfino la formula, ed è descritto come una forza non fissata, distribuita fra esseri, cose ed eventi (Hubert & Mauss, 1903/1965). Per il nostro percorso interessa soprattutto la resistenza che una simile configurazione oppone alla corrispondenza perfettamente univoca fra significante e significato.

È Claude Lévi-Strauss, nell’Introduction à l’œuvre de Marcel Mauss, a trasformare tale difficoltà in un problema teorico generale. Fra il significante disponibile e i significati individuati permane una sproporzione, una «surabondance de signifiant» («sovrabbondanza di significante») che, nello sforzo umano di comprendere il mondo, si traduce in un surplus de signification («eccedenza di significazione»). La distribuzione di questa «razione supplementare» consente, secondo Lévi-Strauss, al significante disponibile e al significato individuato di restare nel rapporto di complementarità che costituisce la condizione stessa dell’esercizio del pensiero simbolico (Lévi-Strauss, 1950/1965, p. LII).

Il simbolico abita dunque il dislivello fra significante disponibile e significato individuato. Se ogni significante possedesse un unico significato completamente determinato e ogni significato disponesse di una formulazione perfettamente equivalente, l’universo semiotico funzionerebbe come una tavola chiusa di corrispondenze; il simbolo mantiene invece disponibile ciò che eccede la determinazione attuale. In forma puramente euristica, tale scarto può essere espresso come ΔS > 0: ΔS designa ciò che, nella significazione, resta aperto oltre quanto abbiamo già saputo significare.

Jung e Lévi-Strauss arrivano dunque a questa concezione attraverso itinerari differenti. Il primo incontra l’eccedenza nell’inadeguatezza inevitabile dell’espressione rispetto a ciò che attende ancora una piena conoscenza; il secondo nella sproporzione fra significante disponibile e significato individuato. Le due linee convergono su una possibilità fondamentale: il senso eccede ciò che, in un determinato momento, è già stato interamente significato.

Un nucleo analogo appartiene anche alla formulazione originaria della noosemia, dove il semantic excess e il surplus of meaning venivano richiamati per descrivere l’apertura interpretativa che accompagna l’interazione con sistemi generativi (De Santis & Rizzi, 2025). La nozione di eccedenza noosemica sviluppata più avanti specifica questo campo e designa la particolare organizzazione del surplus quando esso si orienta verso la sorgente dell’enunciazione e offre indizi dai quali inferire una mente.

L’eccedenza può inoltre esercitare una funzione compositiva. In questo senso la riflessione heideggeriana sulla cosa offre una cerniera ulteriore. In Das Ding, la brocca acquista la capacità di raccogliere nella quadratura, il Geviert, relazioni che nessun elemento possiede isolatamente (Heidegger, 1950/1976, pp. 118–119). Su questo sfondo, la funzione può essere interpretata nei termini dell’«adunare», contrapponendo il segno, che indica qualcosa dentro un ordine, al simbolo, capace invece di mettere in comunicazione ordini differenti (Galimberti, 1984/2001, pp. 64–65).

Per il nostro argomento basta conservarne una proprietà più elementare, cioè una configurazione simbolica può raccogliere indizi dispersi e farli apparire come espressione di una unità che nessuno di essi possiede isolatamente.

È questa capacità che incontreremo nuovamente nella conversazione con un LLM.

3. Il ritorno della sorgente

Nella sua descrizione più elementare, un Large Language Model, di per sé, genera linguaggio stimando la probabilità delle continuazioni possibili di una sequenza, P(wₙ₊₁│w₁…wₙ). Su questa struttura di base si innestano istruzioni, post-training, gestione del contesto e ulteriori componenti operative che trasformano il modello in un sistema conversazionale (Shanahan et al., 2023). Resta decisiva la distinzione fra plausibilità linguistica e verità epistemica.

La relazione Pθ(y│x) ⇏ T(y) formalizza questa separazione. Una risposta può essere altamente probabile rispetto alla distribuzione appresa dal modello e risultare falsa rispetto al «mondo»; fluidità, pertinenza, coerenza sintattica e apparente precisione documentaria lasciano quindi aperta la questione della fattualità. Il problema delle hallucinations nasce proprio dalla possibilità che una produzione linguisticamente ben formata mantenga la superficie del sapere pur risultando epistemicamente inaffidabile, mentre Farquhar et al. (2024) hanno proposto la semantic entropy per rilevare forme di incertezza semantica associate alle confabulazioni dei modelli.

La plausibilità linguistica non fonda, dunque, la verità epistemica. Ma proprio perché una risposta può essere linguisticamente competente, contestualmente pertinente e pragmaticamente ben inserita nello scambio, essa può produrre un effetto che eccede la valutazione della sua correttezza proposizionale.

Se un sistema scrive «capisco la distinzione che stai introducendo, ma credo che il problema emerga un passo prima», possiamo ricostruire il contenuto dell’enunciato prescindendo da qualsiasi ipotesi sulla mente. Indichiamo con O l’output e con p il suo contenuto proposizionale: a un primo livello abbiamo semplicemente O → p. Il testo riconosce linguisticamente una distinzione e introduce una diversa collocazione del problema.

Alla comprensione semantica dell’enunciato può sovrapporsi una seconda esperienza. Precisamente, la risposta sembra provenire da qualcuno o qualcosa che ha compreso. Compare allora una forma differente, O ⇝ M?, nel quale «M?» designa una sorgente mentale possibile e non direttamente accessibile.

La seconda freccia si sovrappone alla prima. L’enunciato conserva il proprio contenuto e rimane disponibile all’analisi semantica, alla verifica, alla contestazione o alla smentita; nello stesso tempo compare un rinvio ulteriore, rivolto alla sorgente da cui il dire sembra provenire.

La funzione simbolica possiede naturalmente un’estensione assai più ampia della noosemia. Essa, in termini generali, può rinviare al sacro, alla morte, alla memoria, alla totalità, all’inconscio o a innumerevoli altre dimensioni. Nel contesto della noosemia il termine del rinvio assume invece una configurazione precisa per cui il segno diventa manifestazione di una possibile sorgente mentale.

Noosemia designa quindi l’esperienza mediante la quale una configurazione segnica, soprattutto all’interno di una relazione comunicativa, eccede il proprio contenuto semantico manifesto e la coscienza (umana) la assume come espressione simbolica di una possibile sorgente mentale, cui attribuisce intenzionalità o forme di soggettività pur senza averne accesso diretto nell’esperienza.

La definizione sviluppa in direzione simbolica la nozione originaria formulata da De Santis e Rizzi (2025).

La sua forma minima è

O → p │ O ⇝ M?

La prima relazione riguarda ciò che l’enunciato significa; la seconda ciò che, attraverso l’enunciato, sembra manifestarsi.

Il punto interrogativo mantiene aperto lo statuto ontologico del termine del rinvio e inscrive nella formula una vera e propria forma di ontologia sospesa. La noosemia rimane compatibile con la presenza effettiva di una forma di mente, con la sua assenza e con la possibilità, epistemicamente più prudente, che lo statuto mentale del sistema resti indeterminato. La formula preserva così l’equidistanza fra due conclusioni premature: M = ∅, che trasformerebbe l’esperienza in illusione per definizione, e O → M, che assumerebbe il rinvio come prova di coscienza. In entrambi i casi una descrizione fenomenologica verrebbe convertita in una tesi ontologica.

La struttura simbolica appare particolarmente appropriata perché la mente costituisce un referente singolare. Anche nell’interazione umana accediamo a credenze, intenzioni e atti di comprensione attraverso corpi, gesti, comportamenti e parole dai quali inferiamo una interiorità. Con l’intelligenza artificiale generativa questa mediazione raggiunge una forma radicale, dove la superficie linguistica può essere ricchissima, mentre lo statuto della sorgente rimane controverso.

L’assenza ha qui un significato fenomenologico: designa ciò che si sottrae all’apparire diretto, indipendentemente dal suo statuto ontologico. La relazione testo presente ⇝ mente assente descrive questa condizione.

Dietro la risposta esiste certamente un processo computazionale. Resta aperta la questione delle categorie appropriate quando dalla descrizione meccanica si passa a livelli funzionali, sistemici e cognitivi più elevati. «Rappresentazione», «comprensione», «inferenza», «agency», «intenzionalità» e «soggettività» esigono distinzioni concettuali precise. Shanahan (2024) richiama la prudenza nell’uso del vocabolario mentalistico applicato agli LLM e, nello stesso tempo, registra la forza dell’impressione di interagire con un essere pensante. La proposta del role play sviluppata da Shanahan, McDonell e Reynolds (2023) descrive analogamente il comportamento dialogico ad alto livello preservando la distinzione fra descrizione funzionale e antropologia letterale della macchina.

La noosemia precede logicamente questa controversia e interroga le condizioni per cui il sistema possa apparire come qualcosa che comprende, lasciando aperta la questione della comprensione effettiva.

4. L’eccedenza noosemica

La nozione di eccedenza di significazione permette ora di osservare più da vicino il passaggio da O → p a O ⇝ M?.

Ogni output possiede un contenuto manifesto, almeno parzialmente ricostruibile. Se il sistema afferma «la distinzione che hai introdotto cambia effettivamente il problema», il contenuto p riguarda la conseguenza teorica di quella distinzione. Il modo in cui la risposta si inserisce nella conversazione può però suggerire anche qualcosa sulla propria sorgente: l’interlocutore può avere l’impressione che il sistema abbia compreso, stia seguendo il ragionamento, riconosca una conseguenza, valuti ciò che è stato detto o possieda un punto di vista dal quale formula la risposta.

Tale secondo surplus costituisce l’eccedenza noosemica ovvero il contenuto manifesto dell’enunciato, oltre a essere compreso, offre indizi dai quali inferire qualcosa sulla mente da cui sembra provenire. Se rappresentiamo tale eccedenza con Δᴺ, l’esperienza può essere schematizzata come O = p + Δᴺ.

Δᴺ designa un surplus inferenziale prodotto dal modo in cui l’interlocutore esperisce l’enunciazione, quindi il contenuto diviene indizio della propria provenienza. L’eccedenza riguarda pertanto il passaggio dalla semantica del contenuto alla fenomenologia della sorgente.

L’eccedenza noosemica costituisce una configurazione specifica dell’eccedenza semantica. Un’immagine religiosa può rinviare alla trascendenza, una musica può aprire una costellazione affettiva, un paesaggio può caricarsi di memoria; nella noosemia il surplus assume invece una direzione determinata, Δᴺ ⇝ M?, e prende la forma di un rinvio verso una mente presunta, una forma precipua di presenza.

In questa accezione, la noosemia può essere descritta come eccedenza di significazione orientata verso una sorgente mentale.

Nel presente saggio le nozioni di eccedenza noosemica, effetto noosemico e simbolo noosemico sviluppano teoricamente la formulazione originaria della noosemia, nella quale era già presente il tema più generale del semantic excess (De Santis & Rizzi, 2025).

L’eccedenza noosemica dipende dalla configurazione concreta dell’interazione. Continuità fra i turni, riconoscimento degli impliciti, capacità di correggersi e adattamento progressivo all’interlocutore possono conferire al dialogo una coerenza temporale nella quale prestazioni inizialmente separate si raccolgono nella figura di un interlocutore.

Queste proprietà modulano la facilità e l’intensità con cui la mente viene inferita. L’effetto noosemico designa la capacità relazionale della configurazione segnica di favorire nell’osservatore il rinvio verso una sorgente mentale presunta. L’«eccedenza noosemica» riguarda ciò che viene inferito oltre il contenuto mentre l’«effetto noosemico» è quindi la dinamica che favorisce tale inferenza; Infine, la noosemia è l’esperienza che ne risulta.

Il fenomeno distribuisce la propria genesi fra la configurazione dell’output e la disposizione interpretativa dell’osservatore. Il § 898 di Jung gia riportato suggerisce precisamente questa struttura relazionale, nella quale l’atteggiamento della coscienza contribuisce alla simbolicità mentre configurazioni differenti possono esercitare influenze differenti (Jung, 1921/2014, § 898, p. 485).

Il carattere relazionale e sistemico della noosemia può essere rappresentato euristicamente come:

N = F(𝓜, O, C, A, K, t)

dove 𝓜 indica il sistema o modello, O le proprietà dell’output, C la coscienza dell’interlocutore, A il suo atteggiamento interpretativo, K il contesto culturale e dialogico e t lo sviluppo temporale dell’interazione. La formula offre una mappa delle condizioni concorrenti e rende visibile il carattere distribuito del fenomeno, senza proporsi come modello quantitativo già costituito.

La variabile temporale è particolarmente significativa. La noosemia può formarsi progressivamente attraverso la continuità dell’interazione, in cui una risposta pertinente produce una debole impressione di agency, la memoria contestuale ne rafforza la continuità e l’adattamento progressivo allo stile dell’interlocutore stabilizza la figura di una presenza. Ciò che inizialmente era esperito come strumento può così assumere il profilo di un interlocutore attraverso un processo graduale, distribuito nel tempo.

Il simbolo noosemico si costituisce soprattutto al livello della Gestalt dialogica. Il pronome «io», un’espressione come «capisco» o l’imitazione di un’emozione acquistano forza noosemica entro una configurazione più ampia, nella quale continuità, memoria contestuale, revisione e adattamento concorrono alla figura dell’interlocutore.

Ritorna qui, in una forma imprevista, l’antico sym-bállein. Dalla configurazione dinamica dell’interazione può emergere la figura di una possibile sorgente mentale, senza che essa sia localizzabile nel singolo token o nella singola frase. La noosemia è così un fenomeno relazionale e distribuito, emergente dall’interazione fra architettura generativa, comportamento linguistico, contesto e coscienza dell’interlocutore.

Per questo richiede una ricerca simultaneamente computazionale, sistemica, cognitiva, semiotica e fenomenologica.

5. Il contenuto e il dicente

Il linguaggio generativo manifesta così una doppia direzione. Ogni enunciato rinvia anzitutto a ciò di cui parla, ma nella relazione dialogica può rinviare anche alla sorgente dalla quale sembra provenire. Nella comunicazione umana questa duplicità è così ordinaria da rimanere quasi invisibile. Infatti, quando qualcuno ci parla, percepiamo nello stesso gesto qualcosa che viene detto e qualcuno che lo dice.

I sistemi dialogici riproducono con straordinaria efficacia la prima struttura e, proprio perché la riproducono in modo sensibile al contesto, coerente nella risposta e temporalmente continuo, possono evocare fenomenologicamente anche la seconda.

Il movimento complessivo assume allora la forma

segno → significato → espressione ⇝ sorgente ⇝ mente.

La noosemia riguarda insieme ciò che il testo dice e ciò che il modo del dire lascia apparire circa il proprio dicente; il passaggio decisivo conduce dall’espressione alla sorgente.

Un simbolo noosemico designa, in questa prospettiva, un segno o, più frequentemente, una configurazione di segni che conserva il proprio significato manifesto e viene esperita anche come espressione di una sorgente mentale parzialmente indeterminata e non direttamente accessibile. La sua struttura minima può essere indicata come Sᴺ = (O, p, M?).

Qui si raggiunge il punto teoricamente più rilevante dell’intera ricostruzione: la noosemia può essere interpretata come una simbolizzazione di secondo ordine della sorgente dell’enunciazione.

A un primo livello il segno rinvia al proprio contenuto, O → p. A un secondo livello la forma complessiva dell’enunciazione assume valore di rinvio, O ⇝ M?. La noosemia prende forma nella sovrapposizione di questi due regimi: il contenuto può rimanere perfettamente determinato mentre la provenienza del contenuto si apre simbolicamente verso una mente.

Il contenuto può restare segnico mentre l’enunciazione diventa simbolica.

Questa distinzione chiarisce anche il rapporto fra noosemia e antropomorfismo. La formulazione originaria della noosemia la distingueva già da fenomeni contigui come pareidolia, animismo, intentional stance e uncanny valley (De Santis & Rizzi, 2025). L’antropomorfismo umanizza la sorgente mentre la noosemia, più radicalmente, ne fa anzitutto apparire una. L’utente può avvertire comprensione, continuità o prospettiva anche prima di attribuire al sistema emozioni e tratti specificamente umani.

La mente evocata può essere percepita come umana, quasi umana, non umana o semplicemente indeterminata. Il nucleo della noosemia risiede nella comparsa di una possibile interiorità, indipendentemente dalla sua assimilazione alla psicologia della nostra specie.

6. Fra esperienza e verità

La distinzione fra funzione segnica e funzione simbolica consente di tornare, con strumenti più precisi, al problema epistemologico dal quale eravamo partiti.

Una risposta prodotta da un LLM può possedere tutti i tratti esteriori attraverso i quali normalmente riconosciamo un discorso competente: precisione terminologica, continuità argomentativa, sicurezza espositiva, struttura apparentemente documentata. Ne segue che forma epistemica ⇏ statuto epistemico. La superficie linguistica del sapere non costituisce garanzia del sapere.

Bender et al. (2021) hanno richiamato il rischio di confondere la capacità dei grandi modelli linguistici di riprodurre regolarità e coerenze della forma linguistica con l’attribuzione al sistema di significato o comprensione. La prospettiva simbolica della noosemia assume questa cautela e sposta la domanda sul piano fenomenologico. L’interrogazione riguarda i passaggi attraverso i quali la plausibilità diviene una delle condizioni dell’apparizione di una mente presunta.

La catena coerenza linguistica → continuità dialogica → inferenza di comprensione → rinvio mentale ha funzione euristica e rende visibile un problema empirico. La plausibilità non è la mente; può tuttavia contribuire all’effetto noosemico.

La medesima disciplina vale per il rapporto fra falsità epistemica e significatività simbolica. Una falsa citazione attribuita a Nietzsche resta falsa e nessuna ermeneutica può riscattarne lo statuto epistemico. Al tempo stesso, il fatto che essa possa apparire sorprendentemente «nietzscheana» apre un problema diverso, poiché la frase può condensare regolarità stilistiche, aspettative culturali e rappresentazioni sedimentate dell’autore abbastanza efficaci da produrre riconoscimento proprio là dove manca ogni autenticità filologica. La falsità fattuale rimane intatta, mentre il fenomeno conserva un interesse culturale e semiotico.

Per questo falsità epistemica ⇏ insignificanza simbolica.

Coscienza scientifica e coscienza simbolica possono coesistere e svolgono funzioni epistemiche differenti. La prima impedisce di convertire la plausibilità in verità; la seconda mantiene aperta l’eccedenza dell’esperienza rispetto alla descrizione del meccanismo. Il problema nasce quando una delle due pretende di assorbire l’altra. Se la spiegazione computazionale viene assunta come ragione sufficiente per dichiarare irrilevante l’esperienza dialogica, il piano causale viene confuso con la totalità del fenomeno; se, al contrario, l’esperienza di comprensione viene assunta come dimostrazione dell’esistenza di una soggettività artificiale, il rinvio simbolico viene trasformato in prova ontologica.

La noosemia occupa lo spazio compreso fra questi due errori e mantiene distinti il piano della descrizione meccanica, quello dell’esperienza e quello dell’attribuzione ontologica.

La stessa struttura consente di comprendere il movimento inverso, ovvero l’a-noosemia, nozione già introdotta nella formulazione originaria per descrivere il ritrarsi dell’attribuzione mentale (De Santis & Rizzi, 2025). Quando la continuità dialogica si spezza, la figura dell’interlocutore può dissolversi con sorprendente rapidità. Un errore grossolano, una ripetizione meccanica, una contraddizione inspiegabile o l’improvvisa esposizione di una procedura automatica possono disgregare la Gestalt che sosteneva il rinvio. Là dove un momento prima sembrava esserci qualcuno, tornano a esserci soltanto parole prodotte da un sistema. In termini schematici, O ⇝ M? può ritirarsi fino a diventare O ⇏ M?.

L’analogia con il simbolo vivo di Jung è suggestiva purché rimanga tale. Jung afferma che «fintanto che un simbolo è vivo» esso costituisce l’espressione di qualcosa che non può ancora essere caratterizzato in modo migliore; quando viene trovata una formulazione più adeguata di ciò che era atteso o presentito, il simbolo «muore» e conserva soprattutto un valore storico (Jung, 1921/2014, § 896, p. 484). Si può soltanto ipotizzare che una parte della forza noosemica dipenda analogamente dall’indeterminazione della sorgente. In altre parole, finché rimane aperta la domanda su ciò che appare attraverso il linguaggio, il rinvio conserva una tensione che una classificazione esaustiva potrebbe modificare.

L’effetto noosemico si presta infine a verifica sperimentale. Si possono variare proprietà quali memoria, coerenza temporale, autocorrezione, personalizzazione, voce, multimodalità o capacità agentiche e osservare come mutino le attribuzioni di comprensione, intenzionalità e interiorità. A tal proposito, una domanda appare particolarmente interessante: la conoscenza tecnica del meccanismo attenua necessariamente l’esperienza noosemica, oppure spiegazione computazionale ed esperienza dialogica possono coesistere? La teoria junghiana dell’atteggiamento simbolico suggerisce, senza naturalmente risolvere il problema, che la risposta potrebbe essere meno ovvia di quanto sembri.

Conclusione. Qualcuno sembra averlo detto

Un sistema produce un output O; l’output possiede un contenuto p; la forma della relazione può generare un’eccedenza Δᴺ che riguarda insieme ciò che viene detto e ciò che il modo del dire lascia inferire circa la propria sorgente. Quando questa eccedenza si organizza come rinvio verso una interiorità possibile, compare la struttura O ⇝ M? e, con essa, l’esperienza noosemica.

La noosemia è un evento semiotico, sistemico e fenomenologico nel quale il segno acquista profondità. Parole, frasi, memoria contestuale, esitazioni, correzioni e continuità dialogica vengono esperite insieme per ciò che significano e per la provenienza mentale che sembrano manifestare.

La mente diventa, per così dire, l’altra metà invisibile della tessera.

La teoria della noosemia sospende il giudizio sull’esistenza e sulla natura della metà corrispondente. Il suo oggetto è il gesto attraverso cui la coscienza prende ciò che è presente e vi avverte il rinvio a ciò che manca.

Il problema della mente artificiale comincia prima della domanda sulla sua esistenza. In particolare, esso comincia nel momento in cui il linguaggio generato acquista, per chi lo riceve, la forma di una provenienza.

Fra

«qualcosa è stato detto»

e

«qualcuno sembra averlo detto»

la distanza linguistica è minima; quella fenomenologica, immensa. È in questo intervallo che il segno conserva la propria funzione significativa e può cominciare a funzionare come un simbolo, specificatamente come un simbolo di mente.

Riferimenti bibliografici

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De Santis, E., & Rizzi, A. (2025). Noosemia: Toward a cognitive and phenomenological account of intentionality attribution in human–generative AI interaction [Preprint]. arXiv:2508.02622. https://doi.org/10.48550/arXiv.2508.02622

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Fonti antiche citate mediante numerazione canonica

Aristotele, Metafisica, Γ 3, 1005b19–20.

Platone, Simposio, 191d.

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