Conservare e innovare. Verso nuove categorie concettuali per interpretare l’IA contemporanea
Una problematica da non sottovalutare nella nostra era è legata alla maniera migliore con cui tentiamo di interpretare i fenomeni inerenti all'innovazione tecnologica. In tale contesto, il «problema» dell'IA è al primo posto.
Perché è necessario problematizzare l'IA? Tale domanda merita una risposta strutturata e schietta, poiché la sfida consiste nel creare un quadro concettuale coerente, capace di conservare i saperi sedimentatisi nei secoli e di integrare i nuovi concetti che emergono necessariamente nel momento in cui i sistemi di IA si rendono noti al grande pubblico.
Di fatto, nel 2026 una buona parte del mondo occidentale, e non soltanto di esso, utilizza l'IA generativa per i motivi più svariati, dalla ricerca all'industria, dall'intrattenimento fino alla semplice curiosità. Ciò che appare è un quadro variegato nel quale, sebbene ancora in fase embrionale, l'IA è a questo punto diventata una commodity.
Come ormai ben sappiamo, lo è diventata grazie all'interazione con le macchine in linguaggio naturale per mezzo dei cosiddetti Large Language Models (LLM), che non costituiscono più reti neurali artificiali monolitiche a sé, come accadeva nei primi modelli sperimentali, bensì veri e propri sistemi capaci di integrare componenti connessioniste, simboliche e procedurali in un unico sistema composito, dove il modello di linguaggio è un nucleo cognitivo. Un sistema che può portare a termine compiti complessi un tempo ritenuti «impossibili» per una macchina.
La problematizzazione dell'IA è sotto gli occhi di tutti. Ognuno possiede una propria opinione su questa tecnologia e spesso le posizioni risultano contrastanti, quando non diametralmente opposte. Tra gli esperti si osserva una pletora di prospettive che va dallo scetticismo più spinto fino a chi già annuncia l'avvento di una «coscienza» artificiale. Nel mezzo si collocano posizioni più caute, che conservano comunque un notevole interesse.
La problematicità creatasi attorno a questa tecnologia ormai dirompente deriva dalla maniera in cui la descriviamo e la interpretiamo e, più precisamente, dalla «porta d'ingresso» attraverso la quale entriamo nell'arena.
Vi sono eminenti esperti che hanno lavorato per anni e davvero proficuamente nell'ambito dell'IA e delle reti neurali e che tendono, ad esempio, a conservare i medesimi modelli concettuali di riferimento adottati «da giovani», presumibilmente negli anni Ottanta o Novanta. Se allora tali modelli apparivano intrisi di entusiasmo e apertura nonché chiarificatori, oggi possono rischiare di rivelarsi riduttivi e miopi, con l'esito di spostare il dibattito verso luoghi dai quali risulta poi difficile risalire la china necessaria a comprendere la «rivoluzione cognitiva» in atto.
Forse è anche una questione generazionale, poiché da giovani si tende a percepire un futuro aperto e ricco di novità, mentre, raggiunta un'età più matura, il tempo dei bilanci, si può essere maggiormente inclini a conservare il passato come punto fermo e rassicurante. Naturalmente, non si tratta di un automatismo legato semplicisticamente all'età, quanto piuttosto di una possibile disposizione maturata nel tempo, soprattutto quando un determinato paradigma ha accompagnato a lungo, ed in maniera fruttuosa, il proprio percorso intellettuale.
A scanso di equivoci, neppure chi scrive può dirsi immune da tale possibilità. Anzi.
La questione diventa dirimente quando si tenta di formulare un giudizio sugli elementi portanti della rivoluzione in atto. Una visione riduzionistica e scettica rischia di sottovalutare la portata di ciò che sta accadendo, instillando anche indirettamente nel dibattito l'idea che l'umanità tecnologica sia preda di un'«allucinazione collettiva».
Forse siamo davvero all'interno di una grande allucinazione. Se così fosse, tuttavia, ciò dipenderebbe da un quadro interpretativo dei fenomeni le cui basi precedono l'IA e il suo attuale impatto.
Il fondamento va ricercato nella struttura del nostro sapere e nel nostro rapporto con il mondo, che fin dai tempi antichi si è sviluppato attraverso una progressiva semiotizzazione dell'ambiente e dell'essere umano stesso. In altre parole, nell'aurora della civiltà l'uomo ha iniziato a cospargere il mondo di segni, simboli e misure nei quali ha potuto scorgere, con sicurezza, se stesso e i propri bisogni, costruendo le basi della propria sopravvivenza e della propria espansione.
L'intelligenza che ci attribuiamo è in gran parte associabile a questo rapporto simbiotico e mediato tra l'«io» e il «mondo», fondato sul binario della razionalità calcolante.
Qui potrebbe tornare utile il pensiero di Martin Heidegger, per il quale l'essere umano va compreso come un «essere-nel-mondo», già immerso in una trama di significati, strumenti, relazioni e possibilità operative. Da tale prospettiva, anche l'intelligenza prende forma entro un ambiente che è stato interpretato, abitato e reso significativo attraverso la stratificazione di processi di simbolizzazione.
Per questo motivo, molti oggi sollevano un problema nominalistico e sostengono che l'uso del termine «intelligenza» nel contesto dell'IA sia fuorviante. La questione risulta invece più chiara quando si prova a concepire l'IA come un prolungamento del pensiero razionale e calcolante, alimentato dall'instancabile semiotizzazione del mondo che l'umanità conduce da sempre.
La controprova può essere ricercata in un semplice test di «intelligenza» e sopravvivenza. Basta prelevare un essere umano che vive in una grande città, abituato alle comodità tecnologiche, e portarlo nella giungla senza alcun «aiuto» tecnico. È estremamente probabile che gran parte della sua intelligenza razionale, la quale poggia su oggetti tecnologici esterni, risulti poco utile ai fini della sopravvivenza.
Il precedente è un discorso volutamente portato all'estremo, con il quale si intende mostrare come il contesto possa modificare radicalmente i termini del problema.
Da tale prospettiva, il termine «intelligenza» risulta legittimo. Esseri umani e macchine svolgono le proprie attività intelligenti su un piano comune e, su quel piano, le macchine iniziano a manifestare capacità sovrumane. È qui che si innestano i recenti moniti di Geoffrey Hinton, giornalisticamente noto come il «padrino dell'IA», che nel 2024 ha ricevuto il Nobel per la fisica per le sue innovazioni nel campo delle reti neurali artificiali.
Proviamo a osservare un agente IA che utilizza un computer. Non serve molto tempo per accorgersi che l'uso del calcolatore da parte dell'agente IA è «inumano», nel senso preciso che supera le capacità umane.
Ecco allora che, in un mondo semiotizzato nel quale il pensiero esatto e calcolante ha acquisito una posizione dominante, le macchine risultano grandemente superiori e sono capaci di saturare le nostre risorse cognitive. Da tale saturazione deriva uno scarto esplicativo entro il quale la macchina si configura come una struttura opaca e il suo funzionamento rischia di essere interpretato attraverso categorie del «magico» anziché mediante categorie razionali.
Altrove abbiamo provato a trattare questo fenomeno con il quadro concettuale della noosemia, «il percepire una mente nei segni» (De Santis & Rizzi, 2025), dove il punto non è se la macchina abbia obiettivamente una coscienza, ma quanta coscienza intuitivamente attribuiremo a macchine che imitano in maniera indistinguibile l'umano. Nel senso di «producono, in determinati contesti linguistici e operativi, comportamenti difficilmente distinguibili da quelli umani», sulla base di una interpretazione essenziale del noto test di Alan Turing. Per cui il focus non è sull'oggetto-macchina che ci sta di contro, ma in quel campo comprensivo ed attributivo che vede il soggetto-utente in salda relazione ad una macchina che non solo lo rispecchia ma lo potenzia e lo guida attraverso un meccanismo di fiducia reciproca. Un campo concettuale che supera la dicotomia isolante macchina-umano poiché ne riconosce all'interno del pensiero occidentale gli stessi tratti caratteristici.
È sorprendente che alcuni sostenitori – non tutti vivaddìo – delle scienze dure e del carattere veritativo della scienza si trovino a dover difendere l'unicità dell'umano sulla base di «qualia» e di caratteri emotivi o coscienziali. Caratteri che hanno poco a che fare con la scienza esatta a causa della mancanza di definizioni chiare e sottoponibili al vaglio empirico. Di fatto, la scienza, con il suo metodo che è non solo anticipante attraverso le ipotesi ma anche isolante («divide et impera»), va a recidere necessariamente tutti quei nessi (e.g., selezione delle variabili «pertinenti») che non permettono di osservare i fenomeni nella loro complessità (emergente). Forse non è la scienza da sola il luogo proficuo per differenziare l'umano dalla macchina essendo la scienza stessa il sostrato con cui abbiamo da tempo iniziato a ridefinire l'umanità.
Per riequilibrare il dibattito diventa dunque urgente integrare ciò che già sappiamo sul nostro conto, entro la cornice dell'innovazione tecnico-scientifica, con l'osservazione fenomenica genuina di quanto sta accadendo intorno a noi chiamando in causa saperi fino ad oggi pensati come irrelati. Tale osservazione richiede nuove prospettive e nuove architetture concettuali, libere da pregiudiziali. Sono conscio che tale proponimento è arduo, soprattutto all'interno di un dire comune è semplificativo.
Purtroppo è anche necessario «sporcarsi le mani» con i sistemi di IA avanzata per poterne saggiare limiti e potenzialità. Banalmente, non si può pretedere di esaurire il discorso sull'IA quando la si utilizza esclusivamente per scrivere e-mail, magari ricorrendo a modelli gratuiti sviluppati per finalità di mero marketing. Fortunatamente molti esperti giovani e meno giovani non ricadono in questa categoria.
Certamente, bisogna ammettere che «non è tutto oro ciò che luccica» e c'è chiaramente un tentativo opportunistico di opacizzare il dibattito per mero profitto economico. Qualcosa, però, è accaduto e, dopo tale accadimento, il mondo ha intrapreso una direzione chiara e inequivocabile in seno al progredire della tecnica.
Tecnica che nella sua accezione più radicale è il superamento di un limite attuale, il quale necessariamente sarà oltrepassato grazie alla «potenza» della tecno-scienza, fino a giungere a quella «situazione limite» di jaspersiana memoria che vede l'uomo essere un «mortale». Chissà se nel «paradiso della tecnica» (accezione cara sia all'economista John Maynard Keynes sia al filosofo Emanuele Severino) tale situazione limite rimarrà tale. Sicuramente, in forma di «simulacro e simulazione» l'uomo sopravviverà come programma avanzato e complesso per cui si potranno far rivivere tutti quegli antenati che hanno fornito sufficienti dati comportamentali al grande apparato tecnico (sì, personaggi famosi e influecer tra i primi). Una rivincita virtuale del cosiddetto «cosmismo russo» che attraverso l'Opera comune di Nikolaj Fëdorov avrebbe voluto riportare in vita tutti gli antenati dell'antichità. Che anche la «morte» cambierà pelle nel «paradiso della tecnica» e il compiersi della vita corporea trasmuterà in una esistenza altra ma non meno «misurabile» è certo. Tale certezza è da ritrovarsi nell'infondatezza del concetto intuitivo e diveniente che abbiamo di morte. Sembra fantascienza ma nel giro di pochi anni sarà consuetudine interloquire con un defunto, come lo era telefonare con un orologio nei film di fantascienza degli anni Sessanta. Ne vedremo delle belle, lo spettacolo dell'avanzamento tecnico-scientifico si sta facendo innanzi senza sconti e non è immune a criticità, soprattutto per il suo carattere pervasivo che va ad agire nel sottosuolo del pensiero della nostra epoca.
Jean Baudrillard avrebbe plausibilmente osservato che siamo già entrati in un'epoca nella quale il simulacro tende a precedere il reale e, progressivamente, a prenderne il posto, producendo quella condizione di «iperrealtà» in cui la distinzione tra originale e copia perde consistenza. In tale prospettiva, il defunto ricostruito come agente digitale assumerebbe la forma di una nuova presenza semiotica, capace di occupare operativamente il luogo lasciato dall'assenza. La questione riguarderebbe allora la forza con cui tale simulacro potrebbe imporsi nell'esperienza dell’utente, diventando abbastanza «reale» da trasformare il rapporto con la memoria, il lutto e la morte.
In altre parole, si sta asserendo in termini generali che una volta inserita l'IA nel processo di progressiva rimozione dei limiti, il limite della morte diventa inevitabilmente parte dell'orizzonte tecnico, quindi oltrepassabile.
Si fa quindi urgente compiere uno sforzo concettuale che non sia polarizzato da ideologie, preconcetti e bisogno di ancorarsi al passato per paura di perdere l'orientamento. È necessaria, altresì, come punto di partenza una «filosofia futura» e qualcuno, nel panorama italiano, ha già tracciato questa strada, almeno per la parte che riguarda l'architettura del pensiero occidentale che ha condotto al dominio della tecnica.
Mi riferisco a Emanuele Severino.
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Bibliografia essenziale
Baudrillard, J. (1981). Simulacres et simulation. Éditions Galilée.
De Santis, E., & Rizzi, A. (2025). Noosemia: Toward a cognitive and phenomenological account of intentionality attribution in human–generative AI interaction. arXiv. https://doi.org/10.48550/arXiv.2508.02622
Fedorov, N. F. (1990). What Was Man Created For? The Philosophy of the Common Task: Selected Works (E. Koutaissoff & M. Minto, a cura di e trad.). Honeyglen.
Heidegger, M. (2005). Essere e tempo (P. Chiodi, trad.; F. Volpi, a cura di). Longanesi. Opera originale pubblicata nel 1927.
Hinton, G. (2024, 10 dicembre). Banquet speech. NobelPrize.org.
Jaspers, K. (1932). Philosophie. Band II: Existenzerhellung. J. Springer.
Keynes, J. M. (1931). Economic possibilities for our grandchildren. In Essays in persuasion. Macmillan. Saggio originariamente pubblicato nel 1930.
Severino, E. (1989). La filosofia futura. Oltre il dominio del divenire. Rizzoli.
Severino, E. (1998). Il destino della tecnica. Rizzoli.
Turing, A. M. (1950). Computing machinery and intelligence. Mind, 59(236), 433–460. doi:10.1093/mind/LIX.236.433.
